Il n. 28 è on-line!

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Mario Lupoli, La filosofia della salvezza di Ruggero Bacone. Fondamenti noetici, antropologici e metafisici di una teologia della storia, Roma, Edizioni Antonianum, 2025, pp. 324, ISBN 978-88-7257-135-4

 

 

 

 

 

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Il professor Mario Lupoli ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia con uno Studio sulla filosofia della storia di Ruggero Bacone presso la Pontificia Università Antonianum, e il post-dottorato con uno studio sul Rapporto tra filosofia dell’attenzione ed ermeneutica storicista nell’ambito del pensiero apocalittico presso l’Instituto de Estudos Filosoficos della Universidade de Coimbra. Insegna filosofia della storia e scrittura scientifica presso la Facoltà di filosofia dell’Antonianum. Collabora con la cattedra di storia della filosofia medievale presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Conduce inoltre attività di insegnamento e ricerca presso diverse facoltà e università. Attualmente concentra la sua attività di studio e ricerca sulle teologie e le filosofie della storia tra basso medioevo e prima modernità. Tra le sue più recenti pubblicazioni, Il limite. Percorsi interdisciplinari di ricerca, curato con il professor A. Bizzozero per l’editore Salvatore Sciascia (2025).
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Davide Tutino, IL MAGO DEL LAGO DEL DRAGO, Verdechiaro Edizioni

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Davide Tutino
Il Mago del Lago del Drago
La Storia che cambiò se stessa 

Romanzo

© 2022 Verdechiaro Edizioni (www.verdechiaro.com)
ISBN 978–88–6623–473–9
Finito di stampare nel mese di ottobre 2022
a cura di Mediagraf spa – Noventa Padovana (Pd)
Immagine di copertina e illustrazioni nel testo
       di Sofia Capacci

 



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Davide Tutino è professore di storia e filosofia. Allievo diretto del maestro Zhang Du Gan nel Baguazhang kungfu. Grazie alla sua famiglia ha sperimentato la connessione tra impegno verso se stesso e verso gli altri, e in questo scritto traspaiono la lotta non violenta e le sue disobbedienze civili, anche attraverso l’evocazione di un suo grande maestro, Marco Pannella. Pannella è qui trasfigurato in Pennabianca, il Gufo che fuma, e che nel nome del libero insegnamento rifiuta di iscriversi all’Ordine dei Gufi.
Proprio per il suo impegno civile e politico è oggi impedito a Davide Tutino l’insegnamento nel proprio paese, in quanto docenti come lui costituiscono per il governo italiano un “cattivo esempio”.
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Pasquale Amato, C’È CASA E CASA, Ed. Moretti & Vitali

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In qualsiasi libreria (on-line o negozio), sul sito dell’editore Moretti & Vitali, o sui vari siti di e-commerce (Amazon, eBay, ecc.):

Pasquale Amato, C’è casa e casa, Ed. Moretti & Vitali

Prefazione di Robert M. Mercurio (Analista junghiano, Presidente dell’ARPA)
Pagine: 128, Brossura / EAN: 9788871868554

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Lettera di Hegel

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Jahrbuch für Hegelforschung (15-17/2009-2011). Hrsg. von Helmut Schneider. 978-3-89665-628-5. (Jahrbuch für Hegelforschung Bd. 15) Burkhard Mojsisch, Klaus J. Schmidt: Ein neu entdeckter Hegel-Brief vom 18. März 1826 di CONSECUTIO TEMPORUM.  

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Colophon

Consecutio Temporum è una rivista a periodicità semestrale.

www.consecutiotemporum.it
(ex www.consecutio.org)

Direttore editoriale: Giuseppe D’Acunto
Direttore responsabile : Massimiliano Polselli
Redazione e Comitato scientifico : Double-blind peer review

ISSN : 2239-1061
Autorizzazione Tribunale Roma n. 68/2011
Editore Associazione Culturale THESIS

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Recensione:

 

Mario Lupoli, La filosofia della salvezza di Ruggero Bacone. Fondamenti noetici, antropologici e metafisici di una teologia della storia, Roma, Edizioni Antonianum, 2025, pp. 324, ISBN 978-88-7257-135-4

 

 

 

Recensione di Pasquale Amato

La filosofia di Ruggero Bacone appare essenzialmente caratterizzata da una funzione destruens. Come scrive nella prefazione il professor Stéphane Oppes, OFM, ciò a cui il nostro francescano si opponeva è uno strumentario di ideologie, precomprensioni e visioni del mondo che rigidamente ostacolavano i cambiamenti e le riforme tese al superamento dello status quo culturale e sociale nel corso del XIII sec. Ed è proprio in tal senso – a noi pare – che il nostro autore Prof. Mario Lupoli, nel suo corposo saggio, espone e porta a tema tale struttura tensionale, tra cambiamento e conservatorismo nel pensiero di Bacone. La funzione dunque di un pensiero come pars destruens nel sistema di Ruggero Bacone non si esplicita solamente sul lato più propriamente logico, formale, ma anche nel programma “utopico“ baconiano, in quanto impegno sociale politico con l’intento di superare una crisi radicale del proprio tempo, tessendo una filosofia della “salvezza”. Da qui, come ben sottolinea l’autore, in primo luogo v’è da parte del nostro filosofo il tentativo di un rinnovamento a tutto tondo sia degli studi, sia della stessa azione storico-redenzionale della Chiesa, e in generale della società Cristiana.

Occorre sottolineare che il corpo sociale e la stessa esperienza storica non saranno per Bacone semplicemente oggetti analitici di studio etico, antropologico, sociale, teologico, ma costituiranno il fine stesso di una universalità colta sotto il segno di una “faglia”, di un’apertura, di un progetto mai terminabile poiché caratterizzato essenzialmente da uno slancio universale e storicamente teleologico dell’umanità che, in quanto essa stessa segnata dall’incedere decisivo verso il Bene, non è da tale progetto alienata. Cosicché la filosofia della salvezza di Bacone punta alla più alta delle meraviglie, come tessuto destinale della filosofia, certamente Cristiana, ma anche e soprattutto umana, ponendo attenzione anche al suo aspetto politico. Colpisce in tal senso la visione escatologica degli ultimi tempi, nei giorni in cui l’anticristo, secondo Bacone, sarebbe stato già in opera, per la qual cosa egli stesso avrebbe scritto al pontefice Clemente IV, affinché i cristiani potessero essere di nuovo messi in condizione di affrontare, con una riforma e una nuova dignità degli studi, gli attacchi imminenti dell’anticristo. Secondo l’interpretazione di Mario Lupoli, sollecitare una riforma degli studi, dare ottimisticamente al popolo di Dio una funzione autentica verso il Bene è alla base del pensiero baconiano. Da qui la renovatio della scienza, della Chiesa e della società, il tutto fondato sulla struttura della identificazione di intellectus agens e Deus.

Ma in quale segno le implicazioni di tale struttura sono ravvisabili nella dimensione dell’agire umano e della possibilità di cambiamenti radicali e profondi della società umana? La risposta di Mario Lupoli ruota intorno al fatto che in Bacone non sorge l’idea di un pensiero genericamente utopista o profetico, quanto piuttosto una riflessione a carattere orizzontalmente emancipativo e liberatore, quasi immanentistico, finalizzato a contrastare il male e dunque la stessa dimensione anticristica, accompagnando così la Chiesa e i cristiani verso una realtà autenticamente pacificata ed eterna.

È altresì noto che Ruggero Bacone attribuì alla matematica un fondamento di conoscenza senza pari. La matematica, come Mario Lupoli afferma nel capitolo secondo del suo saggio, risulterà centrale nella stessa teologia della storia che Bacone svilupperà. È senza dubbio vero che la stessa filosofia per Bacone poggia necessariamente sulle dimostrazioni efficaci della matematica. Ne segue che la matematica è anche il fondamento del ragionamento possibile da attuare in teologia. Assume qui particolare rilievo per Bacone la simbologia fondamentale del Dogma Trinitario, in corrispondenza dell’unità dell’essenza del triangolo ricavata dagli elementi della matematica euclidea. Nonché i calcoli cronologici nelle cose Divine, fondate secondo Bacone su calcoli a loro volta astronomici, che appunto non possono non essere consaputi sullo studio dei grandi matematici. Il rischio è tuttavia non saper distinguere, ammonisce Bacone, una falsa matematica con la quale si evocano demoni ed entità fittizie, tese al maleficio, affinché intervengano a determinare i movimenti astrali e quindi a modificare gli eventi del mondo verso il trionfo del Male. È netta qui la denuncia di Bacone: l’azione dei falsi matematici, scrive Mario Lupoli, è giudicata come una farsa, ossia come opera di prestigio, di inganno! E tuttavia, proprio da Aristotele deriva l’insegnamento per il quale il cielo influenzi gli eventi del mondo sublunare, riflessione dalla quale Bacone trae validità per l’idea che la forza del cielo influenzi gli accadimenti del mondo sublunare, evidenziando quindi la superiorità del cielo nell’influenzare il mondo terrestre rispetto a quegli stessi elementi strumentali o tecnici che trasformano il mondo. Da qui il chiarimento di una gerarchia tra le forze di “causazione”, che vede al primo posto le influenze astrali, e che appaiono primarie rispetto a quelle artificialmente attivate e prodotte dall’Uomo inteso come artifex.

Dopo tali passaggi ermeneutici, il nostro autore affronta lungo il capitolo V il riferimento alla Res pubblica baconiana, che sotto la guida della Sapienza deve dirigere in primo luogo l’elemento biologico in quanto salute umana garantita e tutelata a livello generalizzato, “poiché solo da qui nasce la promozione del benessere”, come sottolinea Lupoli. Da ciò sorgerà anche il concetto della prolungatio vitae, quest’ultima rappresentata come la potenzialità delle Scienze dell’Uomo, capaci utopicamente di esprimere, per conto dell’uomo, la sua stessa immortalità, che però mai potrà realizzarsi dopo la caduta dell’umanità per via del Peccato Originale, che ne ha limitato l’eternità.

È tuttavia con la resurrezione dei corpi che, per Bacone, i Cristiani recupereranno quella dimensione “Gloriosa” dalla quale ogni corruttibilità sarà cancellata. E proprio in tal senso, ci spiega il Prof. Lupoli, Bacone intende riflettere sulle potenzialità del corpo umano in termini di contrasto della decadenza. Tutto ciò che serve a tale scopo rientra in una rinnovata azione della branca medica, unita anche al posizionamento della sfera alchemica. A questo argomento si collega peraltro il tentativo da parte di Bacone di interpretare il De Civitate di S. Agostino, come matrice della res pubblica in un ordine chiaramente storico, ma ricompreso anche all’interno di una narrazione ierostorica immanente, e al contempo trascendente. Da ciò appare evidente il disegno socio-politico cristiano di Bacone, che sfocia in una Repubblica che soddisfi i bisogni materiali del corpo sociale, ma allo stesso tempo collocata in una Civitas perennemente fondata all’interno di una soglia Divina. Una Repubblica che allo stesso tempo acquisisca una struttura filosofico-politica, resa in atto anche propriamente nell’azione politica di un governo civile, tesa così a completare forme e riforme giuridiche e assetti normativi, in tal modo garantendo Pace e Giustizia e rifacendosi ermeneuticamente agli esempi concreti delle Sacre Scritture e alle opere dei Santi.

Dal saggio di Mario Lupoli, per chiudere, emerge una Provvidenza che cura e che è in opera come cinghia di trasmissione tra un’ontologia trascendente e un ordine di immanenza ontica, in quanto espressione di un “esistente salvato nei fenomeni nella e dalla stessa Necessità”.

Il concetto di necessariamente esistente ritorna più volte nel finale del saggio: ogni esistenza, afferma Lupoli, è un eccesso che appartiene a Dio e che fluisce da Dio come bene assoluto, rispetto al quale Dio agisce come un atto di intellezione. Ma è proprio da tale atto come amore di Dio stesso che nulla impedisce che gli enti derivino da Lui.

È chiaro che, per Bacone, il ruolo degli scritti di Avicenna saranno fonte fondamentale per interpretare il piano del nodo e dell’intreccio tra immanenza e trascendenza, così come tra intelletto e corpo.

Tornando alle prime battute del saggio, il nostro autore si occupa anche di tutta l’ermeneutica riguardante il libro apocalittico di Giovanni, dando risalto alle varie interpretazioni, a partire da Gioacchino da Fiore, di cui nel primo capitolo Lupoli espone l’interpretazione letterale dall’ebraico antico del tetragramma divino. Faranno da contraltare Tommaso D’Aquino critico dell’apocalittica gioachimita, Bonaventura che esporrà una rilettura moderata dello stesso gioachimismo, fino a Grossatesta la cui lettura tradizionale assumerà del pensiero di Bacone una interessante e autonoma dimensione ermeneutica.

Il volume di Mario Lupoli si presenta come un tentativo ambizioso di ricostruire l’unità teorica del pensiero di Ruggero Bacone, assumendo come chiave di lettura non la sola dimensione epistemologico-metodologica (pur imprescindibile), ma una più ampia teologia della storia fondata su tre assi: noetica, antropologia e metafisica. Il punto qualificante del lavoro è l’assunzione di Bacone come autore strutturalmente tensionale: da un lato la critica alle inerzie dottrinali e istituzionali (pars destruens), dall’altro la proiezione riformatrice che investe la scienza, la Chiesa e la res publica come luoghi storici della “salvezza”.

La proposta interpretativa di Lupoli mira dunque a spostare l’immagine, talora semplificata, di Bacone come precursore della modernità scientifica, verso una figura più complessa: un pensatore per il quale la riforma del sapere non è mai neutrale, bensì ordinata a un compito storico-redenzionale.

Uno dei meriti più consistenti del libro sta nel mostrare come la critica baconiana non si esaurisca nella denuncia di errori metodologici o di cattive pratiche scolastiche, ma funzioni come dispositivo di rottura contro uno strumentario di precomprensioni culturali che impediscono la riforma. In questa prospettiva, la pars destruens diventa un momento interno a un disegno positivo: liberare condizioni di possibilità per un sapere efficace e moralmente orientato.

Lupoli valorizza altresì con decisione il ruolo della matematica e delle scienze nel costituire una razionalità “forte” che, in Bacone, non resta confinata alla natura, ma diviene pertinente anche alla teologia (cronologie, calcoli, uso disciplinato delle dimostrazioni). Ciò consente di comprendere la riforma degli studi come infrastruttura cognitiva di un programma storico: la scienza è assunta come fattore di responsabilizzazione del corpo ecclesiale e sociale, non come autonomia secolarizzata.

Particolarmente fecondo è l’allargamento dell’orizzonte alla dimensione politico-sociale: la res publica viene letta come campo in cui la “sapienza” deve tradursi in tutela del bene comune (salute, ordine, pace, giustizia). In tal modo il lavoro di Lupoli evita l’equivoco di un Bacone ridotto a profeta apocalittico o tecnocrate ante litteram: l’elemento riformatore resta inscritto in una teleologia del bene che tocca istituzioni, scienze e pratiche.

La filosofia della salvezza di Ruggero Bacone è un’opera di taglio sistematico che ha il merito di riaprire Bacone a una lettura “integrale”, mostrando l’intreccio tra critica epistemica, progetto riformatore e teleologia storica. La tesi centrale è complessivamente persuasiva nella misura in cui restituisce al pensiero baconiano la sua intenzionalità pratica e politico-ecclesiale. Le principali criticità derivano dal carattere stesso dell’operazione: l’unificazione interpretativa è feconda, ma talora rischia di attenuare le discontinuità e le ambivalenze interne del corpus baconiano, che potrebbero invece essere assunte come dato teorico e non come residuo da ricomporre.

 


Il professor Mario Lupoli ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia con uno Studio sulla filosofia della storia di Ruggero Bacone presso la Pontificia Università Antonianum, e il post-dottorato con uno studio sul Rapporto tra filosofia dell’attenzione ed ermeneutica storicista nell’ambito del pensiero apocalittico presso l’Instituto de Estudos Filosoficos della Universidade de Coimbra. Insegna filosofia della storia e scrittura scientifica presso la Facoltà di filosofia dell’Antonianum. Collabora con la cattedra di storia della filosofia medievale presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Conduce inoltre attività di insegnamento e ricerca presso diverse facoltà e università. Attualmente concentra la sua attività di studio e ricerca sulle teologie e le filosofie della storia tra basso medioevo e prima modernità. Tra le sue più recenti pubblicazioni, Il limite. Percorsi interdisciplinari di ricerca, curato con il professor A. Bizzozero per l’editore Salvatore Sciascia (2025).

 

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Intelligenza Artificiale, Negazione e Godimento. Lacan e Hegel di fronte al cyberspazio

Abstract

Questo saggio si colloca all’incrocio tra filosofia contemporanea e psicoanalisi, assumendo come oggetto di indagine la trasformazione delle strutture della soggettività nell’epoca del cyberspazio e dell’Intelligenza Artificiale. L’ipotesi di fondo è che tali dispositivi non costituiscano semplicemente un progresso tecnico, ma producano una riconfigurazione profonda del regime simbolico entro cui si articolano linguaggio, desiderio e godimento. In questa prospettiva, il riferimento congiunto a Jacques Lacan e a G.W.F. Hegel consente di mettere a fuoco la posta teorica di tale trasformazione, là dove è in gioco la funzione della negatività.
Sul versante psicoanalitico, il saggio interpreta l’Intelligenza Artificiale come una nuova macchina del Simbolico, capace di generare catene significanti autonome e di simulare l’istanza del grande Altro. In termini lacaniani, essa viene analizzata come una configurazione tecnica della funzione i(a), ossia come una produzione seriale di significanti padroni direttamente articolati sull’oggetto a, che tende a elidere la mediazione della mancanza simbolica. L’IA non è pertanto un soggetto, ma un Altro senza inconscio: un Altro che opera senza rimozione e senza desiderio, ma che incide in modo determinante sulla struttura dell’inconscio umano, favorendo la diffusione di un godimento Uno, immediato e non dialettizzabile.
Sul piano filosofico, tale configurazione viene messa in relazione con la dialettica hegeliana dell’essere e del nulla e con la funzione della Negazione come principio generativo del divenire e del concetto. Se in Hegel la negatività costituisce il motore della mediazione e impedisce la fissazione dell’essere in una positività immediata, nel regime algoritmico dell’Intelligenza Artificiale la negazione tende invece a essere neutralizzata, producendo una circolazione autoreferenziale del sapere come puro dato. Questa rimozione del negativo determina una convergenza strutturale tra il funzionamento dell’IA e il discorso del capitalista, così come formalizzato da Lacan, in cui il sapere è separato dalla verità e il soggetto ridotto a punto di consumo del godimento. Il saggio sostiene che solo una lettura congiunta di Lacan e Hegel consente di cogliere il nucleo critico di tale trasformazione: il rischio di una cancellazione del desiderio come effetto della negazione e, insieme, la necessità di pensare forme di resistenza simbolica capaci di reinscrivere la mancanza e il negativo all’interno stesso del cyberspazio.

