Maria Cristina Falessi
Alla fine del 1847, Marx e Engels vengono incaricati dalla Lega dei comunisti della stesura del Manifesto. Con la Lega dei comunisti poi con l’Internazionale (tra il 1864 e il 1876), Marx e Engels si trovano di fronte al problema, ben più concreto rispetto al periodo precedente, di tradurre il materialismo storico (che pure implicava una teoria della rivoluzione e del comunismo) in una politica in atto. In particolare, il concetto di sistema, definito nella Ideo logia tedesca, viene messo alla prova di una figura determinata della storia umana, cioè del sistema borghese-capitalistico. Dobbiamo usare questa espressione, con il trattino, perché i due aggettivi – borghese e capitalistico – non hanno lo stesso significato né la stessa periodizzazione. La borghesia è una classe che, in alleanza con le classi popolari, compie una rivoluzione progressiva, che libera i popoli europei dal sistema del privilegio, costruisce gli Stati nazionali e inaugura un libero mercato. La sua ideologia è il liberalismo, dove la proprietà privata è legittimata dal lavoro (si pensi a Locke) e che si propone di garantire una serie di libertà nei confronti degli abusi del potere politico. La borghesia, come vedremo, è una classe rivoluzionaria, la più im portante della storia. Però essa, nel momento in cui emancipa l’uomo dal privilegio, prosegue una storia di sfruttamento. Anche il borghese è un signore, un consumatore, anche se non più un consumatore improduttivo, ma produttivo, che investe razionalmente il profitto per accrescere il processo di accumulazione. Perciò il mondo borghese incontra un limite storico insuperabile nella costruzione del sistema del capitale. A un certo punto, le ragioni del ca pitale entrano in aperto contrasto con i princìpi della civiltà borghese. Il borghese è un soggetto rivoluzionario, è una classe, il capitalista è il funzionario di un sistema, che ha in sé stesso la sua regola, che ha come unico fine l’accumulazione. Perciò nel punto essenziale la storia borghese (libertà, mercato, proprietà privata) entra in contraddizione con il sistema mondiale che ha edi ficato. La civiltà borghese diventa una civiltà del capitale, e il borghese, come classe, è degradato a funzione di un sistema oggettivo. La rivoluzione borghese crea le condizioni di un sistema, il capitale, che ne dissolve la visione del mondo, la forma di civiltà. Ecco perché ha grande importanza in Marx il 1848 e perché, nel marxismo, ha grande importanza la periodizzazione successiva, il “fine secolo” e l’età dell’imperialismo.
Quando la borghesia abbandona i suoi valori, nasce veramente il sistema del capitale. A quel punto il proletariato, il soggetto rivoluzionario, diventa l’erede di quella storia borghese, ne raccoglie la promessa di libertà, di eguaglianza, di democrazia. Questo passaggio dei valori di civiltà nel campo del lavoro operaio rappresenta la grande svolta nella storia contemporanea. La costruzione della democrazia diventa il compito specifico del movimento operaio. Engels espresse questo concetto di eredità nella Introduzione del 1895.
L’ironia della storia capovolge ogni cosa. Noi, i “rivoluzionari”, I “sovversivi”, prosperiamo molto meglio coi mezzi legali che coi mezzi illegali e con la sommossa. I partiti dell’ordine, com’essi si chiamano, trovano la loro rovina nell’ordinamento legale che essi stessi hanno creato. Essi gridano disperatamente: la légalité nous tue, la legalità è la nostra morte; mentre noi in questa legalità ci facciamo i muscoli forti e le guance fiorenti, e pro speriamo ch’è un piacere. E se non commetteremo noi la pazzia di lasciarci trascinare alla lotta di strada per far loro piacere, alla fine non rimarrà loro altro che spezzare essi stessi questa legalità divenuta loro così fatale.
