Aspetto critico intorno a Leopardi

Lorenzo Napoleoni

Croce ha formulato su Leopardi un giudizio assai severo, ingiustamente severo. Il giudizio di Croce è un giudizio svalutante, anche quando lo valorizza, perché lo valorizza in funzione di alcuni presupposti che non rendono giustizia fino in fondo a Leopardi. Da questo punto di vista è un giudizio non autenticamente comprendente: c’è in Croce la tendenza a sovrapporre all’opera di Leopardi le struttura della sua impostazione idealistica. Per esempio una struttura fondamentale dell’idealismo crociano che pesa sulla lettura di Leopardi è il modo in cui Croce intende la poesia. Quella è la definizione nei confronti della quale Leopardi vale o non vale. Per Croce la poesia è sentimento, intuizione ed espressione di questa intuizione, in tal senso appartiene all’ordine del sentimento. L’arte è conoscenza del particolare, la logica conoscenza dell’universale. Agli occhi di Croce Leopardi è grande (e neanche sempre) solo quando è poeta, poeta nel senso più stretto, in particolare valido agli occhi di Croce è il Leopardi idillico. Laddove a emergere è la presenza del concetto (indeterminato), gli elementi di ordine riflessivo, teorico, lì l’apprezzamento cade. “Questo è aridità, astrattezza, non ha a che vedere con la purezza del sentimento, l’intuizione”. Un altro punto dolente della lettura crociana è l’idea secondo la quale la cosiddetta “vita strozzata” del poeta, cioè dell’uomo Giacomo Leopardi, funzionerebbe come principio esplicativo del senso della sua opera. Un biografismo spinto alle estreme conseguenze. Se Leopardi è pessimista è perché è un uomo sofferente, volendo radicalizzare, perché è gobbo, in quanto era segnata la sua vita da innumerevoli dolori di ordine fisico (la malattia agli occhi, la scoliosi, la deformità, ecc…). Un poeta sofferente dunque legge il mondo in termini pessimistici. Quindi un condizionamento esercitato deterministicamente del pensiero di Leopardi – lettura assolutamente regressiva, non comprendente di Leopardi, si riduce la sterminata ricchezza di senso dell’opera a quell’unico significato concettualmente determinato che sarebbe la vita strozzata di Leopardi. Per quanto riguarda il primo punto il vero tema lì è l’opposizione fra cuore e intelletto fra poesia e ragione. La poesia è cuore e sentimento, non pensiero, non ragionamento. Poi quest’idea della vita strozzata come principio esplicativo del cosiddetto pessimismo leopardiano. In questo curiosamente Croce (laico) riprende e usa strumentalmente una posizione innanzitutto sostenuta dal cattolico Niccolò Tommaseo, ostile a Leopardi. Il dato biografico che diventa principio esplicativo dell’opera d’arte. Posizione che poi verrà sostenuta anche da Giuseppe Sergi, autore positivista: il genio è tale perché è un disadattato. La genialità dell’artista è l’espressione del fatto che quel soggetto è disfunzionale, non si adattato all’ambiente allora la sua posizione si fa radicale, il suo dolore si fa estremo e da qui si deriva il pessimismo di Leopardi. Dati questi presupposti è evidente il tipo di lettura che Croce dà di Leopardi: “Una strana prosa poetica”. C’è la satira, il tragico, la compenetrazioni dei generi, non valgono i confini tradizionali tra i generi letterali, è riflessione, ma è anche teatralità, un teatro filosofico costituito da maschere, c’è prosa e poesia insieme, e al tempo stesso né l’una né l’altra. È irriducibile ad una categoria la scrittura delle “Operette morali”. Cosa sono le opere morali infatti agli occhi di Croce? “Un frigido vaniloquio accademico” – frigido, si ritorna al punto iniziale. È il cuore che conta, manza il sentimento, l’intuizione e la sua espressione. Freddezza della prosa poetica, perché ragionante, pensante, che si fa carico del paradosso del senso. Il paradosso del senso nella prosa artistica delle “Operette morali” si fa scrittura. “Hanno un che di monaldesco” – Monaldo il padre di leopardi, fiero sostenitore del legittimismo san fedista, uomo reazionario, esaltatore dei valori della tradizione, del dogma, dello stato della chiesa, lo spirito della restaurazione. Questa lettura è poi stata smantellata dai critici.