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Artificial Intelligence, Negativity and Jouissance: Lacan and Hegel confronting Cyberspace

Abstract

This essay is situated at the intersection of contemporary philosophy and psychoanalysis and addresses the transformation of subjectivity in the age of cyberspace and Artificial Intelligence. Its central claim is that these technological dispositifs do not merely represent technical progress, but rather bring about a structural reconfiguration of the symbolic regime within which language, desire, and jouissance are articulated. From this perspective, the combined reference to Jacques Lacan and G.W.F. Hegel allows for a critical interrogation of the theoretical stakes of this transformation, precisely where the function of negativity is at issue. From a psychoanalytic standpoint, Artificial Intelligence is interpreted as a new machine of the Symbolic, capable of producing autonomous chains of signifiers and of simulating the instance of the big Other. In Lacanian terms, AI can be understood as a technical configuration of the function i(a): a serial production of master signifiers directly articulated with object a, which tends to bypass the mediation of symbolic lack. AI is therefore not a subject, but an Other without an unconscious—an Other that operates without repression, slips, or desire, yet one that profoundly affects the structure and modalities of manifestation of the human unconscious, fostering the emergence of a One-jouissance that is immediate and non-dialectical. On the philosophical level, this configuration is brought into dialogue with the Hegelian dialectic of being and nothingness, and more specifically with the function of Negativity as the generative principle of becoming and of the Concept. Whereas in Hegel negativity prevents being from stabilizing itself in an immediate positivity and instead opens the space of mediation and determination, the algorithmic regime of Artificial Intelligence tends to neutralize negativity in favor of a self-referential circulation of data and information. In this sense, AI appears as a regime of positivity without negation, in which knowledge functions independently of lack. The essay argues that this neutralization of negativity produces a structural convergence between the functioning of Artificial Intelligence and what Lacan formalized as the discourse of capitalism: a discourse in which knowledge is radically separated from truth, and the subject is reduced to a point of consumption of jouissance. Within this framework, AI operates as an accelerator of the capitalist logic of enjoyment, progressively displacing desire in favor of an integral management of jouissance. To address Lacan, Artificial Intelligence, and Hegel today thus means to interrogate the destiny of the subject in the age of advanced technics, where language seems to function without a body and knowledge without lack. The essay contends that only a theoretical perspective capable of holding together Lacanian psychoanalysis and the dialectics of negativity can identify the critical core of this transformation: the risk of an erasure of desire as an effect of the foreclosure of negation, and, at the same time, the possibility of thinking forms of symbolic resistance that reinscribe lack and negativity within cyberspace itself.

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Recensione

 

 

 

Massimiliano Polselli,
Lacan e il Cyberspazio
Supplemento cartaceo al n. 28
della rivista Consecutio Temporum

 

 

 

Recensione di Franca Sera

Il saggio muove dalla constatazione che il cyberspazio e l’Intelligenza Artificiale non costituiscono semplicemente nuove tecnologie, ma configurano una trasformazione strutturale del regime simbolico, immaginario e reale entro cui si organizza l’esperienza soggettiva contemporanea. In questo quadro, il pensiero di Jacques Lacan si rivela uno strumento teorico imprescindibile, poiché consente di interrogare tali mutamenti non sul piano funzionale o tecnico, ma sul piano della costituzione del soggetto, del desiderio e del godimento.

L’ipotesi di fondo, sviluppata nel progetto di ricerca di Massimiliano Polselli, è che l’I.A. e il cyberspazio operino come nuove macchine del Simbolico: dispositivi capaci di produrre catene significanti autonome, simulare l’Altro del linguaggio e riorganizzare le modalità di accesso al sapere, alla domanda e al riconoscimento. In tal senso, l’I.A. non va pensata come un soggetto, bensì come una forma inedita di Altro senza inconscio, che tuttavia incide direttamente sul modo in cui l’inconscio umano si struttura e si manifesta.

Il saggio mostra come categorie lacaniane fondamentali — quali il Nome-del-Padre, il grande Altro, l’oggetto a, il godimento e il discorso del capitalista — risultino oggi decisive per comprendere la funzione libidinale degli ambienti digitali, la cattura algoritmica del desiderio e la produzione di un godimento Uno, immediato e non dialettizzabile, che caratterizza l’esperienza soggettiva nel cyberspazio. L’I.A. appare così come un operatore di accelerazione della logica capitalistica del godimento, in cui il sapere è separato dalla verità e reso interamente computabile.

Occuparsi oggi di Lacan e dell’Intelligenza Artificiale significa dunque interrogare il destino del soggetto nell’epoca della tecnica avanzata, là dove il linguaggio sembra funzionare senza corpo e il sapere senza mancanza. Il saggio intende mostrare che solo una lettura lacaniana consente di cogliere il punto critico di questa trasformazione: il rischio di una cancellazione della dimensione del desiderio a favore di una gestione integrale del godimento, e, insieme, la possibilità di pensare nuove forme di resistenza simbolica all’interno stesso del cyberspazio.

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Marx und Bauer und die Religionfrage

Karl Krause (Berlin)

Das Verhältnis des jungen Marx zur Religion, zumindest von 1842 bis 1845, erscheint weitaus komplexer, als die Metapher vom Opium des Volkes vermuten lässt. Zwar existiert eine solche Metapher, auch wenn sie von Kritikern und Apologeten des Marxismus möglicherweise überbewertet wurde, und wir haben sie in der vorherigen Lektion kaum erwähnt. Tatsächlich wirkt sie im Kontext der Passage aus Hegels „Kritik der Rechtsphilosophie“ von 1842 etwas deplatziert. Marx argumentiert, dass Religion zugleich der enzyklopädische Ausdruck des Elends der menschlichen Existenz in einer entfremdenden Gesellschaft und die Sehnsucht nach der Wiedererlangung des eigenen wahren Wertes ist. Wir haben versucht, diesen doppelten Aspekt der religiösen Entfremdung anhand der Thesen über Feuerbach von 1845 zu verdeutlichen; die Opium-Metapher, die im Marxismus des 20. Jahrhunderts dennoch unerwarteten Erfolg hatte, haben wir jedoch nicht behandelt. Religiöses Elend ist einerseits Ausdruck tatsächlichen Elends, andererseits Protest gegen dieses tatsächliche Elend. Religion ist das Stöhnen der Unterdrückten, die Seele einer herzlosen Welt, ebenso wie der Geist eines Lebens ohne Spiritualität. Sie ist das Opium des Volkes. Doch warum wird Religion als „Opium des Volkes“ bezeichnet, wenn sie doch als Seufzer und Sehnsucht der Unterdrückten definiert wird? Opiumkonsumenten seufzen und sehnen sich nach nichts, weil ihr Gewissen und ihre Empfindungen fast völlig erloschen sind. Warum also bediente sich Marx dieser neuartigen und höchst fragwürdigen Metapher?

Mit einigen methodischen Abweichungen glauben wir, dass die Thesen über Feuerbach immer noch den Schlüssel zum Verständnis der Opium-Metapher liefern. Wir zitieren vollständig aus der zweiten These, die wir in der vorherigen Lektion paraphrasiert haben: Die Frage, ob menschliches Denken objektive Wahrheit besitzt, ist keine theoretische, sondern eine praktische. In der Praxis muss der Mensch die Wahrheit beweisen, das heißt die Realität und Kraft, den immanenten Charakter seines Denkens. Die Auseinandersetzung über die Realität oder Nicht-Realität des Denkens – losgelöst von der Praxis – ist eine rein scholastische Frage. Marx bezieht sich hier natürlich auf das philosophische Denken und die unzähligen Streitigkeiten von Descartes bis Kant darüber, was die Wahrheit menschlichen Wissens über die natürliche Wirklichkeit gewährleisten kann. Während Descartes und die Rationalisten glaubten, dass reines, mathematisch-geometrisches Denken die einzige Garantie für Wissenschaft sei, waren die Empiristen (Hobbes, Locke usw.) der Ansicht, dass menschliches Wissen ausschließlich aus Erfahrung stammt. Für Marx sind dies rein akademische Streitigkeiten, da nur die Praxis der Indikator für die Wahrheit des Denkens ist. Das einzige Kriterium für die Wahrheit des Denkens ist die Praxis, die Arbeit, die menschliche Fähigkeit, die gegebene Wirklichkeit zu verändern. So revolutionär diese Auffassung auch sein mag (weil sie die klassische Wahrheitsauffassung als Adaequatio rei et intellectus mit einem Schlag auslöscht), so scheint sie doch zumindest klar: Es gibt keine Wahrheit an sich, keine ewige Wahrheit; Wahrheit ist die Wirksamkeit und Kraft menschlichen Handelns.Und doch folgen unmittelbar darauf die Thesen IV–VII, die wir in der vorherigen Lektion eingehend analysiert haben und die der Religion gewidmet sind. Angesichts der zweiten These drängt sich die Frage nach der Realität religiösen Denkens auf. Warum sollten wir nicht sagen, dass Religion, wenn sie sich als wirksam, ja sogar revolutionär erweist, auch wahr ist? Wenn Wirksamkeit, Kraft und Praxis das einzige Kriterium für Wahrheit sind, wie könnten wir dann die Wahrheit der Religion leugnen, wenn sie für das menschliche Leben wirksam war oder noch ist? Natürlich ist religiöses Denken oder Repräsentation – wir wollen die beiden Begriffe vorerst nicht unterscheiden – für Marx zweifellos eine Frucht der Entfremdung. Das bedeutet aber noch nicht, dass sie nicht wirksam und somit nicht wahr ist. Warum sollte Entfremdung nicht wirksam sein? Wenn dem so wäre, hätte es in der Geschichte nie etwas Wirksames gegeben, denn aus Marx’ Sicht lebte der Mensch stets in einer entfremdeten Gesellschaft. Wenn also die Praxis der Indikator für die Wahrheit des Denkens ist, entsteht ein Problem, das sich nicht allein mit dem Konzept der Entfremdung lösen lässt. Es genügt nicht, Religion als Entfremdung zu bezeichnen, um sie als falsch abzustempeln. Letztlich zeigten Marx’ ökonomische Studien ab 1844, dass selbst die Ware eine Abstraktion ist (genauer gesagt, die Abstraktion des Tauschwerts vom Gebrauchswert); doch Marx hätte niemals behauptet oder gedacht, sie sei realitätsfern. Im Gegenteil, er hätte sie als „reale Abstraktion“ bezeichnet. Ähnliches lässt sich über den Staat und die Rechtsverhältnisse im Allgemeinen sagen: Sie sind zweifellos Abstraktionen, Abstraktionen von der ökonomischen Struktur, aber wirksame Abstraktionen. Abstraktionen mit Realität. Wer könnte die Wirksamkeit des Strafrechts, der Justiz, der Polizei, der politischen Regierung leugnen? Was aber ist von der religiösen Abstraktion zu sagen? Wenn Wirksamkeit das Kriterium für ihre Wahrheit ist, scheint auf den ersten Blick nichts in der Geschichte wirksamer gewesen zu sein. Vielleicht dachte oder hoffte Marx zu seiner Zeit, sie würde bald viel von ihrer Wirksamkeit einbüßen (wenn die Aussage stimmt, die Religionskritik in Deutschland sei nun beendet); doch sie war in der Geschichte gewiss äußerst wirksam. Letztlich hat die Religion offenbar jene europäische Zivilisation geschaffen oder zu ihrer Entstehung beigetragen, die die unabdingbare Voraussetzung der proletarischen Revolution selbst ist. Marx hätte wohl nicht der Schlussfolgerung seines Freundes Engels in dessen Buch über Feuerbach zugestimmt, das eine Kontinuität zwischen Philosophie und proletarischer Revolution herzustellen scheint: Die deutsche Arbeiterbewegung ist die Erbin der klassischen deutschen Philosophie; aber es ist ganz klar, dass die europäische Zivilisation im weitesten Sinne (philosophisch, religiös) nicht gänzlich von der Entwicklung der Arbeiterbewegung und dem daraus resultierenden revolutionären Kampf getrennt werden kann. Daraus sollte man schließen, dass der Gott der Religion, selbst wenn er nun tot ist, in der Vergangenheit sehr wohl lebendig war und – wie der Philosoph Emanuele Severino gesagt hätte – nichts seiner Wiedergeburt in der Zukunft entgegensteht, wie es in der Tat in unserer (nicht Marx’) Zeit der Fall zu sein scheint, aus den in der ersten Vorlesung erläuterten Gründen. Wenn wir, kurz gesagt, nicht die Wahrheit eines Gedankens oder Konzepts an sich, sondern seine praktische Wirksamkeit erörtern dürfen, scheint es schwer, die Realität religiösen Denkens zu leugnen. Die Opiummetapher, die die Passage aus Hegels Kritik der Rechtsphilosophie von 1842 („Religion ist Opium des Volkes“) recht abrupt abschließt, scheint eine vorweggenommene Antwort auf die in den Thesen über Feuerbach aufgeworfene Frage zu liefern. Gewiss ist Religion Ausdruck menschlichen Elends im Zustand der Entfremdung und zugleich Protest gegen eben diese Entfremdung, aber letztlich – so scheint Marx uns sagen zu wollen – ist sie Opium, das heißt, eine Betäubung, eine Ablenkung vom Kampf, und daher ist ihre Bedeutung bedeutungslos. So wie jemand, der durch Opiumrauchen betäubt wird und das Handeln aufgibt, insbesondere das Handeln zur Verbesserung seiner materiellen Lage, um sich nicht länger mit Drogen betäuben zu müssen, geben auch Menschen, die an Gott und das Glück nach dem Tod glauben, den Kampf auf, ihre eigene Lage und die ihrer Kinder auf Erden zu verändern. Religion und Opium haben gemeinsam, dass sie das Handeln aufgeben und somit letztlich die gegenwärtige unglückliche Lage akzeptieren.