La prima parte del Manifesto ha come titolo Borghesi e proletari. Fin dalle prime pagine vi si legge qualcosa di inaudito, che non può essere trovato in nessun testo precedente della letteratura rivoluzionaria. Marx ed Engels giungono a un vero e proprio elogio della borghesia, come classe autenticamente rivoluzionaria. Il capitolo si apre con l’indicazione del senso della storia umana. Questo senso è il conflitto sociale:
La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi.
Si parla della Geschichte, della storia. Tutta la storia ha questo significato, di essere Geschichte von Klassenkämpfen. Ma cosa è una classe? Marx parla di patrizi, di schiavi, di artigiani e così via. Una classe non è una associazione volontaria (come un partito) né un gruppo sociale che si costituisca, poniamo, per affinità di interessi. La classe è un dato oggettivo della forma sociale. Le classi possono diventare partiti, sindacati, associazioni, ma intanto esistono in quanto classi, cioè come funzioni oggettive del sistema. In maniera altrettanto oggettiva esse sono in lotta con altre classi, cioè manifestano immediatamente un conflitto con altre classi che hanno interessi opposti. Questa è la struttura oggettiva della storia umana, dal momento in cui, come sappiamo, la civiltà si è costituita attraverso la divisione del lavoro tra mano e mente, tra prassi e intelletto, tra produzione e consumo. Dunque nella storia vi sono le classi e queste classi sono portatrici di una forma sociale, di una visione del mondo, che è in aperto conflitto con quella di altre classi.
Subito dopo Marx ed Engels chiariscono il senso di questo conflitto. In generale si tratta del conflitto fra «Unterdrücker und Unterdrückte», tra «op pressori e oppressi». Questo conflitto che attraversa la storia viene specificato in senso storico:
Uomo libero e schiavo, patrizio e plebeo, barone e servo della gleba, membro di una corporazione e artigiano, in breve oppressore e oppresso si sono sempre reciprocamente contrapposti, hanno combattuto una battaglia ininterrotta, aperta o nascosta, una battaglia che si è ogni volta conclusa con una trasformazione rivoluzionaria dell’intera società o con il comune tramonto delle classi in conflitto. (p. 7)
Il passaggio è di grande significato. Nella storia si contrappongono oppressori e oppressi. Che vi sia questa dialettica è una necessità inderogabile. Questi opposti danno sempre luogo a una battaglia: bald versteckten, bald offenen Kampf. Der Kampf, la lotta, può essere offenen, aperta, o versteckten, nasco sta, latente. Ci sono periodi, o intere epoche, in cui il combattimento non si vede, è sottotraccia, sembra scomparso.
Inoltre, se il conflitto è una necessità inderogabile, il risultato storico non ha lo stesso carattere di necessità, è aperto a due esiti differenti. Il conflitto può finire con una Umgestaltung, con una trasformazione, dell’intera forma sociale, oppure con uno Untergang, un tramonto, uno sfacelo, un naufragio comune di entrambe le classi in lotta.
- Il disincanto
Però questo conflitto è pervenuto a un punto culminante, che Marx ed Engels definiscono die Epoche der Bourgeoisie, «l’epoca della borghesia» (p. 7). Perché l’epoca borghese è culminante nella storia? Come Marx ed Engels si esprimono, la borghesia «ha strappato il commovente velo sentimentale» (p. 9), ha «svelato» la realtà sociale, ha guardato il mondo «con occhio disincantato» (p. 10). L’epoca della borghesia è l’epoca del disincanto: «solo la borghesia ha dimostrato che cosa possa compiere l’attività dell’uomo» (p. 10). Scrivono così: La borghesia ha avuto nella storia una funzione sommamente rivoluzionaria. Dove è giunta al potere, essa ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliache. Essa ha lacerato senza pietà i variopinti legami che nella società feudale avvincevano l’uomo ai suoi superiori naturali, e non ha lasciato tra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, lo spietato «pagamento in contanti». Essa ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i santi fremiti dell’esaltazione religiosa, dell’entusiasmo cavalleresco, della sentimentalità piccolo-borghese. Ha fatto della dignità personale un semplice valore di scambio; e in luogo delle innumerevoli franchigie faticosamente acquisite e patentate, ha posto la sola libertà di commercio senza scrupoli. In una parola, al posto dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche, ha messo lo sfruttamento aperto, senza pudori, diretto e arido.