Per Croce le “Operette morali” sono soliloqui spacciati per dialoghi, il vaniloquio – un discorso futile e inconcludente – di un singolo dolente, che fa quello che fa perché soffre. E laddove noi vediamo agire due interlocutori, non sono veri interlocutori, ma meri nomi, come fossero manichini, lì utili a una funzione stabilita dall’autore. “C’è del malsano – dice Croce – in quelle prose, e in quelle palinodie e paralipomeni e lo stesso De Sanctis fu tratto a parlare del cattivo riso che vi si avverte e delle coltellate che lo scrittore tenta di dare con la gioia di chi si vendica e di una inimicizia per la stirpe umana, – Leopardi stesso dice che il suo pensiero non ha nulla a che fare con la misantropia, l’opera di Leopardi è invece intonata a un profondissimo sentimento di amore per l’umano, che si fa carico, come dice Adorno, della colpa e della tenebra del mondo, cioè del non senso della realtà – nella quale si sente repulso. – dato che si sente isolato, non valorizzato, un disadattato, allora la sua opera assume questa forma – Su ciò conveniva che ci fermassimo un momento, in considerazione della consueta inintelligenza, onde si esaltano quelle scritture come purissime opere di fantasia, di pensiero e di arte. – il senso dell’opera leopardiana non è nient’altro se non il grido di dolore di un animo sofferente, altro che opera d’arte – ma affrettiamoci ad aggiungere, che quel riso cattivo, quello sfogo di rabbia, è veramente da mettere sul conto della natura a lui matrigna e crudelissima e se merite le nostre riserve di critici, comanda la nostra pietà di uomini. In ogni caso non vada a cangiare il giudizio già regato sull’intima nobiltà di Giacomo Leopardi. – Massima pietà e compassione per l’uomo sofferente che era Giacomo Leopardi, ma non ci vengano a dire che quella è arte. Non ha niente a che vedere con quello che l’arte deve essere. – La sua fondamentale condizione in spirito, non solo era sentimentale e non già filosofica – quando Leopardi pensa lì non c’è vera filosofia, lì c’è il grido di dolore di un animo sofferente, non è da ascoltare in quanto filosofo. Croce nega la filosofici immanente alla forma artistica leopardiana – ma si potrebbe addirittura definirla un ingorgo sentimentale. Un vano desiderio e una disperazione così condensata e violenta, così estrema, da riversarsi nella sfera del pensiero e determinarne i concetti e i giudizi. – non è una visione lucida quella del Leopardi filosofo, è l’ingorgo sentimentale che lo affligge e lo porta a dire ciò che dice – Anzi sempre che quella disposizione d’animo, dimentica del suo vero essere, prese a comportarsi come se fosse una raggiunta posizione dottrinale. E si atteggiò a critica, a polemica, a satira; ne venne fuori quella parte dell’opera del Leopardi che è da riconoscere francamente viziata: – Laddove è più esplicito il suo essere filosofo, laddove la sua postura si offre a noi come postura pensante, riflessiva. Uno degli aspetti fondamentali nella lettura crociana è quindi proprio la negazione della filosofici dell’opera leopardiana. Il pensiero di leopardi viene da Croce sostanzialmente negato, in quanto pensiero. Dice invece Sebastiano Timpanaro, grande interprete leopardiano e, più in generale, grande filologo, ponendosi in riferimento a questa lettura crociana: “La stessa malattia che affligge Leopardi, diventano un formidabile strumento conoscitivo.” Di quello che lo stesso Timpanaro chiama un pessimismo lucido e combattivo. In questa connessione fra malattia, sofferenze e strumento conoscitivo, in questo nesso a risuonare è un motivo classico, fondamentale, costitutivo della nostra cultura, ovvero il pathei mathos, l’inno a Zeus dell’Agamennone. Col patire capire, attraverso il patire capire, attraverso il dolore, che non è soltanto suo, ma di tutti e di ciascuno, questo canta e mostra il Leopardi filosofo. La sofferenza come tratto ontologico diventa il presupposto, cioè diventa il materiale costruttivo di una rinnovata considerazione delle cose, cioè del vero, diventa conoscenza. Trasformare il dolore in comprensione delle cose, leggere nel dolore una via d’accesso alla comprensione delle cose. Questo motivo è al centro del pensiero tragico di Eschilo – riaffiora in Nietzsche che parla di saggezza nel dolore, non indipendente dal dolore. O in Baudelaire che nell’iperstimolazione nervosa della vita urbana, in un mondo alienato, reificato, traumatico va in contro al trauma, lo cerca, dice Benjamin, perché cerca l’incontro con il non senso, perché sa che può e deve trovare nel non senso della realtà un’occasione di risveglio del senso, lo trasforma in uno strumento conoscitivo. Severino che riconosce la valida teoretica dell’opera di Eschilo per