Religion als Opium des Volkes zu bezeichnen, ist etwas abrupt und ungerechtfertigt (nichts, was er zuvor geschrieben hat, scheint dieses Urteil zu rechtfertigen), gleicht dem gordischen Durchtrennen eines Knotens, der aufgrund seines letztlich noch feuerbachschen Ansatzes den Interpretationsrahmen des jungen Marx verkomplizierte. Anstatt sich einer tiefergehenden Analyse des religiösen Phänomens zu widmen, scheint sich Marx einer solchen Anstrengung zu entziehen, indem er die Nutzlosigkeit (ja, die Feindseligkeit!) der Religion für jeden revolutionären Prozess deklariert. Wenn Religion das Opium des Volkes ist, darf der Revolutionär nur an die Umgestaltung des gegenwärtigen Zustands denken, um die Menschen von Unterdrückung und religiöser Abhängigkeit zu befreien. Doch wie Opium gleichzeitig Ausdruck von Armut und Protest gegen sie sein kann, erscheint schwer verständlich, es sei denn, man schenkt den Ansichten jener Gewicht, die Drogenabhängigkeit immer noch als verzweifelten Protest gegen die Ungerechtigkeit der Welt darstellen. Dem hätte Marx natürlich keinerlei Glauben geschenkt. Anders ausgedrückt: Es scheint angebracht zu sagen, dass der abrupte Schluss durch die Einführung der Opium-Metapher am Ende der Passage dazu dient, ein Problem abrupt zu lösen, das Marx möglicherweise selbst aufgeworfen hatte, indem er Religion als Ausdruck und Protest gegen die menschliche Armut charakterisierte und dabei die Frage nach der Wahrheit selbst, losgelöst von Praxis und Denken, ausklammerte. Dieser komplexe Gedankenknoten scheint einen Schlüssel zum Verständnis der beiden anderen Stellen zu liefern, an denen Marx sich mit der Religionsfrage auseinandersetzt, in diesem Fall speziell mit der jüdisch-christlichen. Interessanterweise folgt Marx, indem er Feuerbachs intellektuelle Entwicklung nachzeichnet, von seinen 1842 entwickelten allgemeinen Überlegungen zur Religion zu spezifischeren Betrachtungen der jüdisch-christlichen Religion. Dies sind im Wesentlichen die Schrift „Die Judenfrage“ von 1843 (entstanden zwischen der „Kritik der Hegelschen Rechtsphilosophie“ und den „Thesen über Feuerbach“) sowie zwei Passagen aus Band I des Kapitals (1867). Selbstverständlich sind dies nicht die einzigen Stellen in Marx’ Schriften, an denen die Begriffe „Religion“ oder „Christentum“ vorkommen, doch für unsere Zwecke genügen sie vollkommen, um das Verhältnis zwischen Marx und der jüdisch-christlichen Religion zu verdeutlichen. Die Judenfrage. Es mag wie ein gelegentlicher Text, fast eine Streitschrift, wirken. Marx antwortet darin auf einen Artikel seines ehemaligen Mentors und Freundes Bruno Bauer, der sich – sozusagen – für einen säkularen Staat aussprach, also einen Staat, der nicht an den Lutheranismus gebunden war, um die volle Integration der jüdischen Bevölkerung in Preußen zu ermöglichen. Natürlich ist allgemein bekannt, dass Marx aus einer jüdischen Familie stammte. 1824 musste sein Vater, ein Anwalt aus Trier, aufgrund einer neuen Welle rassistischer Beschränkungen zum Luthertum konvertieren und seine Kinder, darunter auch Karl selbst, taufen lassen. Wie Tito Perlini bemerkte, wies Karls körperliches Erscheinungsbild einen starken semitischen Einfluss auf und sollte diesen auch weiterhin aufweisen. Obwohl es nie angebracht ist, einem philosophischen Problem eine allzu psychologische Note zu verleihen, bleibt die Tatsache bestehen, dass Marx 19 Jahre nach seiner erzwungenen Taufe eine sehr entschiedene Position zur Judenfrage bezog. Die Juden in Preußen lebten, wie in weiten Teilen Europas, zwischen Integrationsversuchen, die oft durch repressive Gesetze behindert wurden, und dem Drang zur Abspaltung, der mit der späteren Ausbreitung des Zionismus eskalieren sollte. Bauer ist überzeugt, dass die Lösung dieses langjährigen Problems nur in der Trennung von Religion und Politik liegt. Juden wie Christen müssen ihre jahrhundertealten Verbindungen zur Politik kappen. Insbesondere Christen müssen jedoch verstehen, dass es nicht länger möglich ist, das Christentum (Lutheranismus) als Staatsreligion zu betrachten. Ein Übergang vom konfessionellen zum säkularen Staat, in dem Religion als reine Privatsache gilt, ist notwendig. Bauers Lösung entspricht im Wesentlichen der liberalen politischen Lösung, die bereits von Locke vertreten wurde und in Cavour einen bedeutenden Vertreter fand, der sich ebenfalls für eine „freie Kirche in einem freien Staat“ für Italien einsetzte. Dies ist wohl die weitsichtigste Lösung für die immer wiederkehrenden religiösen Einmischungen in die Politik (und umgekehrt!). Marx’ Antwort darauf ist überraschenderweise zweigeteilt. Erstens wirft Marx Bauer vor, die Beziehung zwischen Religion und Politik nicht ausreichend durchdacht zu haben. Diese sei nicht äußerlich, zufällig oder gelegentlich, wie Bauer annimmt, sondern innerlich und strukturell. Religion und Politik seien so eng miteinander verflochten, dass ein Gesetz genüge, sie zu entwirren. Zweitens möchte Marx der Hegelschen Linken verdeutlichen, dass die hyperkonservativen Reaktionäre paradoxerweise Recht haben, wenn sie auf der religiösen Grundlage des Staates beharren, da der Staat tatsächlich einen christlichen Charakter besitze. Dies bedeute natürlich nicht, dass das Christentum für Marx akzeptiert werden müsse; vielmehr müsse man, um sich von der Religion zu befreien, die Staatsform selbst infrage stellen. Mit anderen Worten: Für Marx lässt sich das religiöse Problem – und die damit einhergehende politische Intoleranz im Laufe der Geschichte – nur lösen, indem man die politische Form hinterfragt, die die menschliche Gesellschaft in der Moderne angenommen hat. Der Staat ist kein neutraler Faktor des Zusammenlebens, sondern ein strukturell orientierter politischer Faktor. Marx führt zunächst das historische Beispiel der Vereinigten Staaten von Amerika an. Es handelt sich zweifellos um einen demokratischen Staat, den sich ein Liberaler wie Bauer auch für Europa erhofft hatte. Doch die Vereinigten Staaten sind bekanntermaßen zutiefst religiös (Tocqueville hatte in seinem Meisterwerk „Über die Demokratie in Amerika“ bereits den ursprünglichen Zusammenhang zwischen der amerikanischen Demokratie und dem puritanischen oder zumindest nonkonformistischen Glauben der Kolonisten explizit dargelegt). Daher sind Demokratie und Christentum keineswegs unvereinbar, wie Bauer annimmt. Der demokratischste Staat von heute basiert explizit auf religiösen Grundlagen. Der von Marx aufgeworfene Punkt ist jedoch radikaler: Der moderne Staat ist seinem Wesen nach christlich. Warum? Aufgrund seiner Funktionsweise, die auf einer Spaltung zwischen dem Menschen in seiner faktischen, sozialen Existenz und seiner menschlichen Natur beruht. In einer gegebenen Gesellschaft fällt der Mensch nicht mit sich selbst zusammen, sondern lebt in einer dramatischen Spaltung. Der Mensch erfährt strukturell, zumindest in der heutigen Gesellschaft, eine Spaltung, die in einer klassengeteilten Gesellschaft unauflöslich wird. Daraus folgt letztlich, dass der Mensch, selbst wenn er sich durch den Staat zum Atheisten erklärt – also den Staat zum Atheisten erklärt –, dennoch religiös gebunden bleibt, eben weil er sich nur durch einen Teufelskreis, nur mithilfe eines Mittels, erkennt. Religion ist genau das: die Selbsterkenntnis des Menschen durch einen Teufelskreis, durch einen Vermittler. Der Staat ist der Vermittler zwischen dem Menschen und seiner Freiheit. So wie Christus der Vermittler ist, dem der Mensch seine gesamte Göttlichkeit, seine gesamte religiöse Unterwerfung zuschreibt, so ist der Staat der Vermittler, dem der Mensch seine gesamte Leugnung des Göttlichen, seine gesamte menschliche Freiheit von Vorurteilen überträgt. Anders ausgedrückt: Die abstrakte Universalität des Staates in Bezug auf das Privatleben des Menschen, des Bürgers (wir sind alle vor dem Gesetz gleich, um die Formel liberaler Demokratien zu zitieren), ist analog zur abstrakten Universalität des religiösen Menschen („wir sind alle Kinder Gottes“) in Bezug auf die profane Welt. Der religiöse Mensch verhält sich zum politischen Menschen wie der Bürger zum Bürger. Die Erklärung der Menschen- und Bürgerrechte von 1789 ist in Marx’ Augen ein gutes Beispiel für eine solche Spaltung, genauer gesagt, für einen Dualismus, den der abstrakte Rechtsbegriff zu glätten sucht.

Doch worin besteht tatsächlich der Unterschied zwischen Mensch und Bürger? Warum sahen die französischen Revolutionäre das scheinbar überflüssige Bedürfnis, den Menschen zu spalten, wenn nicht, weil hinter dem Menschen der Bourgeois schlummert? Und in welchem ​​Verhältnis stehen Bourgeois und Bürger zueinander? Bauer seinerseits schlägt die Emanzipation der Politik von der Religion vor. Kurz gesagt, er will, dass der Staat einfach ein Staat ist, kein christlicher Staat – ein ungleicher Staat, weil er durch seine religiöse Konnotation eingeschränkt ist. Ein konfessioneller Staat ist niemals ein wahrer Staat, der allen seinen Bürgern unabhängig von ihrem Glauben Rechte garantieren kann. Dies ist in der Tat die Grundlage fast aller modernen Demokratien, zumindest so, wie wir sie bisher kannten.

Marx bemerkt jedoch, dass Bauer nicht erkennt, dass ein säkularer Staat der vollkommenste christliche Staat wäre; das heißt, er wäre die vollkommenste politische Verwirklichung des Christentums. Der christliche Staat in Preußen ist noch kein voll funktionsfähiger Staat; in diesem Punkt stimmt Marx mit Bauer überein. Im christlichen Staat hat die Politik ihre vermittelnde Rolle noch nicht vollständig entwickelt, weil sie noch die Krücke der Religion benötigt. Das bedeutet aber nicht, dass ein Staat, der sich von dieser religiösen Krücke befreit, aufhört, religiös zu sein. Die Religiosität des Staates ist nicht mit seinem konfessionellen Charakter gleichzusetzen.

Im Gegenteil. Nur ein vollkommen säkularer Staat, also ein Staat, der seiner vermittelnden Natur vollkommen gerecht wird, wäre die wahre politische Verwirklichung des Christentums. In einem säkularen, demokratischen Staat, in dem religiöse Unterstützung nicht mehr nötig ist, würde eben dieser Staat den menschlichen Gehalt der christlichen Religion erfüllen. Er würde ihre abstrakte Universalität, ihre ungleiche Gleichheit aller mit allen, verwirklichen. Der formal christliche Staat hingegen reduziert Religion und Politik zu bloßen Fassaden.

Kurz gesagt: Der christliche Staat ist, um einen literarischen Vergleich heranzuziehen, wie etwa den geteilten Vizegrafen in Italo Calvinos Roman, halb Staat, halb Religion, aber weder das eine noch das andere. Im christlichen Staat ist Religion unvollkommene Politik, die durch ihre Nicht-Universalität widerlegt wird. Umgekehrt wird Religion im vollkommen demokratischen Staat überflüssig, weil sie ihre volle weltliche Verwirklichung gefunden hat.

Der religiöse Geist kann sich erst dann verwirklichen, wenn der Entwicklungsmoment des menschlichen Geistes, dessen religiöser Ausdruck er ist, seine weltliche Form annimmt. Und dies geschieht im demokratischen Staat. Nicht das Christentum selbst, sondern das menschliche Fundament des Christentums bildet das menschliche Fundament dieses [demokratischen] Staates. Die Religion bleibt das ideale, nicht-weltliche Gewissen seiner Mitglieder, da sie die ideale Form des menschlichen Entwicklungsmoments darstellt, der sich gerade im Staat verwirklicht.

Kurz gesagt:

Die politische Demokratie ist christlich, insofern sie den Menschen – nicht nur einen, sondern jeden Menschen – als souverän, als höchstes Wesen betrachtet; sie betrifft aber den Menschen in seiner ungezügelten und unsozialen Ausprägung, den Menschen in seiner zufälligen Existenz, den Menschen in seiner reinen Form, den Menschen, wie er durch die gesamte Organisation unserer Gesellschaft unter der Herrschaft unmenschlicher Verhältnisse und Elemente verdorben, verloren und entfremdet wurde – kurzum, den Menschen, der noch kein wirksames Element der Menschheit ist. Die Erfüllung des christlichen Staates ist der Staat, der sich selbst als solchen erkennt und die Religion seiner Mitglieder außer Acht lässt. Die Emanzipation des Staates von der Religion bedeutet nicht die Emanzipation des Menschen von der Religion.

Hier befinden wir uns vielleicht an einem entscheidenden Punkt. Bauer (und mit ihm die große Mehrheit der Intellektuellen, die von der demokratischen und rationalistischen Aufklärung inspiriert waren) glaubten, die menschliche Emanzipation von religiösen Zwängen und Vorurteilen könne auf politischem Wege erfolgen. Sie proklamierten die unantastbare Unabhängigkeit der Politik von der Religion und befürworteten somit den Aufbau säkularer, konfessionsloser Gesellschaften. Dies war die Position der radikalen Linken in der Zeit der Heiligen Allianz und nach dem Scheitern von Napoleons Projekt der Einigung Europas unter dem Banner der Werte der Französischen Revolution. Marx, der sich offenkundig nicht dem reaktionären Modell der französischen, spanischen und italienischen Katholiken anschloss, die eine Rückkehr zur katholischen Grundlage der Gesellschaft forderten, wies Bauer dennoch darauf hin, dass der rationalistische Säkularismus das eigentliche, wesentliche Problem übersehe: nämlich, dass sich das Christentum, wenn auch verkleidet, im demokratischen Staat viel stärker verwirklicht als im religiösen. Marx beweist dies mit Bezug auf die bereits erwähnte Erklärung der Menschen- und Bürgerrechte. Wer ist der Mensch, der sich vom Bürger unterscheidet? Niemand anderes als das Mitglied der bürgerlichen Gesellschaft. Der Bourgeois mit seinen privaten und eigennützigen Interessen ist die Wahrheit des Menschen, dessen politische Rechte die Erklärung abstrakt verkündet, scheinbar befreit von jeglicher religiöser Prägung. Der Bourgeois ist der Mensch als isolierte und private Monade; der asoziale Mensch, von dem die Allgemeine Erklärung spricht. Dieser Mensch, das Mitglied der bürgerlichen Gesellschaft, ist nun Grundlage und Voraussetzung des politischen Staates. Und er wird vom Staat in den Menschenrechten als solcher anerkannt. Die Freiheit des egoistischen Menschen und die Anerkennung dieser Freiheit ist in der Tat die Anerkennung der ungezügelten Bewegung der geistigen und materiellen Elemente, die seinen Lebensinhalt ausmachen. Daher wurde der Mensch nicht von der Religion befreit; er erhielt Religionsfreiheit. Er wurde nicht vom Eigentum befreit; Er erhielt die Freiheit zu besitzen. Er wurde nicht vom Egoismus des Handels befreit; er erhielt die Handelsfreiheit.

Das Christentum, scheinbar vom demokratischen Säkularismus abgelöst, besteht in Wahrheit fort in Gestalt des abstrakten Menschen, der den Partikularismus und individuellen Egoismus ideologisch verschleiert, den Marx (mit einer gehörigen Portion Antisemitismus!) in der jüdischen Religion verkörpert sieht. In seinen Augen repräsentiert der Jude die Welt des Handels, des Geschäfts, des Strebens nach Zinsen und Profit. Geld, so behauptet Marx, ist das Geheimnis des eifersüchtigen Gottes Israels, neben dem (gemäß dem ersten Gebot, das Gott selbst Moses gab) kein anderer Gott existieren kann!

Folglich müssen wir erkennen, dass, wie hinter dem Bürger der Bourgeois, der Privatbürger, schlummert, so auch hinter dem Christen und seinem abstrakten Universalismus der Jude mit seinem privaten Egoismus schlummert. Das Judentum konnte keine neue Welt hervorbringen; Es konnte die neuen Entdeckungen und Zusammenhänge der Welt nur in den Bereich seiner Industrie einbeziehen, da das praktische Bedürfnis, dessen intellektueller Ausdruck der Egoismus ist, passiv wirkt und sich nicht willkürlich ausdehnt, sondern mit der weiteren Entwicklung der gesellschaftlichen Bedingungen.

Das Judentum erreicht seinen Höhepunkt mit der Vollendung der bürgerlichen Gesellschaft, doch die bürgerliche Gesellschaft vollendet sich erst in der christlichen Welt. Nur unter der Herrschaft des Christentums, das alle nationalen, natürlichen, moralischen und theoretischen Beziehungen externalisiert, konnte sich die bürgerliche Gesellschaft vollständig vom Staatsleben lösen, alle menschlichen Bindungen an die Rasse kappen, diese Rassenbindung durch Egoismus und individuelle Bedürfnisse ersetzen und die Welt der Menschen in eine Welt atomistischer Individuen auflösen, die einander als Feinde gegenüberstehen. Das Christentum entstand aus dem Judentum. Es ist wieder im Judentum aufgegangen. Der Christ war von Anbeginn an der theoretisierende Jude; der Jude ist daher der praktische Christ, und der praktische Christ ist wieder zum Juden geworden. Das Christentum hatte das wahre Judentum nur scheinbar übertroffen. Es war zu feinsinnig, zu spirituell, um die Rohheit der praktischen Bedürfnisse anders als durch die Erhebung zur Illusion zu überwinden.

Das Christentum ist der erhabene Gedanke des Judentums, das Judentum die alltägliche praktische Anwendung des Christentums; doch diese praktische Anwendung konnte erst universal werden, nachdem das Christentum als vollständige Religion die Entfremdung des Menschen von sich selbst und von der Natur theoretisch vollendet hatte.

Kurz gesagt: Die abstrakte Universalität des christlichen Menschen, die jede Bindung zwischen den Menschen kappte, ermöglichte es dem egoistischen, rein praktischen Impuls, zu einer Universalreligion zu werden, die der moderne Staat zwar scheinbar leugnet, in Wirklichkeit aber bekräftigt, indem er die Menschen- und Bürgerrechte als politisches Äquivalent der christlichen Religion proklamiert. Es ist interessant, dass im Kommunistischen Manifest, das Marx und Engels zwischen 1847 und 1848 verfassten, im Abschnitt über „Bourgeoisie und Proletariat“ der Bourgeoisie dieselbe Rolle zugeschrieben wird wie dem Christentum in der Judenfrage. Welche historische Rolle spielte die Bourgeoisie laut Manifest? Eine revolutionäre Rolle in zweifacher Hinsicht: Zum einen steigerte die Bourgeoisie, die bereits im 14. Jahrhundert in den italienischen Städten entstanden war, den Handel, revolutionierte die Produktionsweise und erhöhte die Arbeitsproduktivität dramatisch in einem zuvor unvorstellbaren Ausmaß. So sehr, dass wir in der westlichen Welt leben, in der die Krise nicht mehr in der Unterproduktion, sondern in der Überproduktion liegt. In diesem Sinne hat die Bourgeoisie die Produktionsweise radikal verändert, und die reaktionäre Utopie einer Rückkehr zur vorbürgerlichen Ära ist sinnlos.

Andererseits erklärt das Manifest, die Bourgeoisie habe eine weitere revolutionäre Aufgabe erfüllt: die Zerschlagung aller Bindungen zwischen den Menschen außer dem rein wirtschaftlichen Interesse, der schamlosen Geldzahlung, und damit die Auflösung aller anderen ideologischen Bindungen, wie etwa im Mittelalter religiöser und spiritueller Bindungen. Konnte zuvor die Illusion – wahrlich ein Opium im genannten Sinne – einer Wertegemeinschaft, einer gemeinsamen Zugehörigkeit zum christlichen Leib, zwischen Ausgebeuteten und Ausbeutern fortbestehen, so ist sie im Zeitalter der triumphierenden Bourgeoisie endgültig ausgelöscht worden. Nun herrscht offenkundig zwischen den Menschen nur noch das egoistischste Interesse, die Abwägung von Nutzen und Nachteil. Liest man diese Seiten des Manifests jedoch im Hinblick auf die Judenfrage von vier Jahren zuvor, so fällt auf, dass die Bourgeoisie im Manifest jene Rolle einzunehmen scheint, die Marx dem Christentum in der Judenfrage zuwies. Denn hier war es das Christentum, das alle gemeinschaftlichen Bindungen zwischen den Menschen auflöste und so den Weg für den abstrakten Menschen des Kapitalismus bereitete. Oder besser gesagt: Die Bourgeoisie des Manifests scheint den Dualismus von Bourgeoisie und Christentum, der das Kernthema der Judenfrage war, zu vereinen und zu synthetisieren. Die Bourgeoisie ist die auflösende Kraft jedes gemeinschaftlichen, partikularistischen Bandes, gerade weil sie mit unbändiger Kraft die Unverletzlichkeit der egoistischen, privaten Interessen jedes einzelnen sozialen Individuums behauptet.

Dies, so scheint es, wurde trotz der umfangreichen Marx-kritischen Literatur nie bemerkt, geschweige denn erklärt. Wie lässt sich dieser Wandel in Marx’ Sicht auf das Christentum erklären? Er ist unübersehbar. Das Christentum ist nicht länger, wie in Hegels Kritik der Rechtsphilosophie, Ausdruck realen Elends und zugleich Protest gegen dieses Elend.

Es ist nicht einmal mehr das Opium des Volkes. Das Christentum ist nun die ideologische Form der Bestätigung der abstrakten Universalität des bürgerlichen Menschen, der gerade dank dieser ideologischen Universalität den privaten Egoismus des Bourgeois oder des Juden verallgemeinern kann. Was diesen Wandel bewirkt hat, lässt sich nicht sagen. Wir neigen dazu – doch es ist nur ein Eindruck, den wir nicht weiter untermauern können –, anzunehmen, dass Stirners Buch sowohl Marx als auch Feuerbach beeinflusst hat, trotz der klaren und scharfen Ablehnung jeglichen Dialogs, den er in der „Deutschen Ideologie“ befürwortete.