La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte quelle attività che per l’innanzi erano considerate degne di venerazione e di rispetto. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, lo scienziato in suoi operai salariati.
La borghesia ha strappato il velo di tenero sentimentalismo che avvolgeva i rapporti di famiglia, e li ha ridotti a un semplice rapporto di denari.
La borghesia ha messo in chiaro come la brutale manifestazione di forza, che i reazionari tanto ammirano nel Medioevo, avesse il suo appropriato completamento nella più infingarda poltroneria. Essa per prima ha mostrato che cosa possa l’attività umana. Essa ha creato ben altre meraviglie che le piramidi d’Egitto, gli acque dotti t romani e le cattedrali gotiche; essa ha fatto ben altre spedizioni che le migrazioni dei popoli e le Crociate.
La borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali. Prima con dizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l’immutata conserva zione dell’antico modo di produzione. Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’incessante scuotimento di tutte le condizioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca borghese da tutte le altre. Tutte le stabili e irrugginite condizioni di vita, con il loro seguito di opinioni e credenze rese venerabili dall’età, si dissolvono, e le nuove invecchiano prima an cora di aver potuto fare le ossa. Tutto ciò che vi era di stabilito e di rispondente ai vari ordini sociali si svapora, ogni cosa sacra viene -Consacrata e gli uomini sono finalmente costretti a considerare con occhi liberi da ogni illusione la loro posizione nella vita, i loro rapporti reciproci.
Inoltre la borghesia ha unificato il mercato mondiale, «ha dato un’impronta cosmopolitica» al mondo, ha generato «uno scambio universale, una interdipendenza universale tra le nazioni», non solo sul piano economico ma anche su quello intellettuale.
Sfruttando il mercato mondiale la borghesia ha reso cosmopolita la produzione e il con sumo di tutti i paesi. Con gran dispiacere dei reazionari, ha tolto all’industria la base nazionale. Le antichissime industrie nazionali sono state e vengono, di giorno in giorno, annichilite. Esse vengono soppiantate da nuove industrie, la cui introduzione è questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili — industrie che non lavorano più materie prime indigene, bensì materie prime provenienti dalle regioni più remote, e i cui prodotti non si consumano soltanto nel paese, ma in tutte le parti del mondo. Al posto dei vecchi bisogni, a soddisfare i quali bastavano i prodotti nazionali, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. In luogo dell’antico isolamento locale e nazionale, per cui ogni paese bastava a se stesso, subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni luna dall’altra. E come nella produzione mate riale, cosi anche nella spirituale. I prodotti spirituali delle singole nazioni diventano patrimonio comune. La unilateralità e la ristrettezza nazionale diventano sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali esce ima letteratura mondiale. Col rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà anche le nazioni più barbare. I tenui prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con cui essa abbatte tutte le muraglie cinesi, e con cui costringe a capitolare il più testardo odio dei barbari per lo straniero. Essa costringe tutte le nazioni ad adottare le forme della produzione borghese se non vogliono perire; le costringe a introdurre nei loro paesi la cosiddetta civiltà, cioè a farsi borghesi. In una parola, essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza. La borghesia ha assoggettato la campagna al dominio della città1. Ha creato città enormi, ha grandemente accresciuto la popolazione urbana in confronto con quella rurale, e cosi ha strappato una parte notevole della popolazione all’idiotismo della vita rustica. Come ha assoggettato la campagna alla città, cosi ha reso di pendenti dai popoli civili quelli barbari e semibarbari, i popoli contadini dai popoli borghesi, l’Oriente dall’Occidente.