ragioni completamente diverse fa riferimento al fatto che Eschilo per primo indica nell’episteme, nella metafisica, nell’idea degli eterni il rimedio da opporre all’angoscia del divenire. Superamento del mito in direzione di un logos che si fa episteme, epi istemi, dominare il divenire attraverso la costruzione degli eterni, degli immutabili. Per esempio Zeus che diventa l’immagine del senso con la S maiuscola. Questa postura nei confronti di Leopardi era già diffusa ai tempi di Leopardi, quando lui era ancora in vita, egli ha avuto notizia di questo modo di intendere la sua opera. In qualche modo Leopardi si è dovuto da sempre confrontare con questo atteggiamento. C’è una lettera di Leopardi importante a Luigi de Sinner del 24 maggio 1832: “Io faccio obiezione a quelli che hanno voluto considerare le mie opinioni filosofiche come il risultato dei miei mali fisiche e che si sono ostinati ad attribuire a circostanze materiali particolari quel che è frutto soltanto del mio intelletto. Prima di morire voglio protestare contro questa invenzione della pochezza mentale e della volgarità e pregare i miei lettori di impegnarsi a demolire le mie osservazioni e i miei ragionamenti, piuttosto che delimitarsi ad imputarli alle mie malattie” Perché nel momento in cui si liquida il discorso leggendolo come quell’effetto di quella causa che sarebbe la malattia, il pensiero leopardiano diventa non più degno di essere discusso. Leopardi vuole che si vada nel merito del suo pensiero. Il Motivo compare anche nelle “Operette morali” per esempio nel “Dialogo di Timandro ed Eleandro” scritta nel 23, presente già nella prima edizione milanese e nel “Dialogo di Tristano e di un amico” del 32, quindi presente nella seconda edizione. Nietzsche come Leopardi sono autori inattuali. Diceva Nietzsche: “Si tratta di agire nel proprio tempo, contro il proprio tempo a favore se possibile di un tempo venturo”. L’artista incarna l’altro del presente, la voce capace non soltanto di contraddire l’esiste, cioè la logica dominante del mondo, ma anche di indicare nel presente le possibilità inespresse, implicitamente costudite. Il modo in cui il mondo a lui contemporaneo ha reagito (all’opera di Leopardi); un libro malinconico, sconsolato, disperato. Quel libro sono le “Operette morali”, è una meta riflessione. Libro in cui Tristano afferma l’infelicità costitutiva della vita, il non senso della realtà. Qui il riferimento è al modo in cui quel libro è stato accolto dai lettori. Il dialogo di Tristano e un amico è una falsa palinodia, cioè una falsa ritrattazione. Tristano finge di aver cambiato idea – mi sono sbagliato, non è vero, il mondo non è infelice – finge di identificarsi con il senso comune egemone per decostruirlo dall’interno. La mimesi, l’identificarsi con il non identico, l’assimilazione dell’eterogeneo. Adorno dice che la mimesi è l’impulso a farsi uguale a ciò che è altro da sé, come il mimo che fa come qualcun altro. Allora noi continuamente possiamo rintracciar nelle parole di Tristano il momento della palinodia e lo smascheramento del vero senso della palinodia. Nello scrivere quel libro Leopardi/Tristano fa appello a quella comunità del senso che è una comunità del sentire. Discorso presente già nella lettera a de Sinner, quasi questa è una previa risposta alle accuse di Croce: Leopardi proietta a livello ontologico, cosmico, universale una condizione sua particolare, che non riguarda la realtà delle cose, riguarda soltanto lui, dunque è irrilevante, non ha contenuto di verità. Aristotele dice che si dà scienza solo di ciò che può essere predicato di molti, cioè l’individuo sfugge alla trattazione epistemica, quindi che a Leopardi venga detto questo, da un punto di vista aristotelico, destituisce il fondamento del discorso di Leopardi. Svalutazione radicale della portata filosofica dell’opera leopardiana.

Ecco il punto: il riso, il comico. Qui innanzitutto il comico significa questo. Si ride dei negatori del vero, cioè di chi crede della felicità della vita, di chi nega il non senso della realtà, di chi nega l’acerbo vero, di chi nega l’infinita vanità del tutto. Di costoro si ride. Anche se non si ride solo di questo, dei negatori del vero, ma si ride anche di chi quel vero sostiene, cioè si ride degli stessi affermatori del vero, perché non ci si può limitare all’affermazione del fatto che tutto è nulla. Se ci si limitasse a questa affermazione il risultato sarebbe l’indifferenza, l’infingardaggine. Perché quella stessa affermazione diventerebbe un dato intrascendibile, che ci schiaccia. E allora anche di quell’acerbo vero si deve poter ridere, di un riso pensante e consapevole del tragico.

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