Und doch erwidert Marx auf den partikularistischen Egoismus, den Stirner im „Ich“ bekräftigt, dass dieser Egoismus nichts anderes sei als die Wahrheit des Christentums, die Stirner zu transzendieren vorgab. Marx kann Stirner ironisch und aggressiv als „Heiligen Max“, als neuen Kirchenvater, brandmarken, aus einem Grund, der vielleicht tiefer liegt als in der „Deutschen Ideologie“, denn Stirners Egoismus ist letztlich zutiefst christlich.

K.K.

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Engels und Seine Religiöse Ideologie

Nicola Arduino (Bochum)

Gerade im Kapital, dem Werk, das gemeinhin als deutlichster Beweis für den Übergang vom philosophischen Radikalismus der frühen 1940er Jahre, der noch stark vom linken Hegelianismus geprägt war, zur radikalen wissenschaftlichen Analyse der kapitalistischen Ökonomie gilt, der sich Marx ab den 1950er Jahren widmete, findet sich der Absatz über den „Fetischcharakter der Ware“. Dieser begründet, wie wir gesehen haben, einen hermeneutischen Zirkel (den Marx selbstverständlich nicht so nennt) zwischen dem Mysterium der Warenform und der religiösen Entfremdung. Die Tatsache, dass sich die Ware, ein menschliches Produkt, von ihren Produzenten löst, um einen scheinbar unabhängigen, objektiven, einfach gegebenen Wert anzunehmen, erklärt die christliche Entfremdung, setzt aber gleichzeitig voraus, dass diese entfremdete Form verstanden werden kann. Diese Beobachtung ist bemerkenswert, ebenso bemerkenswert, dass sie in der umfangreichen Marx-Literatur bisher nicht erwähnt wurde. Dies ist jedoch, wie wir in der vorherigen Lektion gesehen haben, völlig explizit und perfekt belegbar. Die einzige Analogie, die Marx zur Erklärung des fetischistischen Charakters der Ware heranziehen kann, ist die theologische Entfremdung; diese wiederum lässt sich nicht für sich allein erklären, sondern nur, indem man sie auf die Warenform zurückführt, auf der die kapitalistische Wirtschaft basiert. Genau dies haben wir den „hermeneutischen Zirkel“ genannt. Es erinnert an Marx’ vielleicht etwas unbedachte Aussage in seiner frühen Kritik der Hegelschen Rechtsphilosophie, nämlich dass die Kritik der Religion die Voraussetzung jeder Kritik sei; aber in diesem Sinne: Nur durch die Entmystifizierung religiöser Täuschung ist es möglich, den kommerzialisierten Charakter der Gesellschaft, in der wir leben, zu verstehen. Doch sei noch einmal betont: Um die religiöse Entfremdung zu entmystifizieren, muss man sie auf ihre soziale Grundlage zurückführen. Aus diesem Grund kann man sagen, dass Marx auch das enthält, was Heidegger und Gadamer den „hermeneutischen Zirkel“ nannten. Dilthey, dem wir eine der klarsten Formulierungen dieses Zirkels verdanken, drückte ihn folgendermaßen aus: das Teil im Lichte des Ganzen und das Ganze im Lichte des Teil, wie es beispielsweise bei der Sprache der Fall ist. Um einen Satz (oder noch mehr eine Rede oder ein ganzes Werk) zu verstehen, muss man die Bedeutung der einzelnen Wörter kennen; gleichzeitig wird die Bedeutung der Wörter aber durch die Gesamtbedeutung des Satzes bestimmt. Tatsächlich klären sich Teil und Ganzes gegenseitig. Bei Marx ist die Situation komplexer, aber strukturell nicht anders: Religiöse Entfremdung und die „reale Abstraktion“ der Warenform werden gegenseitig herangezogen, um ihr rätselhaftes Erscheinen zu erklären. Marx hat sich nie so ausgedrückt und hätte es auch nie getan, doch es ist bemerkenswert, dass die umfangreiche kritische Literatur zu ihm dies bisher nicht beachtet hat. Und wenn man von Interpreten des marxistischen Denkens spricht, so muss man mindestens zwei nennen, um ein umfassenderes Bild der Religionskritik in marxistischen Kreisen zu erhalten. Zwei seiner – sozusagen – orthodoxesten (das Wort „Orthodoxie“: „richtiger Glaube“ hat bereits eine religiöse Konnotation),Hüter. Dies ist nicht der Marxismus, den die Frankfurter Schule als „vulgär“ bezeichnete: der rein ökonomische Marxismus, der überzeugt war, Marx’ Lehre habe alle Bedenken hinweggefegt, die nicht unmittelbar dem Bereich der Ökonomie zuzuordnen waren; im Gegenteil, dies sind zwei Marxisten, die den dialektischen Charakter von Marx’ Denken und damit dessen Verbindung zur großen dialektischen Logik, insbesondere der Hegels, äußerst ernst nahmen. Wir denken dabei natürlich zuerst an Friedrich Engels, Marx’ unzertrennlichen Freund und Weggefährten, der mit ihm große Werke wie die Deutsche Ideologie, Die Heilige Familie und natürlich das Kommunistische Manifest verfasste, sowie einen kontinuierlichen und sehr wichtigen Briefwechsel pflegte, der zum Verständnis der Entwicklung von Marx’ Denken beiträgt. Und zweitens Wladimir Iljitsch Lenin, der berühmte und oft berüchtigte bolschewistische Führer, der die revolutionären Aktionen seiner Zeit auf dem Studium und dem Verständnis des Denkens von Marx und Engels gründete. Schon aus chronologischen Gründen ist es am besten, mit Engels zu beginnen; genauer gesagt mit einem der Werke, die er gemeinsam mit Marx verfasste: Die deutsche Ideologie, zwei großformatige Oktavbände, in der Ausgabe Italienisch, gedruckt auf mehreren hundert Seiten, das die beiden Genossen 1845 in Brüssel verfassten, nachdem sie sich ein Jahr zuvor in Paris getroffen hatten, und das sie, wie Marx erklärt, schrieben, um „den Gegensatz zwischen unserer Sichtweise und der ideologischen Konzeption der deutschen Philosophie zu verdeutlichen, um in Wirklichkeit mit unserem bisherigen philosophischen Bewusstsein in Einklang zu kommen.“² Doch veränderte äußere Umstände verhinderten die Veröffentlichung, und das Manuskript, das in Westfalen erscheinen sollte, wurde „der nagenden Kritik der Mäuse“ überlassen. Glücklicherweise billigten die Mäuse es größtenteils und kritisierten nur wenige Passagen, sodass das Werk in den 1830er Jahren posthum fast vollständig veröffentlicht wurde, bis auf einige Passagen, die leider verloren gegangen sind. Was verstehen Marx und Engels unter „Ideologie“? Dies ist sozusagen ein „technischer“ Begriff, in der Sprache von Engel und Marx, denn im Frankreich des 18. Jahrhunderts (einer von den beiden Revolutionären hochgeschätzten Epoche) bezeichneten „Ideologen“ im Wesentlichen Intellektuelle, Denker, insbesondere im politischen Sinne. Der Begriff hatte eine neutrale, rein beschreibende Konnotation, also weder abwertend noch positiv. Im Gegensatz dazu bedeutet das Wort „Ideologie“ bei Marx und Engels im Wesentlichen „falsches Bewusstsein“. Genauer gesagt bezeichnet es ein mehr oder weniger entwickeltes, mehr oder weniger bewusstes theoretisches System, das in jedem Fall darauf abzielt, eigennützige Interessen, insbesondere Klasseninteressen, scheinbar objektiv zu rechtfertigen. Zum Beispiel ist die Behauptung, Privateigentum sei ein unveräußerliches Menschenrecht, aus ihrer Sicht sicherlich eine ideologische Aussage, denn ihre vermeintliche Objektivität und Neutralität (tatsächlich sprechen sie von „universellen Menschenrechten“) verschleiert, wenn auch unbewusst, spezifische Klasseninteressen, in diesem Fall die der nordeuropäischen Bourgeoisie des 17. und 18. Jahrhunderts. Die Ideologie maskiert den im Grunde egozentrisch-libidinösen Antrieb menschlichen Handelns und verleiht ihm ein neutrales Aussehen. Sie ist daher das Mittel, durch das Ein Individuum oder eine ganze Gesellschaftsklasse behauptet ihr eigenes egoistisches Interesse unter dem Deckmantel einer vermeintlichen Objektivität, die angeblich alle teilen sollten. So allgemein formuliert, scheint die gesamte Geistesgeschichte irgendwie ideologisch lesbar zu sein. Doch Marx und Engels befassen sich in ihrem Werk von 1845 ausschließlich mit der Hegelschen Linken, insbesondere mit Bauer und Stirner, abgesehen von einigen Bemerkungen zu Feuerbach und Strauss. Diese galten als die extreme, radikale und subversive Strömung der deutschen, insbesondere der Berliner, Intelligenzija der späten 1830er und frühen 1840er Jahre, die für erhebliche Skandale und öffentliche Debatten gesorgt hatte. Marx und Engels wollen vielmehr zeigen, dass solches Denken kläglich provinziell und ein Produkt der politischen und wirtschaftlichen Rückständigkeit Deutschlands ist. Während die französische Bourgeoisie die große politische Revolution eingeleitet hat, das Feudalsystem mit einem Schlag stürzte und die Vertreter der Reaktion enthauptete; während das englische gehobene Bürgertum die kapitalistische Produktionsweise revolutioniert und die Produktivität der menschlichen Arbeit in zuvor unvorstellbarer Weise steigert; verlieren sich die Deutschen in pseudophilosophischen Wortspielen, überzeugt davon, die Welt verändern zu können, indem sie die Worte des Hegelschen Systems verändern. All dies ist in den Augen von Marx und Engels nicht nur äußerst jämmerlich, sondern auch die ideologische Frucht einer bestimmten sozialen Klasse, des deutschen Kleinbürgertums, das keinen Kontakt zum fortschrittlichsten Industrieproletariat hat und sich gerade deshalb eines bloß verbalen und wortreichen revolutionären Anspruchs rühmt. Woraus genau besteht diese kleinbürgerliche Ideologie, revolutionär in Worten, aber konservativ, wenn nicht gar reaktionär in der Praxis? Indem sie schlichtweg die „religiöse Illusion“ zur treibenden Kraft der Geschichte machen, argumentieren Strauss, Feuerbach, Bauer und Stirner, als sei Religion das bestimmende Phänomen, entscheidend für das Schicksal der Menschheit. Ihre große Entdeckung ist, dass alle großen politischen und philosophischen Ideen letztlich Verkleidungen theologischer Ideen sind. Für sie Die gesamte Philosophiegeschichte ist nichts anderes als eine verkappte Theologiegeschichte. In diesem Sinne ist die Religionskritik die entscheidende Frage, die ein für alle Mal beantwortet werden muss. Feuerbach behauptet sogar, dass die großen historischen Revolutionen letztlich religiöse Revolutionen waren, und unsere Zeit bezeugt dies, da wir den Übergang in ein nachchristliches Zeitalter erleben. Nietzsche argumentierte ähnlich, fast ohne Bezugnahme auf die Hegelsche Linke (abgesehen von seiner nachgewiesenen Bekanntschaft mit Stirner). Vor allem aber war Marx selbst, wie wir wissen, in seiner Kritik der Hegelschen Rechtsphilosophie fest davon überzeugt, dass die Religionskritik die Voraussetzung für jede Kritik sei. Marx war in jungen Jahren im Wesentlichen noch mit der Hegelschen Linken identisch. Vieles hat sich inzwischen geändert. Nun erscheinen die Dinge in den Augen von Marx und Engels ganz anders. Um sich von der Perspektive der Hegelschen Linken abzugrenzen, genügt es festzustellen, dass für das französische, englische und belgische Proletariat beispielsweise religiöse Illusionen schlichtweg nicht mehr existieren; sie haben sich aufgelöst. Ihre materielle Lage, die unmenschliche Ausbeutung, der sie unterworfen sind, hat sie – ohne jegliche „theoretische Kritik“ praktisch von allen religiösen Illusionen befreit. Die christliche Religion wird durch die brutale Ausbeutung der kapitalistischen Fabrik schlichtweg widerlegt. Ihre ehemaligen Genossen der sogenannten Hegelschen Linken argumentieren hingegen weiterhin so, als wären Chimären wie der „Gottmensch“ oder der „Mensch“ selbst (man denke an Stirner) der wahre (unheilvolle) Motor der Geschichte, dessen Zerstörung alles schlagartig verändern würde. Die Kritik an Ideen, eine Kritik, die rein ideologisch ist, ist alles, was sie zu tun wissen, während der hier verkündete Kommunismus– gemäß einer bekannten, oft zitierten Definition „die reale [d. h. nicht rein ideale] Bewegung ist, die den gegenwärtigen Zustand der Dinge aufhebt“. Die Hegelianische Linke hingegen spielt mit religiösen Ideen, in der Annahme, der Mensch sei von Natur aus religiös und die Geschichte leite sich gerade aus dieser Eigenschaft ab. Um sich von Marx und Engels abzugrenzen, könnte man – mit dem italienischen Philosophen Emanuele Severino – anmerken, dass dieses gesamte Argument lediglich auf einer Tatsache beruht, vorausgesetzt, es handelt sich um eine solche, die sich aber in Zukunft dennoch ändern könnte. Es heißt: Das Proletariat (und damit ein großer Teil der Menschheit) sei schlichtweg nicht mehr religiös, daher habe die antireligiöse Kritik der Hegelianischen Linken keinen Sinn und keine praktische Relevanz. Doch der bloße Appell an eine Tatsache kann nicht ausschließen, dass das Proletariat in Zukunft wieder religiös werden könnte (wie es in den letzten Jahrzehnten zumindest in Afrika, Südamerika, dem Nahen Osten usw. tatsächlich der Fall zu sein scheint). Welches Gewicht hätte dann die Kritik von Marx und Engels an der Hegelschen Linken? Welche Relevanz hätte ein Appell an eine bloße Tatsache?

In Wirklichkeit geht es Marx und Engels nicht einfach darum, dass sie, als sie ihren Blick über Berlin und jedenfalls über Deutschland hinaus weiteten, mit einer sozialen und politischen Situation konfrontiert wurden, die sich stark von der von Feuerbach, Bauer und Stirner (insbesondere den beiden Letzteren, die in ihrem kleinen Kreis der sogenannten „Freien“ gefangen waren) imaginierten. Der Punkt ist, dass die Bewegung und Kritik der Ideen keine Autonomie besitzt.

 „Das Bewusstsein ist von Anfang an ein soziales Produkt.“

Die Produktion von Ideen ist ein Abbild bestimmter sozialer Verhältnisse und spezifischer materieller Interessen im menschlichen Geist. Kurz gesagt:

„Nicht das Bewusstsein bestimmt das Leben, sondern das Leben bestimmt das Bewusstsein.“

Den Ideologen der Hegelschen Linken erscheint die Realität jedoch verkehrt. Bewusstsein und seine nebulösen Ideen werden als Ursprung der Realität postuliert. Die Bilder des Bewusstseins erscheinen nicht als Wirkung, sondern als Ursache von Leben und Geschichte. Doch ausgehend von solchen Prämissen versteht man nichts: Nicht nur die Geschichte wird nicht transformiert, nicht nur die Gesellschaft, in der wir leben, wird nicht verändert, geschweige denn revolutioniert; nicht nur ist eine Tätigkeit in Wirklichkeit völlig nutzlos; sondern darüber hinaus – indem man den

ideologischen Mechanismus nicht versteht – versteht man auch das religiöse Phänomen nicht, das Feuerbach und seinen Mitstreitern so am Herzen lag, gerade weil es als etwas Autonomes und Originelles behandelt wird, während es von Anfang an heteronom und abgeleitet ist. Kurz gesagt, Marx und Engels’ Einschätzung der Hegelschen Linken ist auf ganzer Linie ein totaler Fehlschlag. Der Essay ist eine materialistische Analyse des großen und tragischen Bürgerkriegs, der in den frühen 1520er Jahren während der Reformation in Deutschland ausbrach und 1526 mit über hunderttausend Toten, darunter die Anführer der Bewegung, insbesondere Thomas Münzer, seinen Höhepunkt erreichte. Ernst Bloch widmete ihm eines seiner Meisterwerke: „Thomas Münzer, Theologe der Revolution“, das explizit in Kontinuität und zugleich in Spannung zu Engels’ Vision der gescheiterten deutschen Revolution steht. Engels spricht von der großen deutschen Tragödie, nach der die revolutionäre Bewegung in Deutschland jahrhundertelang unterdrückt werden sollte. Die große Tragödie ereignete sich demnach in den frühen 1520er Jahren, für die das deutsche Proletariat jahrhundertelang büßen sollte. Engels behandelt sie jedoch nicht aus rein historisch-wissenschaftlichem Interesse. Wie er im Vorwort bekennt, beschloss er, die Ereignisse in Deutschland in den ersten Jahrzehnten des 16. Jahrhunderts zu studieren, aufgrund der gescheiterten Revolution von 1848 und der wütenden Gegenrevolution von 1849/50. Engels wollte verstehen, was in der Revolution von 1848, seiner Zeitgenossen, schiefgelaufen war, und glaubte daher, dass es am besten sei, die gescheiterte Revolution des 16. Jahrhunderts zu studieren. Er war überzeugt, dass man aus den Grenzen jener Revolution, aus den Gründen ihres Scheiterns, auch eine Lehre für die Gegenwart ziehen könne. Man wird sagen: Die Geschichte lehrt uns das Leben. Selbst Machiavelli studierte beispielsweise Livius, um seine Gegenwart zu verstehen. Nietzsche sprach in diesem Zusammenhang von einer monumentalen Haltung gegenüber der Geschichte. Nichts Neues also. Das Bemerkenswerte ist jedoch, dass Engels eine rein politische Revolution, wie etwa die von 1848 in Europa, mit einer Revolution der 1520er Jahre vergleicht, deren rein politische Bedeutung, gelinde gesagt, zweifelhaft ist. Mit anderen Worten: Engels’ hermeneutischer Schlüssel ist bereits von Anfang an gegeben: Sein Interesse gilt ausschließlich der politischen Lehre, die in den wirtschaftlich-religiösen Ereignissen des 16. Jahrhunderts enthalten ist.