La borghesia sopprime sempre piu il frazionamento dei mezzi di produzione, della proprietà e della popolazione. Essa ha agglomerato la popolazione, ha centra lizzato i mezzi di produzione e concentrato la proprietà in poche mani. Ne è risultata come conseguenza necessaria la centralizzazione politica. Province indipendenti, quasi appena collegate tra loro da vincoli federali, pro vince con interessi, leggi, governi e dogane diversi, sono state strette in una sola nazione, con un solo governo, una sola legge, un solo interesse nazionale di classe, un solo confine doganale.
Nel suo dominio di classe, che dura appena da un secolo, la borghesia ha creato delle forze produttive il cui numero e la cui importanza superano quanto mai avessero fatto tutte insieme le generazioni passate. Soggiogamento delle forze naturali, macchine, applicazione della chimica all’industria e all’agricoltura, navigazione a vapore, ferrovie, telegrafi elettrici, dissodamento di intieri continenti, fiumi resi navigabili, intiere popolazioni sorte quasi per incanto dal suolo — quale dei secoli passati avrebbe mai presentito che tali forze produttive stessero sopite in grembo al lavoro sociale?
Abbiamo però veduto che i mezzi di produzione e di scambio sulla cui base si eresse la borghesia, furono generati in seno alla società feudale. A un certo grado dello sviluppo di questi mezzi di produzione e di scambio, le condizioni nelle quali la società feudale pro duceva e scambiava, vale a dire l’organizzazione feudale dell’agricoltura e della manifattura, in una parola i rapporti feudali di proprietà, non corrisposero più alle forze produttive già sviluppate. Quelle condizioni, invece di favorire la produzione, la inceppavano. Esse si trasfor mavano in altrettante catene. Dovevano essere spezzate, e furono spezzate.
Come vedete, la borghesia ha assoggettato la campagna alla città, vincendo «l’idiotismo della vita rurale», e ha accentrato lo Stato politico svelando la vera natura dello Stato: «il potere statale moderno non è che un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese».
Veniamo a un altro aspetto di questa pagina del Manifesto. Marx ed Engels affermano che la borghesia, in quanto «potenza sociale», genera la propria contraddizione, la ragione del suo superamento. La lezione della dialettica hegeliana si riassume tutta in questa concezione, nel rapporto necessario fra contraddizione e superamento. La borghesia, scrive, è come il mago che non riesce più dominare le potenze evocate: «gleicht dem Hextenmeister». Der Hexen meister è propriamente lo stregone. Come lo sciamano, anche la borghesia evoca le potenze degli inferi. Ma lo sciamano le evoca per sconfiggerle, per farne l’incantesimo. Invece la borghesia le evoca ma non può incantarle:
I rapporti borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, in somma la moderna società borghese, che ha come per incantesimo prodotto mezzi di produzione e di scambio tanto potenti, è come l’apprendista stregone incapace di controllare le potenze sotterranee da lui stesso evocate. La storia dell’industria e del commercio è ormai da decenni solo la storia della sollevazione delle moderne forze produttive contro i moderni mezzi di produzione, contro i rapporti di proprietà che esprimono le condizioni di esistenza e di dominio della borghesia.
Il volto oggettivo di questa contraddizione sono le crisi di sovraproduzione:
Nelle crisi scoppia una epidemia sociale che in ogni altra epoca sarebbe apparsa un controsenso: l’epidemia della sovrapproduzione. La società si trova improvvisamente ri cacciata in uno stato di momentanea barbarie; una carestia, una guerra generale di sterminio sembrano averle tolto tutti i mezzi di sussistenza; l’industria, il commercio sembrano annientati, e perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le for ze produttive di cui essa dispone non giovano più a favorire lo sviluppo della civiltà borghese e dei rapporti della proprietà borghese; al contrario, esse sono dive nute troppo potenti per tali rapporti, sicché ne vengono inceppate; e non appena superano questo impedimento gettano nel disordine tutta quanta la società borghese, minacciano l’esistenza della proprietà borghese. I rap porti borghesi sono diventati troppo angusti per conte nere le ricchezze da essi prodotte. Con quale mezzo riesce la borghesia a superare le crisi? Per un verso, di struggendo forzatamente una grande quantità di forze produttive; per un altro verso, conquistando nuovi mercati e sfruttando più intensamente i mercati già esistenti. Con quale mezzo dunque? Preparando crisi più estese e più violente e riducendo i mezzi per prevenire le crisi.