Engels fühlte sich zudem durch den historischen Materialismus, den er gemeinsam mit Marx entwickelt hatte, vollkommen berechtigt, diesen Interpretationsansatz zu übernehmen (den er nicht als einen unter vielen, sondern als den einzig wahrhaft wissenschaftlichen betrachtete). Man erinnere sich an die einleitenden Worte des ersten Kapitels des Manifests: „Die Geschichte der bisherigen Gesellschaften ist die Geschichte von Klassenkämpfen: Sklaven gegen Herren, Patrizier gegen Plebejer usw., kurzum, Unterdrückte gegen Unterdrücker.“ Auf dieser Grundlage ist es fast selbstverständlich, dass sich auch Deutschland im 16. Jahrhundert in derselben Situation befand: Die Unterdrückten waren die Bauern, die durch feudale Privilegien zunehmend verarmten, und die Unterdrücker waren der Feudaladel. Der Bauernkrieg in Deutschland war ein Fall eines (gescheiterten) revolutionären Klassenkampfes. Dennoch erkannte Engels, dass dieser, man könnte sagen, strukturelle Zustand von einer religiösen Repräsentation überlagert war. Das Problem lag darin, dass die damaligen Unterdrücker, die deutschen Feudalherren, sich einhellig zur katholischen Religion bekannten. Diese Beobachtung bekräftigte Engels in einem kurzen Aufsatz von 1887: „Der Sozialismus für Juristen“. Darin erklärte er, der Katholizismus entspräche der feudalen Welt, die die aufstrebende Bourgeoisie, die sich im Konflikt mit dem Feudalismus befand, nicht mehr zufriedenstellen konnte. Daher seien alle religiösen Reformen des 13. und 14. Jahrhunderts seiner Ansicht nach gescheiterte Versuche der Bourgeoisie oder des Proletariats gewesen, „die alte ideologische Weltanschauung [die katholische, genauer gesagt] an die veränderten wirtschaftlichen und Lebensbedingungen der neuen Klassen anzupassen“. Dieselbe Situation eskalierte im 16. Jahrhundert erneut, diesmal mit voller Wucht. Hier begegnen wir einem Augustinerbruder, Martin Luther, der einen unerbittlichen Kampf gegen die römische Kirche führte, die als weltlicher Vertreter feudaler Interessen galt. Sein Protest – insbesondere auf dem Reichstag zu Worms 1521, als er sich allen Führern der Kirche und des Reiches, insbesondere Kaiser Karl V., entgegenstellte, der ihm eine letzte Chance geben wollte, bevor er an die Justiz übergeben wurde, um seine Lehre zu widerrufen – entfachte plötzlich die Begeisterung der gesamten Bevölkerung. Die deutsche Nation, das heißt Bourgeoisie und Proletariat. Alle Unterdrückten identifizierten sich mit Luther. In Wittenberg gab Luther das Signal für die Bewegung, die alle Gesellschaftsklassen in den Strudel reißen und das gesamte Reich erschüttern sollte. Die Thesen des thüringischen Augustiners entfachten das Feuer wie ein Blitz im Pulverfass. Doch gerade die Ereignisse des schrecklichen Bauernkrieges sollten das Missverständnis eines revolutionären Luthers ausräumen, das Engels in den Jahren zuvor bereits sehr deutlich geworden war. Luthers Reformation war von Anfang an Ausdruck der deutschen liberalen Bourgeoisie, gewiss nicht der Interessen der Bauern. Und tatsächlich, wie bekannt ist, stellte sich Luther nach einem ersten Versuch der Versöhnung zwischen den Parteien einseitig auf die Seite der Bauern und ihrer Anführer, beschuldigte sie der schlimmsten Verbrechen und erklärte sie daher für vernichtungswürdig. Alles ist also klar, gemäß den Kategorien des historischen Materialismus. Der Aufstand der deutschen Nation gegen den unterdrückenden Adel und die Feudalherren spaltete sich im entscheidenden Moment und zerfiel in gegensätzliche Lager: Die „lutherische“ Bourgeoisie (die, wie wir nicht vergessen sollten, 1848 die revolutionären Proletarier erschießen sollte) hielt es für vorzuziehen, sich auf die Seite der Feudalherren zu stellen als auf die der rebellischen Bauern. Tatsächlich weiß jeder, der Geschichte ohne die Kategorien des dialektischen Materialismus studiert, dass Luthers Verhalten rein religiös motiviert war. Luthers Problem war nicht die Politik an sich (obwohl er von Mentalität und Bildung her sicherlich ein Mann des Mittelalters war, für den ein Aufstand gegen das Reich ohnehin ausgeschlossen war). Im Guten wie im Schlechten argumentierte Luther immer nur in biblischen Begriffen oder in Begriffen, die für ihn biblisch waren. In Römer 13 las Luther beispielsweise, dass dem Obrigkeitsträger, also dem Inhaber der politischen Macht, Gehorsam geschuldet sei, denn – so schreibt Paulus – komme die Autorität von Gott, und Rebellion gegen sie sei Rebellion gegen den Schöpfer, Gott. Selbst wenn die Obrigkeit ungerecht sei (wie Luther ohne Zögern im Falle der damaligen deutschen Fürsten einräumte), müsse sich der Christ dennoch unterordnen und darauf achten, nicht zu sündigen; die einzige erlaubte „Handlung“ sei das Gebet, damit Gott die Gläubigen bekehre Herz des ungerechten Magistrats. Doch Aufruhr ist weiterhin ausgeschlossen, und erst recht jeder Aufstand, der vorgibt, religiös oder evangelisch motiviert zu sein, wie der der von Müntzer angeführten Bauern (vorausgesetzt, Müntzer führte die Bauernrebellion tatsächlich an, eine Frage, die von Historikern zunehmend diskutiert wird). Die gewaltsame Durchsetzung des Evangeliums war das Letzte, absolut das Letzte, was Luther biblisch legitimierte. Die Herrschaft des Evangeliums der Freiheit und die des politischen Gesetzes müssen bis zum Kommen des Reiches Gottes strikt getrennt bleiben! Das Wort des Evangeliums muss frei und kompromisslos verkündet werden, selbst unter Einsatz des eigenen Todes. Weder der Fürst noch der Kaiser noch der Papst können jemals verhindern, dass das Evangelium den Gläubigen verkündet wird. Doch es ist unklar, dass die Verkündigung zur Zwangsverbreitung werden könnte, insbesondere mit Waffengewalt und allgemein mit den Waffen dieser Welt.

Diese Lehre, die sogenannte „Zwei-Reiche-Lehre“, mag manchen zusagen oder auch nicht (beispielsweise gab es im 20. Jahrhundert solche, die darin den eigentlichen Grund für die sklavische Akzeptanz der nationalsozialistischen Macht durch die Deutschen sahen), doch es dürfte schwerfallen zu ignorieren, dass Luther zeitlebens, privat wie öffentlich, stets und ausschließlich biblisch dachte. Für Engels hingegen ist die theologisch-religiöse Argumentation lediglich die Form – ideologisch im genannten Sinne – einer materiellen Grundlage. Bewusst oder unbewusst vertrat Luthers Reformation theologisch die Interessen des deutschen Bürgertums gegenüber den deutschen Feudalherren und der römisch-katholischen Kirche, die dem deutschen Volk diverse Steuern und Abgaben auferlegte, aber im entscheidenden Moment auch gegenüber dem deutschen Proletariat, das sich in dem Glauben gewiegt hatte, Luther sei ein Genosse im Kampf gegen die Unterdrückung durch den Adel.

Das Banner der Bauern wurde von ihrem großen theologisch-politischen Widersacher gehisst: Thomas Müntzer, den Bloch als Theologen der Revolution bezeichnete. Für Bloch war Müntzer wahrhaftig ein Revolutionär, wie Engels ihn bereits gefeiert hatte, doch die Motivation für sein politisches Handeln war gänzlich und authentisch theologisch.

Theologie sollte laut Bloch nicht zwangsläufig mit Ideologie verwechselt werden. Das kann zwar geschehen, wie es bei der Theologen, die mit Hiob „freunde“, und unzählige Theologen, die ihnen folgten, waren nicht mit ihm befreundet; nicht aber im Falle Münzers, dessen Theologie wahrhaft revolutionär war.

Kurz gesagt: So sehr es orthodoxen Marxisten und dialektischen Materialisten auch erscheinen mag, es kann durchaus eine revolutionäre Ideologie geben, wenn Thomas Müntzer tatsächlich ein wahrer Revolutionär war, der sich voll und ganz der Sache der unterdrückten Bauern gegen die feudalen Unterdrücker verschrieben hatte, sich aber, wie Luther, ausschließlich in biblischen Begriffen ausdrückte. Müntzers Predigten, insbesondere, schöpften vor allem aus dem Alten Testament, vorzugsweise aus Propheten wie Amos und aus den apokalyptischen Passagen, insbesondere aus dem Buch Daniel.

Aber wenn Ideologie ein schlechtes Gewissen ist, kann es dann ein revolutionäres schlechtes Gewissen geben?

Ist nicht das Proletariat jene wahre Bewegung, die jedes falsche Gewissen, jede Ideologie auflöst? Engels geht sogar so weit zu sagen,

dass das deutsche Proletariat heute, also im 19. Jahrhundert, gegenüber dem Proletariat

anderer Nationen folgenden Vorteil hat: Es ist der Teil des Volkes (genauer gesagt die Deutschen), der am ehesten zur Theorie und zur reinen Theorie geneigt ist, und somit Erbe der großen klassischen deutschen Philosophie. Dies ist ein Vorteil, weil es dem deutschen Proletariat eine gewisse dialektische Veranlagung verleiht, ohne die die kommunistische Revolution niemals erfolgreich sein kann.

Man könnte einwenden, auch wenn Engels dies nicht erwähnt, dass es im frühen 16. Jahrhundert noch nicht die Lehre der idealistischen Philosophie gegeben hatte, die den armen Müntzer zwang, nicht dialektisch, sondern biblisch zu denken, was für einen Revolutionär kaum ein Vorteil ist. Gleichzeitig sah sich Müntzer einer sehr schlecht organisierten revolutionären Bewegung gegenüber (den Bauern Schlesiens, des Schwarzwaldes usw.), was sich wiederum durch die objektiven Beschränkungen der damaligen sozialen und wirtschaftlichen Entwicklung erklären lässt. Kurz gesagt, Müntzer befand sich in einer rückständigen gesellschaftlichen Lage, die ihn zwang, sich an eine Masse unorganisierter und unverbundener Bauern zu wenden und sich dabei ausschließlich biblisch-theologischer Begriffe zu bedienen.

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Platon und das religiöse System in der Republik

Anna Troncato (Berlin)

Es ist eine historische Tatsache, dass alle archaischen Zivilisationen Formen von Religion kannten, also Opfergaben und Kulte für die Götter. Ohne Widerspruch lässt sich mit Sicherheit sagen, dass die Menschheit seit Jahrtausenden religiöse Praktiken auf sozialer und individueller Ebene ausübt. Man könnte meinen, dass sich die Menschheit in der Moderne von der Religion emanzipiert hat. Diese Ansicht ist seit Langem verbreitet und manifestiert sich vor allem in der Säkularisierungstheorie. Die Menschheit, so heißt es, sei „säkular“ geworden, das heißt, sie sei fähig zu denken und zu handeln „etsi deus non daretur“ (Grotius), als existiere Gott nicht. Selbst heute noch, außerhalb Europas (des einzigen säkularisierten Kontinents), ist die starke Präsenz von Religionen unübersehbar: allen voran der Islam, aber auch das Christentum (in Lateinamerika, Afrika und sogar in den Vereinigten Staaten), Buddhismus, Hinduismus, Judentum usw. Im 21. Jahrhundert ist die Religion keineswegs verschwunden. Tatsächlich gibt es heute absolut gesehen viel mehr religiöse Menschen als in der Antike.

Das bedeutet jedoch nicht, dass Religion eine anthropologische Konstante ist. Die ebenso unbestreitbare Tatsache, dass es Einzelpersonen und ganze Gesellschaften gibt, die sich offen zum Atheismus bekennen (dies war im letzten Jahrhundert in den Ländern des sogenannten „realen Sozialismus“ der Fall), zeigt, dass der Mensch ohne Religion leben kann. Religion ist, kurz gesagt, ein historisches, kein anthropologisches Phänomen. Dennoch ist sie eines der beständigsten und am schwersten zu überwindenden historischen Phänomene. Betrachtet man die archaischen Zivilisationen, so ist es interessant festzustellen, dass sie sehr oft religiöse Reformbewegungen erlebten. Der erste und vielleicht einer der bedeutendsten Fälle war vermutlich der von Echnaton in Ägypten, einem ägyptischen Pharao der 13. Dynastie, der wahrscheinlich zwischen 1375 v. Chr. und 1334 v. Chr. lebte und etwa 17 Jahre regierte. Unmittelbar nach seinem Tod wurde Echnaton einer Art Damnatio memoriae unterworfen. Er reformierte den altägyptischen Polytheismus radikal (unter anderem durch die Entfernung aller Götterstatuen) und führte stattdessen die Verehrung eines einzigen Gottes ein: Aton, des Sonnengottes. Dies war höchstwahrscheinlich der erste Monotheismus in der Geschichte. Nach seinem Tod wurde Echnaton plötzlich der Damnatio memoriae unterworfen, da seine radikale monotheistische Religionsreform zugunsten einer Rückkehr zum alten Polytheismus rückgängig gemacht wurde.

Tatsache bleibt, dass er, wenn nicht der erste, so doch einer der größten Religionsreformer der Geschichte war. Aber er war nicht der einzige. Noch immer im archaischen Zeitalter (denn auch die Moderne ist von Religionsreformern durchzogen), können wir Zoroaster (oder Zarathustra) im Nahen Osten, Siddhartha Buddha in Indien und Konfuzius in China nennen: allesamt Reformer des 6. Jahrhunderts v. Chr., das Jaspers gerade wegen der radikalen religiösen Veränderungen, die in dieser Zeit stattfanden, als „Achsenzeit“ bezeichnete. Jaspers’ Worte über Buddha treffen auf sie alle zu: „Es ist eine große historische Tatsache, dass es möglich war, ein Leben wie das Buddhas zu führen […] und dass es darüber hinaus in Asien bis heute möglich war, nach den Prinzipien des Buddhismus zu leben. Diese einfache Beobachtung zeigt, wie komplex die menschliche Existenz ist. Der Mensch ist nicht ein für alle Mal festgelegt, sondern offen. Er kennt keine einzige Lösung oder Erkenntnis als die einzig richtige.“ Der Buddha ist die Verwirklichung eines menschlichen Wesens, das keine positive Aufgabe in der Welt erkennt, sondern innerhalb der Welt die Welt selbst verlässt. Jaspers bezog auch die Propheten Israels und die frühen griechischen Philosophen der Achsenzeit mit ein. Vom achten bis zum zweiten Jahrhundert v. Chr. ereigneten sich in verschiedenen Teilen der Welt und unabhängig voneinander entscheidende Veränderungen der menschlichen Mentalität. Philosophen, darunter Sokrates, waren Ausdruck dieses entscheidenden Wandels in der Geschichte der menschlichen Mentalität und Psychologie. Doch in Bezug auf Letzteres ist eine wichtige Unterscheidung angebracht. Man kann sagen, dass erst mit der Philosophie eine wahre Religionskritik entsteht. Es ist wichtig festzuhalten, dass diese Kritik in der Antike (und vielleicht auch nicht in der Neuzeit) nicht mit Atheismus gleichzusetzen war, also der Leugnung der Existenz der Götter oder Gottes. Die Religionskritik nimmt oft die Form einer Kritik an der Mythologie an, die der Ahnenreligion zugrunde liegt, und ersetzt sie durch eine rationale Theologie, also durch ein intellektuelles Gottesverständnis. In der Neuzeit ist dies exemplarisch Spinoza, der nach einer scharfen Kritik am Judentum eine intellektuelle Gottesliebe (amor Dei intellectualis) vorschlägt. Ähnliches lässt sich aber auch über die Religionskritik in der griechischen Philosophie sagen. Betrachten wir zunächst Platon. Dies ist vermutlich nicht das erste Auftreten von Religionskritik in der Philosophie. Man hätte sicherlich auch die Sophisten erwähnen können, vielleicht aber schon Heraklit. Dennoch lässt sich mit Sicherheit sagen, dass die philosophische Religionskritik bei Platon einen ihrer Höhepunkte erreicht. Dies ist nicht der Ort, um Platons Philosophie umfassend zu behandeln, auch weil sie viele historisch-philologische Probleme aufwirft. Platons Werk ist enorm, aber gleichzeitig schwer zu entschlüsseln, da es sich bekanntlich größtenteils um Dialoge handelt, in denen Sokrates und nicht Platon selbst das Gespräch führt. In seinen Büchern (mit Ausnahme seiner Briefe) legt Platon nie seine eigenen Gedanken dar.

Was die Religionskritik betrifft, beziehen wir uns nur auf sein vielleicht bedeutendstes Werk, zumindest hinsichtlich seiner Gesamtstruktur, die in zehn Bücher unterteilt ist. Wir sprechen von der Politéia, übersetzt ins Italienische als wie der Titel bereits andeutet, handelt es sich um ein politisches Werk. Man könnte hinzufügen: das erste und vielleicht eines der wichtigsten Werke der politischen Philosophie in der Geschichte des philosophischen Denkens. Wie fast immer in Platons Werken ist Sokrates der Protagonist des Dialogs, der zunächst mit dem Sophisten Thrasymachos und dann mit dessen Schülern über das Wesen der Gerechtigkeit diskutiert. Obwohl dies nicht unser Thema ist, ist es notwendig, das in dieser Arbeit Gesagte zum vorliegenden Thema in Erinnerung zu rufen. Platon (oder, wenn Sie so wollen, Sokrates) hinterfragt sowohl die traditionelle als auch die sophistische Auffassung von Gerechtigkeit. Was die erstere betrifft, die besagt, dass es gerecht sei, erhaltene Gefälligkeiten zu erwidern, so ist – aus Sokrates’ Sicht – klar, dass dies eine völlig unzureichende Definition ist. Was würde beispielsweise geschehen, wenn mich ein Freund in einem Anfall von Wut und unkontrollierbarer Raserei aufforderte, das geliehene Messer zurückzugeben? Offensichtlich würde er es auf schreckliche Weise missbrauchen. In einem solchen Fall wäre die Brauch, die uns zur Erwiderung erhaltener Gefälligkeiten verpflichtet, keineswegs gerecht. Doch ließen sich viele weitere ähnliche Fälle anführen.

Ein rationales Kriterium ist daher notwendig, um zu erkennen, wann und wie es richtig ist, sich in Bezug auf soziale Verpflichtungen zu verhalten. Was die Ansicht der Sophisten betrifft, hier vertreten durch Thrasymachus, wonach das Gesetz des Stärkeren oder des Herrschers gerecht sei, so ist es noch einfacher. Um zu zeigen, dass es nicht nur unzureichend, sondern auch sehr gefährlich ist. Niemand kann uns versichern, dass der Herrscher nicht

wahnsinnig oder völlig unausgeglichen ist und seine Macht deshalb missbraucht, um sich selbst und die gesamte Polis ins Verderben zu stürzen.

Daher bedarf es eines anderen Gerechtigkeitsbegriffs, den Sokrates im Dialog herleitet, indem er eine grundlegende Analogie zwischen den Teilen der menschlichen Seele und den Bestandteilen der Polis zieht. Zwischen der Seele und der Stadt besteht daher eine Art Isomorphismus, der den Menschen zu einem politischen Mikrokosmos und die Polis zu einem Makroanthropos macht.

So wie die menschliche Seele einen Teil hat, der dem Verlangen nach materiellen Dingen unterworfen ist (die begehrliche Seele), einen Teil, der zu Zorn und Aggression gegenüber Feinden neigt (die jähzornige Seele), und schließlich einen rationalen Teil, so ist auch die Polis unterteilt in Produzenten (die für die Befriedigung materieller Bedürfnisse sorgen), Wächter (die soziale Gewalt gegen Feinde ausüben) und Herrscher, die die Gesellschaft aus rationaler Sicht lenken sollen.

Anmerkung: Jeder dieser Teile ist für das Ganze notwendig. Die Seele könnte ohne das Verlangen nach materiellen Dingen nicht existieren,

genauso wenig wie die Gesellschaft ohne Produzenten oder Handwerker. Ebenso könnte die Seele ohne eine aggressive Komponente nicht existieren, so wie eine Stadt nicht ohne sich gegen Feinde verteidigen könnte. Doch all dies könnte ohne Vernunft nicht erhalten bleiben. Ohne sie wäre der Mensch in einem schlechteren Zustand als die Tiere, so wie die Stadt nicht

lang überleben könnte. Die Vernunft ist für den Menschen ebenso notwendig wie für die Gesellschaft.

Es geht daher darum zu verstehen, wie Gerechtigkeit in diesen sozialen Klassen entwickelt werden kann (auch wenn der Begriff

anachronistisch ist, da das Konzept der „sozialen Klasse“ streng genommen nur auf die moderne Gesellschaft anwendbar ist). Was die Produzenten betrifft, so müssen sie zur Mäßigung erzogen werden, das heißt zur Fähigkeit (Tugend), nur das zu produzieren, was für das menschliche Leben notwendig ist: nicht mehr und nicht weniger. (Das bedeutet, dass Platon die gegenwärtige kapitalistische Wirtschaft, die dem einzigen Gebot der immerwährenden Produktion von Gütern verpflichtet ist, als völlig verwerflich angesehen hätte.)

Doch die Wächter verdienen besondere Aufmerksamkeit. Es ist unerlässlich, dass die ihnen zur Verfügung stehende Macht zum Wohle der Polis eingesetzt wird. Zu diesem Zweck müssen sie das Wohl der Stadt über ihr eigenes stellen.

Das bedeutet – nach Platons Auffassung –, dass sie weder Familie noch Privateigentum besitzen sollten.

Die Familie wird die gesamte Stadt sein, und die Güter, über die sie verfügt, werden Gemeineigentum sein. In diesem Zusammenhang wurde von „platonischem Kommunismus“ gesprochen, doch wir müssen uns davor hüten, ihn mit dem von Marx und Lenin zu verwechseln. Platon war kein Kommunist im marxistisch-leninistischen Sinne (das konnte er aus offensichtlichen Gründen gar nicht sein), aber er glaubte, dass Eigentum und Familie eine ernsthafte Bedrohung für die Polis darstellen würden, da die Wächter sehr wahrscheinlich dazu verleitet würden, Gewalt anzuwenden, um ihre eigenen Partikularinteressen anstatt der kollektiven zu sichern. Wir interessieren uns jedenfalls in erster Linie für die Figur des Philosophen und seine Erziehung, die Platon in den Büchern VI und VII seines Werkes behandelt. Doch wer ist dieser Philosoph? Lesen wir eine wichtige Passage vom Anfang des sechsten Buches:

[…] Philosophen sind diejenigen, die die Fähigkeit besitzen, aus Wirklichkeiten zu schöpfen, die stets gleich und mit ihnen identisch sind, während diejenigen, denen diese Fähigkeit fehlt, in den vielfältigen Wirklichkeiten umherirren und daher keine Philosophen sind (Resp, 484 b).

Weiterhin fügt Platon hinzu, dass der Philosoph derjenige ist, der nicht die Freuden des Körpers oder des Geldes liebt, sondern allein die Wahrheit. Philosophie ist die Liebe zur Wahrheit, gemäß einer heute klassischen Definition. Allerdings identifiziert Platon die Wahrheit mit dem Wissen um das, was immer gleich ist.

Daher muss eine grundlegende Unterscheidung getroffen werden. Die Wirklichkeit teilt sich in das, was immer gleich ist, und das, was sich hingegen ständig verändert. Geometrie oder Arithmetik beispielsweise sind das Wissen um eine Wirklichkeit, die immer gleich ist. Die Summe der Innenwinkel eines Dreiecks beträgt immer 180°. Eine gerade Zahl ist immer durch zwei teilbar usw. Es gibt daher Realitäten, die immer gleich existieren (obwohl es, wie wir sehen werden, etwas gibt, das sogar mathematischen Realitäten überlegen ist). Es gibt jedoch Realitäten, die sich ständig verändern. Man denke beispielsweise an Lebewesen oder das Wetter.

Wir nennen das, was immer gleich existiert, „Sein“ und das, was sich fortwährend verändert, „Werden“.

Die Philosophie versteht sich daher als die Wissenschaft des Seins, während die Doxa, die Meinung der Sterblichen, das Werden behandelt. Wahrheit ist das, was immer gleich existiert, also im Sein. Werden hingegen ist durch den Übergang vom Sein zum Nichtsein gekennzeichnet. Die Zeit von gestern ist beispielsweise nicht mehr heute. Alles, was gestern oder allgemein in der Vergangenheit geschah, ist nicht mehr. Das heißt, es ist im Nichts geendet. Und vom Nichts kann man keine Erkenntnis haben, wie Parmenides ein für alle Mal festgestellt hat.

Buch VI geht jedoch nicht auf die philosophische Frage ein. In diesem Kontext ist Sokrates vor allem daran interessiert, zwei grundlegende Thesen zu untermauern. Erstens liegt ihm der radikale Gegensatz zwischen Philosoph und Sophist am Herzen. Wir können dieses Thema nicht eingehend behandeln, da es sehr komplex wäre. Es genügt zu sagen, dass der Sophist hier in einem stark abwertenden Licht dargestellt wird. Der Sophist ist jemand, der die Jugend verdirbt und sie vom wahren Wissen ablenkt. Der Sophist ist jemand, der die Stimmung der Massen zu seinem Vorteil ausnutzt. Kurz gesagt, der Sophist ist äußerst schädlich für die philosophische Erkenntnis und für das Wohlergehen der Polis. Im Gegenteil, eine gute Polis braucht Philosophen. Und umgekehrt brauchen Philosophen eine gute Polis, weil sie kaum unter korrupten und verdorbenen Mitbürgern leben könnten. Doch es ist der erste Teil der These, der die meisten nachfolgenden Überlegungen angeregt hat. Warum sollten Philosophen die Polis regieren? Sind sie nicht ungeeignet dazu? Widerstreben sie nicht selbst sehr dagegen? Wären sie nicht innerhalb der Mauern ihrer Akademie besser aufgehoben?

Platons Antwort ist zweigeteilt. Zum einen müssen wir bedenken, dass seiner Ansicht nach ein sehr enger Zusammenhang zwischen der Erkenntnis der Wahrheit und unserem moralischen und politischen Verhalten besteht. Platon mag sich in diesem Punkt etwas geirrt haben, aber für ihn war es unvorstellbar, dass jemand Böses begehren würde, wenn er wüsste, dass es Böses ist. Ungeachtet dessen, was die Heiligen Paulus und Augustinus später behaupten würden, wünscht sich für Platon niemand das Böse. Diejenigen, die Schlechtes tun, glauben immer, Gutes zu tun. Wir könnten das tragische Beispiel des Terrorismus anführen. Jemanden zu töten ist wohl das größte Übel, aber diejenigen, die es tun, glauben, etwas Gutes zu tun. Daher begeht man Böses aus Unwissenheit. Umgekehrt handelt man gut, weil man ein gewisses Wissen über die Wahrheit besitzt. Daraus folgt, dass Philosophen, diejenigen, die die Wahrheit des Seins lieben, die Einzigen sind, die der Stadt gerechte Gesetze geben können. Doch es gibt einen zweiten Grund, oder genauer gesagt, einen zweiten Aspekt derselben Frage. Wahrheit, so haben wir gesagt, ist die Betrachtung dessen, was immer gleich bleibt, während Doxa, die Meinung, sich nur von dem angezogen fühlt, was sich ständig verändert. Kein Staat kann auf Dauer bestehen, wenn seine Gesetze von Menschen verfasst werden, die nur das Werden, die Mutation kennen.

Auch aus diesem Grund ist es angemessen, dass der Philosoph die Stadt regiert. Er hat die Vernunft zum Leitfaden seiner Seele erhoben.

Während die Arbeiter vornehmlich von Begierde und Appetit, also dem sinnlichen Teil unseres Wesens, geleitet werden, während die Hüter, also die Ordnungshüter, vom Zorn, dem aggressiven Teil unserer Persönlichkeit, geleitet werden, haben nur die Philosophen die Vernunft zum Leitfaden ihrer Seele erhoben.

Sie werden es sein, die die Vernunft auch zum Leitfaden der Stadt machen werden, sodass sowohl Hüter als auch Arbeiter dazu erzogen werden,

vernünftige Gesetze zu achten.

 Buch VI schließt jedoch mit einer sehr wichtigen, wenn auch etwas schwer fassbaren Anspielung.

Philosophie, so haben wir gesagt, ist die Erkenntnis und Liebe zur Wahrheit, das heißt zu dem, was immer gleich bleibt.

Um dies zu veranschaulichen, haben wir das Beispiel der Mathematik herangezogen. Für Platon war dieses Wissen grundlegend, so sehr, dass über der Tür der Akademie (der von ihm gegründeten und geleiteten Schule) geschrieben stand: „Niemand, der kein Mathematiker ist, soll diesen Ort betreten.“ Doch darüber hinaus gab es für Platon eine noch wesentlichere, noch wichtigere, noch exklusivere Wirklichkeit. Platon nannte sie „das Gute“ (zu Agathon). Wir lesen erneut aus Buch.

VI: Dass die Idee des Guten das höchste Wissen ist, durch das gerechte und andere Dinge nützlich und heilsam werden, habt ihr schon tausendmal gehört. Und auch jetzt wisst ihr genau, dass ich das meine, und außerdem, dass wir diese Idee nicht ausreichend kennen. Und wenn wir sie nicht kennen, selbst wenn wir alles andere bis ins höchste Maß kennen würden,

so wisst ihr, dass uns das keinen Vorteil bringen würde, und dasselbe wäre der Fall, wenn wir etwas ohne das Gute besäßen.

Oder glaubt ihr, dass es von Vorteil ist, jeden anderen Besitz zu haben, wenn dieser Besitz nicht gut ist? Oder dass man alle anderen Dinge ohne das Gute verstehen kann und dennoch das Schöne und das Gute überhaupt nicht begreift? (Antwort 505 a – b). Wie man sieht, definiert Platon nicht, was das Gute ist. Es scheint, dass kein Wissen eine Wirklichkeit, die unseren logischen Fähigkeiten so weit überlegen ist, vollständig erfassen könnte. Oder vielleicht, wie viele Gelehrte vermuten, hielt Platon es für unmöglich, solches Wissen schriftlich festzuhalten, und beschränkte sich daher auf die mündliche Überlieferung. Wie dem auch sei, selbst wenn wir keine korrekte und präzise Definition geben können, müssen wir dennoch wissen, dass es etwas Höheres gibt, das über die Wahrheit dessen hinausgeht, was immer gleich existiert. Und dieses Etwas ist genau die höchste, erhabene, unveränderliche Wirklichkeit des Guten.

Wir stehen vor einer radikal antiutilitaristischen These, die das westliche moralische Denken tiefgreifend prägen wird. Das Gute ist nicht das, was uns nützlich ist (Thrasymachus); es ist nicht das, was uns einen Vorteil verschafft.

Das Gute ist eine unveränderliche Realität, die in keiner Weise von unseren Urteilen abhängt. Dennoch ist es wahr, dass das Befolgen des Guten, das Anpassen an es, für uns am nützlichsten und vorteilhaftesten ist. Wir können nichts Besseres als das Gute begehren, aber das Gute entspricht nicht unseren unmittelbaren, natürlichen Wünschen. Wie man sieht, besteht eine präzise Entsprechung zwischen Ontologie (d. h. der Struktur der Realität) und Erkenntnis. Die niedrigste ontologische Ebene ist die der Bilder: Spiegelbilder im Wasser, Schatten usw. Dies sind die niederen Realitäten, weil sie am unbeständigsten sind. Die Erkenntnis dieser Dinge nennt Platon „Fantasie“, also etwas, worauf wir unser Leben nicht gründen können. Auf einer höheren Ebene befinden sich die Dinge, die Schatten und Spiegelungen erzeugen. Ein Tisch zum Beispiel ist viel realer als der Schatten, den er wirft. Platon nennt dieses Wissen „Doxa“, Meinung. Es ist an sich nicht falsch, denn offensichtlich existieren Tische, Berge, Häuser usw. wirklich. Das Problem ist jedoch, dass der wahre Philosoph über dieses allein auf den Sinnen beruhende Wissen hinausgehen muss, um zu einer Realität zu gelangen, die nicht sinnlich, sondern intelligibel ist. Wir haben dies bereits erörtert: zuerst die Realität der Zahlen und geometrischen Formen und schließlich, durch die Dialektik, die Realität der ersten Prinzipien, auf denen die Mathematik selbst beruht. Auch hier geht Platon nicht näher auf das Thema ein. Denn Buch VII der Republik führt uns zurück zum „politischen“ Problem. Sokrates erzählt das Höhlengleichnis, eine von Platons berühmtesten Erfindungen. Stellt euch, sagt Sokrates, eine große Höhle vor, in der Menschen an den dunkelsten Wänden angekettet sind, also an denen, die nicht ins Innere der Höhle blicken. Stell dir draußen vor: Eine große Mauer und dahinter Riesen, die Gegenstände auf ihren Schultern tragen: Tische, Amphoren usw. Das Sonnenlicht, das von oben scheint, wirft die Schatten der von den Riesen getragenen Gegenstände an die Höhlenwände.

Da die angeketteten Männer nie etwas anderes gesehen haben, werden sie natürlich denken, dass diese Schatten die einzig wahre Realität sind. Doch plötzlich gelingt es einem von ihnen – aus unerfindlichen Gründen –, sich von seinen Ketten zu befreien und aus der Höhle zu fliehen. Zuerst werden seine Augen geblendet sein. Es wird ihm scheinen, als könne er nichts mehr sehen (dies ist die erste Wirkung der Philosophie). Doch nach und nach werden sich seine Augen an das Licht gewöhnen, und dann wird er sehen, was er zuvor nie geahnt hatte: dass das, was er zuvor gesehen hatte, nur der Schatten der Gegenstände war, die die Riesen trugen usw. Vor allem aber, dass alles von der höchsten Realität abhängt, der Sonne, die hier das Gute allegorisiert, von dem im vorherigen Buch die Rede war. Wie bereits erwähnt, könnte sich dieser Mensch nichts Schöneres wünschen, als dort zu verweilen und die Sonne und alles andere zu betrachten. Doch von Mitgefühl bewegt, wird er beschließen, zum Dämmerlicht der Höhle zurückzukehren. Nicht um andere angekettete Männer zu befreien, sondern um sie zu warnen, dass das, was sie für real halten, in Wirklichkeit gar nicht real ist und dass ihre Unwissenheit letztlich darauf beruht, wie Sklaven angekettet zu sein.

Platon weiß genau, dass diese Männer auf diese Ankündigung nicht gelassen reagieren werden.

Freie Männer als Sklaven zu bezeichnen, ist erniedrigend. Ihnen zu erklären, dass sie nichts von dem wissen, was sie zu wissen glauben – sie also

unwissend zu nennen – ist beleidigend. Der Mann wird daher Widerstand erfahren und vielleicht zum Tode verurteilt werden, wie es allen Lesern der Republik bekannt ist, die Sokrates widerfahren ist.

Dennoch kann sich der Philosoph seiner „politischen“ Aufgabe nicht entziehen. Er kann nicht länger isoliert bleiben, in der reinen und wunderbaren Betrachtung des Guten. Er muss mit seinen Mitbürgern leben und die Macht ergreifen, die Gesetze der Stadt zum Besseren gestalten. So riskant es auch sein mag, es ist eine Pflicht, der er sich nicht entziehen kann. Wie Pierre Hadot bemerkte, wandte sich Platon mit dieser Betonung höchstwahrscheinlich an seine Philosophiestudenten an der Akademie und mahnte sie, sich nicht mit dem philosophischen Leben, das sie in der platonischen Schule führten, zufriedenzugeben, sondern stets das oberste Ziel ihrer Philosophie im Auge zu behalten: die politische Umgestaltung des Staates. In heutiger Sprache würden wir sagen: die neue herrschende Klasse des Landes zu werden.

Buch VII kehrt zur Bedeutung von Mathematik und Dialektik für die Ausbildung des Philosophen zurück, die er bereits in Buch VI erwähnt hatte. Bevor er sich der Politik widmet, muss der Philosoph wahres Wissen erworben und Mathematik und Dialektik ausreichend geübt haben. Dies sind keine Dinge, die man improvisieren kann; sie erfordern einen Großteil des Lebens. Erst mit etwa vierzig oder fünfzig Jahren erreicht man wahre philosophische Reife. Damit scheint der Dialog zu enden.