Le armi con cui la borghesia ha abbattuto il feudalesimo si rivolgono ora contro la borghesia stessa.
La sovraproduzione innesca una sequenza micidiale. Spinta dalla propria energia economica, la borghesia produce più di quanto il mercato può assorbire. Questo la porta a distruggere le forze produttive oppure a cercare nuovi mercati: colonialismo e guerra.
Come vedete, c’è una stretta necessità nella crisi. Il sistema non ha, in ultima istanza, le risorse per assorbire le crisi che produce nel suo seno. È un problema che si riaprirà nel terzo libro del capitale (la caduta tendenziale) e in tutta la storia del marxismo.
Nella lezione di martedì abbiamo osservato che civiltà borghese e sistema del capitale non hanno lo stesso significato. La borghesia è una classe rivoluzionaria, che compie una rivoluzione progressiva, capace di abbattere il sistema signorile del privilegio in alleanza con le classi popolari. Possiamo dire che quei due termini – civiltà borghese e sistema del capitale – rappresentano anche i due momenti dell’analisi di Marx. Dal Manifesto agli scritti storici, il problema di Marx è la rivoluzione borghese europea, lo studio del suo signifi cato e delle sue fasi. Nel periodo di Londra il problema principale diventa il risultato di quella rivoluzione, cioè il sistema del capitale e il mercato mondiale.
Come abbiamo osservato, la rivoluzione borghese è la storia di una pro messa di liberazione. La borghesia, con la sua rivoluzione, promette di liberare l’uomo dal privilegio, cioè dal sistema signorile, e di costruire progressiva mente un ordine di libertà e di democrazia. Perciò la sua ideologia è il liberalismo. Da Locke all’illuminismo a Hegel, la sua filosofia è una filosofia della libertà. Però questa promessa non si realizza. Qui sorge il problema della modernità. La storia borghese combatte il privilegio signorile ma, al tempo stesso, prosegue la storia signorile e, anzi, la porta a compimento. Invece di superare lo sfruttamento, lo perfeziona. Non supera la preistoria, ma è dentro la preistoria e la conclude. Se tutta la storia è una storia alienata (originata dalla di visione tra produzione e consumo, dalla frattura del genere umano), la borghesia porta questa alienazione al massimo grado. Il motivo di questo risultato è il capitale, il sistema del capitale.
Perciò (come vedremo meglio) la storia borghese ha due tempi. La storia borghese nasce come processo rivoluzionario, come movimento liberale, lotta contro il privilegio. Borghesia e classi popolari sono alleati contro i vecchi ceti. Ma, a un certo punto, il processo di inverte. La borghesia torna ad allearsi con i vecchi nemici, con i resti dell’aristocrazia, abbandona la filosofia della libertà, diventa reazionaria e costruisce sistemi politici autoritari. La borghesia non è più liberale, usa lo Stato per combattere il proletariato. Questa inversione ha la massima importanza nella storia della rivoluzione borghese. È l’evento fondamentale della storia contemporanea. In quel punto accadono tante cose. In primo luogo, il sistema del capitale consuma le basi stesse della civiltà liberale. Lo Stato liberale è sostituito da regimi autoritari, da vere e proprie dittature. Per conservare il potere economico, la borghesia rinuncia alla pro messa di libertà. È una metabasis, un rovesciamento delle basi del sistema. In secondo luogo, e di conseguenza, il movimento operaio eredita quei valori di libertà e quella promessa di democrazia che la borghesia abbandona. Come scrive Engels nel 1895, «l’ironia della storia capovolge ogni cosa». Da quel momento, il movimento operaio difende le istituzioni di libertà, i parlamenti, costruisce la democrazia. La borghesia entra nella storia dell’imperialismo, del colonialismo, delle dittature del Novecento.