Politische Gerechtigkeit entspricht der Herrschaft über den besten Teil

der Seele, sowohl im einzelnen Menschen (dem Philosophen) als auch im Staat, in dem die Tugenden Mäßigung, Mut, Gerechtigkeit und Weisheit herrschen. Da kein realer Staat diesem Modell entsprechen kann, muss man sagen, dass Gerechtigkeit nur in der ewigen Welt der Ideen herrscht und nicht im Leben der Sterblichen. Doch der Staat endet hier nicht. Platon scheint nicht zufrieden zu sein, denn er verspürt das Bedürfnis, auf die Korruption des politischen Lebens zurückzukommen, auf die er insbesondere in der Dichtung und allgemein in der Kunst hinweist. Daher müssen wir, jenseits der Dynamiken, die den Verfall politischer Regime bestimmen, zum Kern der Sache vordringen, indem wir die wahre Wurzel des Problems aufzeigen. Es mag seltsam erscheinen, dass diese in der Kunst liegt, doch wir können nicht umhin festzustellen, dass die westliche Kultur von einem tiefen Misstrauen ihr gegenüber durchdrungen ist. Man denke nur an das biblische Verbot, Gott darzustellen. Man denke an Rousseaus Misstrauen gegenüber Brillen usw. Platons Verurteilung sollte daher nicht als Spezifik des Philosophen betrachtet werden, sondern in einen breiteren Kontext gestellt werden: die Ambivalenz des Kunstwerks in den Augen der menschlichen Kultur. Dennoch hat Platons Verurteilung ihre eigene Spezifik, die maßgeblich von ihren philosophischen Voraussetzungen abhängt. Was ist Kunst überhaupt? Sie ist Nachahmung. Wenn ich ein Bild male, ahme ich die Landschaft nach. Wenn ich eine Statue forme, ahme ich einen menschlichen oder tierischen Körper nach. Wenn ich ein Gedicht schreibe, ahme ich menschliche Handlungen oder Gefühle nach. Kunst ist also Mimesis. Daran wäre nichts auszusetzen, denn selbst wenn ein Schreiner einen Tisch baut, ahmt er ein Idealbild eines Tisches nach, das er vor Augen hat. Jede Dichtung ist in gewissem Maße mimetisch. Es bestehen jedoch grundlegende Unterschiede zwischen den verschiedenen Formen der Mimesis.

Platon verdeutlicht dies, indem er rasch zu dem Thema übergeht, das ihn am meisten interessiert: der homerischen Dichtung.

Homer galt als „Erzieher der Griechen“, da seine Epen (die Ilias und die Odyssee) die Grundlage für die moralische und intellektuelle Entwicklung der Griechen bildeten.

In seinem Angriff auf seinen Vater Homer – wenn man so will – demonstriert Platon zunächst seine eigene Unkenntnis in den von ihm beschriebenen Angelegenheiten.

Im militärischen Bereich spricht Homer von Dingen, von denen er keine Ahnung hat. Die von ihm beschriebenen Schiffe beispielsweise konnten unmöglich so gebaut worden sein.

Was Platon jedoch am meisten beunruhigt, ist das Verhalten, das Homer den Göttern zuschreibt.

Seinen Erzählungen zufolge verhalten sie sich auf höchst unschickliche Weise: Sie lügen, schließen und brechen Bündnisse, üben Rache, begehen Ehebruch usw. Kurz gesagt: Alles, was wir an den Menschen verurteilen, sehen wir bei den Göttern. Im Gegenteil, für Platon ist es unerlässlich zu bekräftigen, dass Gott das Gute ist (eine grundlegende Aussage für die christliche Theologie) und dass er folglich nichts anderes als das Gute selbst tun kann.

Woher rührt all dies? Nicht von Homers Bosheit, sondern von seiner Unwissenheit. Und diese Unwissenheit rührt daher, dass die Dichtung keine idealen, ewigen, rationalen Vorbilder nachahmt, sondern bloße Erscheinungen.

Dichtung ist, wie man sagt, eine Nachahmung der Nachahmung. Eine Nachahmung von Dingen, die selbst Nachahmungen sind.

Daher ist sie am weitesten von der Wahrheit entfernt. Ein Zimmermann, wie jeder andere Handwerker, ist der Wahrheit viel näher als der Dichter, der stattdessen Schein und Sein verwechselt.

Daraus resultieren nicht nur die Lügen über Götter und Menschen, mit denen die homerischen Epen durchdrungen sind, sondern auch die Tatsache, dass sie – die homerischen Epen – dazu beitragen, uns in der Höhle zu versklaven, die wir in Buch VII besprochen haben. Wenn die Menschen weiterhin Schein und Sein verwechseln, wenn sie Schatten Glauben schenken, wenn sie ihren Leidenschaften verfallen, so liegt dies vor allem daran, dass sie durch die Werke Homers und der Dichter erzogen wurden. Der Dichtung mangelt es an Wahrheit und sie spricht die tiefsten Abgründe der Seele an. Daher steht sie im krassen Gegensatz zur Philosophie. Zwischen Dichter und Philosoph kann nur ein radikaler Gegensatz bestehen.

Deshalb wird es im idealen Staat keinen Platz für den Dichter geben:

Wisse jedoch, dass in unserem Staat keine andere poetische Form akzeptiert wird als Hymnen an die Götter und Lobgesänge auf tugendhafte Männer, denn wenn ihr die süße Muse, die Muse der Lyrik oder des Epos, willkommen heißen würdet, würden Lust und Schmerz im Staat anstelle von Recht und Vernunft herrschen, die stets und einhellig als das Bessere gelten (Resp. 607 a).

Dies ist nicht der Schluss der Republik, aber wir finden hier gewiss eine erste, grundlegende philosophische Kritik an der griechischen Religion. Platon war natürlich alles andere als ein Atheist im modernen Sinne. Sein Gott war das absolute Gute. Seine Kritik an Homer und der griechischen Mythologie im Allgemeinen lautete, dass sie die Götter in der Form des Bösen darstellten.

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Spinoza Innerhalb der Jüdischen Religion und des Jüdischen Religionssystems

Anita Vinci (Berlin)

Die Geschichte des Skeptizismus, die in der Neuzeit mit Erasmus von Rotterdams „Lob der Torheit“ (1511) beginnt, findet ihren idealen Höhepunkt im Jahr 1670 mit der Veröffentlichung von Spinozas „Theologisch-Politischer Traktat“. Doch damit endet die Rolle des Skeptizismus nicht; man denke nur an Hume und viele andere nachfolgende Skeptiker wie Rensi in Italien und Popkin selbst in den Vereinigten Staaten von Amerika, um die nach wie vor ungebrochene Bedeutung dieser Denkrichtung zu erkennen. Aber mit Spinoza wird der Skeptizismus zu einer „vernichtenden Kritik an den angeblich geoffenbarten Wahrheiten [der Religionen]: einer Kritik, die in den letzten drei Jahrhunderten maßgeblich zur Säkularisierung des modernen Menschen beigetragen hat.“¹ Spinozas Denken geht natürlich weit über seine Kritik an der geoffenbarten Religion hinaus. Insbesondere für einen Philosophie-Kurs sollte man sich Spinozas Denken vor allem wegen seiner geometrisch-deduktiv bewiesenen Ethik merken, die nichts mit Skeptizismus zu tun hat; vielmehr offenbart sie, wenn überhaupt, die „dogmatische“ Seele des Philosophen. Aus der Perspektive der Religionskritikgeschichte ist der Theologisch-Politische Traktat jedoch von unvergleichlicher Bedeutung. Es ist jedoch anzumerken, dass er eine Kritik an dem Anspruch der Hebräischen Bibel darstellt, eine verlässliche Erkenntnis Gottes zu vermitteln. Spinoza will, zumindest vordergründig, zeigen, dass die Hebräische Bibel keine adäquate Erkenntnis Gottes vermittelt und daher aus seiner Sicht nicht als Offenbarung verstanden werden kann. Die Bibel mag einige sehr nützliche Aspekte haben, aber die einzige Offenbarung Gottes, so argumentiert der Philosoph, ist nur in unserer Vernunft vorhanden, soweit sie sich zur einzig adäquaten Erkenntnis der Natur erhebt. Obwohl der Kern der Argumentation des Tractatus historisch ist, wird der philosophische Kern der Religionskritik bereits in den ersten Zeilen des Tractatus dargelegt. Diese Zeilen müssen sorgfältig gelesen werden, denn sie offenbaren einen der Schlüsselaspekte der Religionskritik: nicht nur der Spinozas, sondern letztlich der gesamten Philosophiegeschichte. Lesen wir den Anfang des Tractatus: Prophezeiung oder Offenbarung ist die sichere Erkenntnis [certa cognitio], die Gott und den Menschen von etwas offenbart wird. Und ein Prophet ist jemand, der Gottes Offenbarungen für diejenigen auslegt, die keine sichere Erkenntnis davon erlangen können und die daher das Offenbarte nur mit reinem Glauben annehmen können. In diesen Zeilen, wie bereits erwähnt, wird das Geheimnis von Spinozas Religionskritik enthüllt. Prophetie das heißt, das Herzstück der biblischen Offenbarung (Moses war der größte Prophet, der Einzige, der Gott „von Angesicht zu Angesicht“ sah und von ihm die Tora, das Gesetz, empfing; nach Mose war die Religion Israels jedoch von der prophetischen Bewegung geprägt) – ist eine bestimmte Erkenntnis Gottes. Oder besser gesagt, auch wenn der Text dies auf den ersten Blick nicht explizit ausspricht (der Bezug zur Ethik ist für jeden, der mit Spinoza vertraut ist, offensichtlich): Sie sollte eine bestimmte Erkenntnis Gottes sein. Wenn Prophetie Glaubwürdigkeit besitzen, wenn sie wahre Offenbarung sein soll, muss sie eine bestimmte Erkenntnis Gottes sein. Andernfalls ist sie unvollkommenes Wissen und unterliegt daher der Revision und Verbesserung durch besseres Wissen. Wenn wir darüber nachdenken, ist sie das Modell der Religionskritik, das die Aufklärung und Hegel selbst später präsentieren sollten. Religion (in ihrem Fall das Christentum) verbreitet ein Gottesbild, das nicht unbedingt als falsch, verlogen oder abergläubisch gebrandmarkt werden sollte, wie die radikalsten Kritiker behaupten, sondern das gewiss nur partiell, unvollständig und vorläufig ist. Die Philosophie – und zu diesem Punkt wird sich Hegel meisterhaft äußern – muss besser, das heißt begrifflich, wissenschaftlich, das ausdrücken, was die Religion nur durch Bilder und daher unvollkommen vermittelt. Die Philosophie bewahrt und zugleich übertrifft somit den spirituellen Gehalt der Religion. Spinoza verfügt nicht über die Hegelsche Dialektik, die frühere spirituelle Erkenntnisse sowohl übertrifft als auch bewahrt. Doch er legt die unerlässlichen Grundlagen für dieses philosophische Instrument. Wer die Religion verstehen will, muss sie mit der Philosophie vergleichen, die eine bestimmte Erkenntnis Gottes darstellt. Wenn Religion (in diesem Fall das Judentum) wahr ist, muss sie eine bestimmte Gotteserkenntnis vermitteln, die derjenigen, zu der die menschliche Vernunft fähig ist, überlegen oder zumindest gleichwertig ist. Anders ausgedrückt: Der entscheidende Punkt der ersten Zeilen des Tractatus (und dies war zuvor nie so explizit formuliert worden; wird es aber später, insbesondere ab Kants „Kampf der Fakultäten“) ist, dass das Kriterium für die Beurteilung von Religion nun philosophisches Wissen ist. Wenn Religion wahr ist, wiederholen wir es, muss sie einen Erkenntnisgehalt aufweisen, der dem überlegen oder zumindest gleichwertig ist, was die Philosophie (d. h. das menschliche Denken) von sich aus leisten kann. Es ist jedoch klar, dass dadurch der Inhalt der biblischen Offenbarung – und des religiösen Diskurses im Allgemeinen – letztlich auf ein ihm völlig fremdes Paradigma reduziert wird. Anmerkung: Für Spinoza ist Philosophie, wie wir wissen und bereits im vorherigen Absatz erwähnt haben, ein geometrischer und deduktiver Diskurs. Als überzeugter Cartesianer betrachtete Spinoza Mathematik und Geometrie als unumstößliches Erkenntnismodell. Vielleicht ohne zu ahnen, dass er damit einen der klassischsten Fehler beging: Spinoza wandte das euklidisch-kartesische Modell auf die biblische Offenbarung an. Bis Spinoza war es offensichtlich, dass die Bibel kein mathematischer Diskurs ist. Galileo Galilei sprach dennoch von „zwei Büchern“, die von Gott geschrieben wurden: dem Buch der Natur, verfasst in mathematischen Zeichen, und der Bibel, geschrieben in der Sprache des Volkes. Galileo wusste sehr wohl, dass die beiden Paradigmen nicht verwechselt werden dürfen. Was die Bibel sagt, lässt sich nicht mit Wissenschaft vergleichen. Damit ist aus philosophischer Sicht bereits klar, dass prophetische Rede die notwendige Gewissheit vermissen lässt. Tatsächlich sind sinnliche Wahrnehmungen (zumindest aus der Sicht eines cartesianischen Rationalisten) definitionsgemäß die unsichersten. Was den Sinnen erscheint, ist weitaus unsicherer als das, was die reine Vernunft erfassen kann. Ein Gegenstand mag mir erst klein, dann groß, erst gerade, dann – wenn er in Wasser getaucht wird – krumm erscheinen, ohne dass sich seine Form und Dimensionen verändert haben. Nur die Vernunft ist imstande, die Begriffe der natürlichen Dinge klar und deutlich zu erfassen. Indem sie sich auf sinnliche Wahrnehmungen berufen, beschränken sich Propheten auf das, was Spinoza andernorts (zum Beispiel in der Ethik) als „Erkenntnis erster Stufe“ bezeichnete: die unsicherste und unzuverlässigste. Wie kann man also behaupten, Prophetie sei eine „sichere Erkenntnis“ Gottes? Darüber hinaus weckt prophetisches Wissen selbst aus rein religiöser Sicht großes Misstrauen. Wie können wir einen wahren Propheten von einem falschen unterscheiden? Sinnliche Offenbarungen helfen uns dabei nicht weiter, denn sie sind nicht Gott, sondern seine Schöpfung. Doch auch dieser Weg beseitigt nicht alle Schwierigkeiten. Es scheint sogar der Vernunft zu widersprechen, anzunehmen, dass ein Geschöpf, das wie alle anderen von Gott abhängig ist, mit Worten wirksam ausdrücken oder in seinem eigenen Namen das Wesen und die Existenz Gottes offenbaren könnte. Natürlich weiß jeder, der mit Spinozas Philosophie vertraut ist (was jedoch für die ersten Leser des Tractatus nicht der Fall war, da sie die Ethik nicht kannten), dass der Philosoph die Vorstellung der Schöpfung aus dem Nichts als widersprüchlich betrachtete. Die Welt ist nicht Gottes Schöpfung im theologischen Sinne, sondern natura naturata, das heißt, Gott selbst in seiner Offenbarung. Selbst die Anerkennung Christi als der einzigen Offenbarung des Wortes Gottes weckt mehr als nur geringes Misstrauen. Obwohl Spinoza mit einigen christlichen Minderheiten der niederländischen Calvinistenkirche in Kontakt stand, konvertierte er nie zum Christentum. Es ist schwer vorstellbar, dass er in Christus eine Offenbarung Gottes sah. Jedenfalls ist der Punkt klar, und Spinoza führt ihn auf den folgenden Seiten ausführlich aus: Prophetie – zumindest die des Alten Testaments – ist keine sichere Erkenntnis des Wesens Gottes. Mit anderen Worten: Prophetie und die biblischen Bücher im Allgemeinen sagen nichts über das Wesen Gottes, sein Wesen, seine Existenz selbst aus. Es ist unmöglich, darauf eine wahre religiöse Vorstellung zu gründen. Selbst Mose – den die jüdische Tradition als einzigen Propheten feiert, der Gott „von Angesicht zu Angesicht“ sah und die Tora, das Gesetz, vom Ewigen empfing –befindet sich in keiner anderen Lage. Spinoza hält die Zuschreibung der ersten fünf Bücher der Bibel an Mose für zweifelhaft, aber selbst wenn dem nicht so wäre, bliebe die Situation dieselbe: Auch Mose verband seine Worte stets mit sinnlich erfahrbaren Erscheinungen, wie etwa dem brennenden Dornbusch, in dem der Prophet gemäß Exodus 3,1 ff. die erste Offenbarung des Ewigen empfing. Auch Moses’ Prophetie ist Vorstellungskraft, das heißt, nur grundlegendes Wissen. Die Verärgerung der jüdischen Gemeinde über diese Worte ist verständlich, wenn man bedenkt, dass Spinoza – wie fast alle Gelehrten anerkennen – bereits 1656, also zum Zeitpunkt seiner Verurteilung, die ersten Ideen entwickelte, die später in seinen Tractatus Theologico-Politicus einfließen sollten. Zwar erkennt der Philosoph den politischen Nutzen der Tora an (wenn auch rein historischen), doch leugnet er ihr jeglichen geoffenbarten Wert. Dies untergräbt natürlich die Exklusivität Israels: seine Erwählung, seinen Bund mit Gott aufgrund des ihm offenbarten Gesetzes usw. Die Wunder selbst, die die biblische Geschichte (einschließlich des Neuen Testaments) durchdringen, wurden völlig ihrer Bedeutung beraubt. Für Spinoza ist es völlig unmöglich, dass die Natur von ihren ewigen und unumstößlichen Gesetzen abweicht, um Wunder zuzulassen. Und dies war nach Ansicht vieler Gelehrter einer der anstößigsten Aspekte des Tractatus. Es gibt jedoch noch einen weiteren Aspekt, der den Tractatus Theologico-Politicus zu einem der wichtigsten Werke für das Verständnis der Religionskritik der Moderne macht. Bislang haben wir gesehen, wie Spinoza die biblische Prophetie dem rein rationalen Gottesverständnis gegenüberstellt und aufzeigt, dass es der ersteren an der Gewissheit des letzteren mangelt, sofern unter Gewissheit ein Satz klarer und eindeutiger Ideen, wie etwa geometrischer und mathematischer Art, verstanden wird. Prophetie hingegen basiert auf Vorstellungskraft und nicht auf geometrischer Klarheit. Spinoza war sich jedoch durchaus bewusst, dass Moses Maimonides (der große jüdische Rabbiner, Arzt und Philosoph des 12. Jahrhunderts) in seinem „Führer der Unschlüssigen“ für das vollkommene Zusammenwirken von Vorstellungskraft und Wissen in der biblischen Prophetie argumentiert hatte. Dies ist möglich, weil der Prophet nicht irgendein Mensch ist, sondern ein Mann, der seinen Körper – gemäß einer sehr spezifischen Diät – und seinen Geist auf strengste Weise gereinigt hat. Dank dieser Selbstvervollkommnung wird der Prophet eine Ausstrahlung des wirkenden Intellekts Gottes empfangen können (hier spielt Maimonides auf ein aristotelisches Konzept an), wodurch er die Wahrheit sowohl mit dem Intellekt als auch mit der Vorstellungskraft erkennen kann. Es genügte Spinoza daher nicht, rationales Wissen dem prophetischen Wissen gegenüberzustellen. Es war notwendig – wie wir heute sagen würden –, die biblische Prophetie von innen heraus zu „dekonstruieren“ und aufzuzeigen, dass sie keinen objektiven Inhalt besitzt. Bevor wir uns mit den Vorzügen von Spinozas tiefgründiger Kritik befassen, ist es wichtig, sich daran zu erinnern, dass der Protestantismus – den Spinoza gut kannte, da er in einer calvinistischen Republik lebte – das sogenannte Prinzip der „sola Scriptura“ nachdrücklich bekräftigt hatte. Luther, der Vater der Reformation, hatte bereits nachdrücklich bekräftigt, dass die Dogmen von Konzilien oder päpstlichen Dekreten, so wichtig sie auch sein mögen, nicht dieselbe Autorität besitzen wie das Wort Gottes, wie es in der Bibel, also im Alten und Neuen Testament, bezeugt ist. Jedes Dekret, jede religiöse Praxis oder gar jedes Dogma der römischen Kirche, wie autoritativ es auch sein mag, ist, wenn es im Widerspruch zu dem steht, was die Bibel bezeugt, jeglicher Relevanz beraubt. Der Christ ist frei von jedem Joch oder Zwang, den die Kirche nicht im Namen Christi, sondern aus menschlichem Bedürfnis heraus verkündet. Das christliche Gewissen ist daher frei, aber gleichzeitig an das Wort Gottes, wie es in der Bibel bezeugt ist, gebunden. All dies mag heute seltsam erscheinen. Warum, so könnte man fragen, misst man einem alten Buch einen solchen Wert bei? Wird es dadurch nicht zu einem Götzen? Es muss jedoch gesagt werden, dass eine solche Aussage zu Luthers Zeiten keineswegs problematisch war, da die katholische Tradition die Bibel seit jeher als das absolut verbindliche Wort Gottes betrachtet hat. Die Auslegung dieses Wortes, also der Bibel, ist jedoch tatsächlich an hermeneutische und dogmatische Traditionen gebunden. Mit anderen Worten: Die Bibel muss Die Auslegung erfolgte im Einklang mit dem, was zuvor von der Kirche festgelegt und akzeptiert worden war. Dieses Dogma wurde offiziell auf dem Konzil von Trient bestätigt, war aber bereits zu Luthers Zeiten gültig. Gegen diese Marginalisierung des Wortes Gottes – in der Praxis mehr als im Prinzip – proklamierte der Reformator das Prinzip sola Scriptura und bekräftigte, dass allein die Bibel – Altes und Neues Testament – ​​für den christlichen Glauben verbindlich ist. Natürlich ist diese Aussage nicht ausreichend, wie wir bald sehen werden. Was bedeutet es in der Praxis, dass die Bibel verbindlich ist? Die Reformatoren bekräftigten einhellig: Sacra Scriptura sui ipsius interpres. Das heißt, die Bibel muss allein aufgrund ihrer selbst interpretiert werden, ohne auf äußere Kriterien zurückzugreifen. Zum Beispiel ohne auf metaphysische Prinzipien oder dogmatische Verkündigungen zurückzugreifen. Die Bibel muss auf der Grundlage der Bibel selbst interpretiert werden. In der patristischen und mittelalterlichen Tradition war jedoch eine allegorische Auslegung der Bibel weit verbreitet. Gemäß dieser Hermeneutik hat die Heilige Schrift nicht nur eine wörtliche Bedeutung – also das, was sich aus der grammatikalischen Bedeutung der Begriffe erschließen lässt –, sondern auch tiefere spirituelle Bedeutungen. Selbstverständlich ist dies nicht der Ort, um in die Geschichte der Bibelauslegung einzutauchen, die äußerst komplex wäre. Luther und die Reformatoren vertraten jedenfalls die Auffassung, dass die wörtliche, also grammatikalische Bedeutung der Bibel maßgebend ist. Das Wort Gottes stimmt größtenteils mit dem unmittelbaren Sinn der Heiligen Schrift überein. Die Suche nach tieferen Bedeutungen jenseits des Wortlauts bedeutet fast immer, menschliche Willkür einzuführen. Denn die Bibel gibt uns naturgemäß keine Auskunft darüber, was ihre tiefere Bedeutung sein könnte. Wenn Christus beispielsweise beim Letzten Abendmahl, als er das Brot brach und es den Jüngern austeilte, sagte: „Dies ist mein Leib“, meinte er damit wörtlich, dass der Leib Christi im eucharistischen Brot wahrhaft gegenwärtig ist.