Cosa significa tutto questo? Significa che la promessa di libertà e di demo crazia che aveva animato le rivoluzioni borghesi diventa irrealizzabile nel sistema del capitale. C’è una contraddizione insuperabile tra democrazia e capitalismo. La democrazia non può essere realizzata dentro quella storia alienata, in quella preistoria dello sfruttamento.
Però la rivoluzione borghese lascia il segno. Le sue conquiste sono dura ture, irreversibili. Come abbiamo osservato, essa realizza almeno due cose. Da un lato, l’epoca della borghesia è l’epoca del disincanto. La borghesia toglie il velo, rivela, il fatto dello sfruttamento, che nei sistemi precedenti appariva coperto da innumerevoli rappresentazioni mitologiche, filosofiche o religiose. Ora la lotta è aperta, perché si gioca sul terreno puro e semplice della produzione dell’esistenza, sul terreno dell’economia. D’altro lato, la borghesia uni fica il mondo, porta a compimento la rivoluzione moderna, crea un mercato mondiale, supera i confini delle nazioni. Prestate attenzione a questo passaggio cruciale. Unificazione del mondo, divisione del genere umano. Nel sistema borghese questi due aspetti convivono, si alimentano reciprocamente. La borghesia unifica il mondo sotto il profilo economico, ma lo fa proseguendo una storia di sfruttamento, dove ancora (per usare le parole dell’apostolo Paolo nella lettera ai Galati) c’è il giudeo e il greco, il servo e il libero, il maschio e la femmina. In una parola, la regola della storia umana rimane la stessa: la divisione tra produzione e consumo, tra servo e signore, tra mano e mente, tra uomo e filosofo.
Due tempi della storia borghese. Perciò, in termini hegeliani, contraddizione del sistema generato dalla borghesia. La contraddizione del sistema è, anzitutto, un processo di crisi periodiche, ricorrenti, che segnano la base del sistema. Nel Manifesto (lo abbiamo visto) queste crisi si chiamano crisi di sovraproduzione. Le forze produttive, spinte dal fine dell’accumulazione, crescono in maniera tale che la società civile non può sostenere il peso di questa crescita. L’industria cresce, ma il sistema non ce la fa a sostenere questo ritmo di sviluppo. Ciò che importa è che queste crisi cicliche costringono alla distruzione delle forze produttive, a un arresto del progresso (declino della scienza, dell’occupazione e così via) oppure, finché è possibile, alla guerra. La guerra diventa la regola del genere umano. La ragione della guerra è la creazione di nuovi mercati, il reperimento di manodopera a basso costo, la creazione di nuovi consumatori. Come abbiamo visto, la civiltà borghese si espande, ingloba il sottosviluppo, porta ovunque i propri valori, si fa mondo. Ma la regola di questa espansione è la guerra. Solo attraverso la logica di conquista la borghesia può costruire un proprio sistema-mondo. Ma oltre questa contraddizione oggettiva (la crisi di sovraproduzione, la guerra), c’è anche una contraddizione soggettiva. Il sistema borghese è culmi nante nella storia anche perché, rispetto a tutti i sistemi precedenti, semplifica il conflitto sociale. Nel Manifesto si legge: La moderna società borghese, sorta dalla rovina della società feudale, non ha eliminato i contrasti fra le classi.
L’epoca nostra, l’epoca della borghesia, si distingue tuttavia perché ha semplificato i contrasti fra le classi. La società intiera si va sempre più scindendo in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente opposte l’una all’altra: borghesia e proletariato. La semplificazione operata dalla borghesia ha come effetto la caduta di tutte le classi intermedie nell’orizzonte del proletariato: ciò vale per i conta dini, per la classi medie, per gli intellettuali. La tesi fondamentale è dunque quella di una compiuta polarizzazione del conflitto nell’epoca matura della borghesia. La semplificazione del conflitto riguarda determinati ceti sociali: una parte della borghesia, la piccola borghesia, nella sequenza delle crisi si proletarizza; in particolare gli intellettuali passano dalla parte del proletariato. Leggiamo un brano del Manifesto:
Accade inoltre, come abbiamo già visto, che per il progresso dell’industria intiere parti costitutive della classe dominante vengono precipitate nella condizione del proletariato o sono per lo meno minacciate nelle loro condizioni di esistenza. Anch’esse recano al proletariato una massa di elementi della loro educazione.
Infine, nei periodi in cui la lotta di classe si avvicina al momento decisivo, il processo di dissolvimento in seno alla classe dominante, in seno a tutta la vecchia società, assume un carattere così violento, cosi aspro, che una piccola parte della classe dominante si stacca da essa per unirsi alla classe rivoluzionaria, a quella classe che ha l’avvenire nelle sue mani. Perciò, come già un tempo una parte della nobiltà passò alla borghesia, così ora una parte della borghesia passa al proletariato, e segnatamente una parte degli ideologi borghesi che sono giunti a comprendere teoricamente il movimento storico nel suo insieme.
Di tutte le classi che oggi stanno di fronte alla borghesia, solo il proletariato è una classe veramente rivoluzionaria. Le altre classi decadono e periscono con la grande industria, men tre il proletariato ne è il prodotto più genuino.
Cerchiamo di guardare a fondo in questa tesi della semplificazione, che certo può apparirci molto datata. Tutta la storia umana è una storia di sfruttamento e di lotte di classi, tutta la storia umana rappresenta la divisione tra un signore e un servo. La storia è dialettica, anche se le classi sono frammentate, molteplici. Ora, il sistema borghese riporta la storia al suo principio dialettico: ora non abbiamo più una molteplicità di classi, ma emergono, in forma limpida, le due vere classi della storia, il signore e il servo. Emergono nella figura culminante, come borghese e come proletario, come consumatore e come produttore, come sfruttatore e come produttore. La dialettica borghese svela la dialettica di tutta la storia umana.
Ma c’è un secondo aspetto da sottolineare. Cosa accade quando tutte le classi della società decadono nei due campi nemici (eppure, ricordiamolo, di pendenti l’uno dall’altro, perché il capitalista non può essere tale senza il proletario e l’operaio ha bisogno dell’industria capitalista)? Accade che intorno al proletariato (attraverso questa semplificazione) si costituisce un popolo nazione, la grande maggioranza della nazione (ecco perché la dittatura del proletariato è una dittatura della maggioranza). Il movimento operaio (cioè l’alleanza strutturale della classe operaia con gli altri ceti della società) si costituisce a nazione, proprio come aveva fatto il Terzo Stato di Sieyès nell’Assemblea Nazionale francese. Cosa è il Terzo Stato? È la nazione.
Più complesso è il discorso per das Lumpenproletariat e per i contadini. A differenza della borghesia, il sottoproletariato non «passa al proletariato» ma alla reazione:
Quanto al sottoproletariato, che rappresenta la putrefazione passiva degli strati più bassi della vecchia società, esso viene qua e là gettato nel movimento da una rivoluzione proletaria; ma per le sue stesse condizioni di vita esso sarà piuttosto disposto a farsi comprare e mettere al servizio di mene reazionarie.
Anche il destino dei contadini non è esattamente quello dei piccoli borghesi. Intanto la borghesia ha assoggettato la campagna alla città, strappando gli uomini «all’idiotismo della vita rurale». Nelle conclusioni appare chiaro che il comunismo supera «l’assoggettamento», ma prosegue l’opera della borghesia unificando «l’esercizio dell’agricoltura» con quello dell’industria, quindi industrializzando le campagne. Il contadino si proletarizza, in certo modo, diventando esso stesso operaio, grazie al progresso dell’agricoltura.