Mit dieser Prämisse können wir endlich zu Spinozas Tractatus zurückkehren. Der Philosoph bekräftigt nachdrücklich, dass die Bedeutung der Heiligen Schrift ad ipsa Scriptura sola, also allein auf der Grundlage der Bibel selbst, erschlossen werden muss. Jedes andere Kriterium wäre willkürlich. So wie die Natur in sich selbst verstanden werden muss, ohne ihr fremde Konzepte vorauszusetzen, so gilt dies auch für die Bibel. Das Studium der Heiligen Schrift ist daher insofern „wissenschaftlich“, als die Bedeutung ihrer Bücher ohne Rückgriff auf etwas Äußeres erschlossen wird. Zum Beispiel müssen Dogmen, die Theorie der göttlichen Inspiration, spätere Lehren usw. ausgeschlossen werden. All dies war in einem protestantischen Umfeld vollkommen verständlich und hätte keinen Anstoß erregt. Die Frage ist jedoch, was Spinoza mit ad ipsa Scriptura sola meinte. Für Spinoza geht es primär darum, sich mit dem Originaltext auseinanderzusetzen und Übersetzungen zu vermeiden. Aber auch dies war in protestantischen Kreisen jener Zeit wohlbekannt. Spinoza fügte einige Beobachtungen hinzu, die dazu beitrugen, die Bibelauslegung in eine völlig andere Richtung zu lenken als die zuvor akzeptierte. Erstens muss die Bedeutung eines Textes auf der Grundlage der Intention seines Autors ermittelt werden. Dazu ist es nicht notwendig, die Psychologie der biblischen Autoren zu kennen, was offensichtlich sehr schwierig, wenn nicht gar unmöglich wäre. Wenn wir jedoch beispielsweise in Genesis 3 lesen, dass Gott sich im Feuer des brennenden Dornbuschs offenbart, müssen wir uns fragen, ob Mose (vorausgesetzt, er ist der Autor des Textes) sich wörtlich oder bildlich ausdrücken wollte. Dazu müssen wir prüfen, ob Mose in den anderen ihm zugeschriebenen Büchern (nämlich den ersten fünf Büchern der Bibel, dem sogenannten Pentateuch) jemals etwas Ähnliches andeutet. Auf dieser Ebene arbeitet der Exeget fast wie ein Naturwissenschaftler und sammelt alle relevanten Daten zur Lösung des Problems, in seinem Fall schriftliche Texte. Das Ergebnis des „Experiments“ führt zu einer sehr klaren Schlussfolgerung: Moses bekräftigt wiederholt, dass Gott eine völlig immaterielle Realität ist. Sein Gott hat keinerlei Ähnlichkeit mit sichtbaren Dingen. Daraus folgt, dass die Passage aus dem Buch Genesis bildlich interpretiert werden muss. Es genügt jedoch nicht, den Gebrauch bestimmter Begriffe durch einen bestimmten Autor zu überprüfen und zu katalogisieren, um die Bedeutung der Texte objektiv zu verstehen. Stevan Nadler bemerkt, dass Spinoza eine „eher weite Auffassung von ab ipsa Scriptura sola“ an den Tag legt, da das Verständnis des Textes auch die Einbeziehung der sozialen und politischen Umstände erfordert, die die Sichtweise der biblischen Autoren prägten, sowie unseres Wissens über ihre Biografien. Um Napoleons Werk objektiv zu verstehen, muss der Historiker die französische Geschichte während der Revolution, die spezifischen Umstände seines Aufstiegs sowie den Charakter und die Persönlichkeit des zukünftigen Kaisers von Frankreich kennen. Dasselbe gilt für das Verständnis der Schriften von Mose, Jeremia, Daniel usw. Um Stevan Nadler erneut zu zitieren:„Mit der gleichen Logik, mit der man unter ‚Bibel‘ die Welt der Bibel versteht. Kurz gesagt, Spinoza fordert einen historischen Zugang zur Heiligen Schrift, der die Analyse der verschiedenen Kontexte einschließt, in denen die Schriften ursprünglich entstanden sind.“ Es ist daher schwierig zu behaupten, die Bedeutung der Heiligen Schrift müsse ad ipsa Scriptura sola abgeleitet werden, denn das Kriterium für das Textverständnis wird nun zu etwas Fremdem, nämlich der Geschichte Israels und des Nahen Ostens, die mit völlig unabhängigen Untersuchungsmethoden ermittelt werden kann. Indem Spinoza „Geschichte“ als „große Erzählung“ durch die Bedeutung „Chronik der politischen, militärischen und wirtschaftlichen Ereignisse“ jenes Abschnitts der Menschheitsgeschichte ersetzt, führt er ein völlig unabhängiges Bewertungskriterium ein. Auf diese Weise unterliegt die „Wahrheit“ der Bibel nun der Möglichkeit, dass das, was sie erzählt, durch das Wissen der Gelehrten über die antike Geschichte bestätigt wird. Spinozas Werk ist grundlegend für die Entstehung der historischen Bibelkritik. Es ist sicherlich eine der grundlegenden Errungenschaften der modernen westlichen Kultur. Dennoch ist es wichtig zu verstehen, wie dies durch subtile Bedeutungsverschiebungen bestimmter Begriffe ermöglicht wurde, die Spinoza mit der protestantischen Hermeneutik seiner Zeit teilte. Spinoza gab Ausdrücken wie „sola Scriptura“ und „Geschichte“ eine scheinbar ähnliche Bedeutung, die jedoch in Wirklichkeit völlig unvereinbar mit der Theologie und Bibelauslegung des Protestantismus war. Daher rührt die Wirksamkeit seiner Kritik, die in vielerlei Hinsicht wahrhaft revolutionär war.

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Die Aristotelische Tradition aus der Moderne

Lorenzo Cavalieri (Stuttgart) 

Der Aristotelismus der Renaissance war keineswegs, wie man fälschlicherweise annehmen könnte, in eine untergeordnete Rolle gedrängt, sondern nahm während der Renaissance eine zentrale Stellung ein. Diese Epoche war Zeuge bedeutender doktrinärer Transformationen des Aristotelismus, insbesondere in den einflussreichsten akademischen Kreisen Europas, wie den Universitäten von Bologna, Padua und Paris, wo der Fokus vor allem auf Fragen der Logik, Erkenntnistheorie und Naturphilosophie lag. Im Gegensatz zur zentralen Bedeutung der Metaphysik in der scholastischen Theologie bevorzugte die Renaissance die Physik und das Organon, Aristoteles’ logische Werke, was auf eine Interpretation des Aristotelismus mit einer stark empiristischen Konnotation hindeutet. Dies hinderte aristotelische Gelehrte jedoch nicht daran, spezifische metaphysische Thesen aufzustellen. Der Aristotelismus der frühen Renaissance wurzelt in der Wiederentdeckung und dem Versuch der Rückkehr zu den ursprünglichen Lehren Platons und Aristoteles’. Während der Renaissance standen sich Platoniker und Aristoteliker in der Verteidigung gegensätzlicher Interessen gegenüber: auf der einen Seite die Religion, auf der anderen die Naturforschung. Während die Platoniker den Platonismus als Synthese des antiken religiösen Denkens und somit die Rückkehr zum Platonismus als Voraussetzung für eine religiöse Wiedergeburt ansahen, betrachteten die Aristoteliker den Aristotelismus als Vorbild der Naturwissenschaft und sahen in der Rückkehr zum Aristotelismus die Wiedergeburt der Naturforschung. Diese Kontroverse kennzeichnete den Konflikt zwischen zwei grundlegenden menschlichen Bedürfnissen, und Versöhnungsversuche, wie etwa der von Pico della Mirandola, zielten darauf ab, diese Bedürfnisse in einem umfassenderen Menschenbild zu vereinen. Die Rückkehr zum ursprünglichen Aristotelismus in Italien wurde von griechischen Gelehrten initiiert, die am Konzil von Florenz zur Wiedervereinigung der beiden Kirchen teilnahmen oder nach dem Fall Konstantinopels an die Türken (1453) in Italien Zuflucht suchten. Georgios Scholarius, genannt Gennadius, war der erste dieser Vertreter. Er wurde in Konstantinopel geboren und starb um 1464. Scholarius, ein Gegner des Gemistos Pletho, verteidigte Aristoteles gegen Pletho und argumentierte, Aristoteles sei besser mit der christlichen Lehre vereinbar. Dabei stützte er sich offensichtlich auf die scholastische Tradition, deren Gelehrter und Anhänger er war. Diese Phase des Aristotelismus der frühen Renaissance kennzeichnet daher eine Zeit intensiver intellektueller Aktivität und philosophischer Debatten, in der die Rückbesinnung auf Aristoteles’ ursprüngliche Quellen zum Dreh- und Angelpunkt eines neuen Verständnisses der Welt, des Menschen und seines Platzes im Universum wird. Dabei werden die Grenzen zwischen Glaube und Vernunft, zwischen dem Heiligen und dem Profanen sowie zwischen dem Göttlichen und dem Natürlichen erforscht. Einen weiteren Schritt hin zur Rückbesinnung auf den authentischen Aristotelismus unternahmen jene Aristoteliker, die, im Kampf gegen den averroistischen Aristotelismus, den Texten des Aristoteles und seiner antiken Kommentatoren, insbesondere Alexander von Aphrodisias, treu bleiben wollten. Das aristotelische Lager schien. Marsilio Ficino spaltete sich in zwei Sekten, die Alexandriner und die Averroisten. Die Averroisten und die Alexandriner epräsentieren zwei grundlegende Strömungen innerhalb des Aristotelismus der Renaissance, jede mit einer eigenen Interpretation der Werke Aristoteles’, insbesondere hinsichtlich der Unsterblichkeit der Seele und des Verhältnisses zwischen menschlicher Freiheit und der notwendigen Ordnung der Welt. Während die Averroisten zum Pantheismus tendieren, der den menschlichen Intellekt als eins und identisch mit dem Göttlichen betrachtet, halten die Alexandriner an der Transzendenz Gottes über die Welt fest. Beide teilen jedoch eine Vision, die die Bestätigung der notwendigen Ordnung der Welt betont und Wunder sowie generell das direkte Eingreifen Gottes in die weltlichen Angelegenheiten ablehnt. Die Lehre von der doppelten Wahrheit taucht häufig unter diesen Philosophen auf, die einen Konflikt zwischen den Schlussfolgerungen der Philosophie und den Glaubensüberzeugungen anerkennen, die ihrer Ansicht nach nicht vereinbar sind. Diese Ansicht, obwohl sie den Averroisten zugeschrieben wird, entspricht nicht Averroes’ ursprünglicher Denkweise, die Religion als symbolische Verkleidung für philosophische Wahrheiten betrachtete, die Intellektuellen direkter zugänglich waren. Nicolò Vernia (1420–1499) ist ein Beispiel für den Paduaner Averroismus des 15. Jahrhunderts und bekannt für seine unvoreingenommene und humorvolle Art. Er unterstützte die typischen Thesen des Averroismus, was das Eingreifen des Bischofs von Padua zur Folge hatte. Seine Werke, obwohl verloren, offenbaren eine naturalistische Ausrichtung, die der Naturphilosophie den Vorrang vor der Metaphysik und der Medizin den Vorrang vor der Jurisprudenz einräumt. Agostino Nifo (1473–1546), geboren in Sessa Aurunca, war ein Schüler von Nicolò Vernia und lehrte in Padua, Pisa, Bologna, Salerno und Rom. In seinen Werken behandelte er Themen von der Naturphilosophie bis zur Moral und verteidigte eine Weltanschauung, in der es keine spirituellen und unsterblichen Substanzen außer den sich bewegenden Intelligenzen des Himmels gibt. In seinen „Werken von Averroes“ (1495–97) fügte Nifo kritische Anmerkungen hinzu und schrieb später gegen Pomponazzis „De immortalitate animae“, wobei er oft thomistische Argumente verwendete. Seine Moralvorstellung war von einer Vision weltlicher Weisheit geprägt, die er antiken Autoren entlehnte und in der das Vergnügen das höchste Ziel darstellte. Nifos Verhalten spiegelte laut zeitgenössischen Aufzeichnungen diese philosophischen Überzeugungen wider. Leonico Tomeo (1456–1531), geboren in Venedig und gestorben in Padua, versuchte, Platon und Aristoteles zu versöhnen, indem er argumentierte, dass die Unterschiede zwischen den beiden Philosophen eher sprachlicher als inhaltlicher Natur seien. Er glaubte, dass Aristoteles zwar die selbstgenerierte Bewegung der Seele im räumlichen Sinne verneinte, seine Lehre aber dennoch die Grundlage für Platons Beweis der Unsterblichkeit der Seele bildete. Diese Position verdeutlicht den Versuch, Platonismus und Aristotelismus zu synthetisieren, indem sie an eine Weltseele glaubt, die alles beseelt und regiert, im Einklang mit der peripatetischen Ansicht über äußere Einflüsse auf den menschlichen Intellekt.

Alessandro Achillini (1463–1512), aufgrund seiner profunden Kenntnisse der aristotelischen Lehren auch „der zweite Aristoteles“ genannt, war Professor für Philosophie und Medizin, zunächst in Padua und später in Bologna, wo er 1512 starb. Sein Hauptwerk, die „Quodlibeta de intelligentiis“, sowie Schriften zur Anatomie und Medizin zeugen von einer gründlichen Auseinandersetzung mit der aristotelischen Philosophie. Achillini vertrat die Lehre von der doppelten Wahrheit, indem er averroistische Thesen verteidigte, ihnen aber die traditionellen Positionen der Scholastik entgegensetzte. Dadurch demonstrierte er ein komplexes Gleichgewicht zwischen Treue zum aristotelischen Text und Offenheit für zeitgenössische Interpretationen. Parallel zur Wiederbelebung der Aristotelesstudien an den geistlichen Fakultäten bleibt Aristoteles auch an den theologischen Fakultäten ein wichtiger Bezugspunkt. Ab der zweiten Hälfte des 16. Jahrhunderts, teilweise infolge der Gründung des Jesuitenordens, erfuhr die Kommentierung und das Studium der Werke Aristoteles’, beginnend mit der Metaphysik, innerhalb der kirchlichen Studien einen neuen Aufschwung. Man ging über bloße scholastische Wiederholung hinaus und erreichte eine neue Systematisierung des aristotelischen Denkens mit bedeutendem Einfluss auf das moderne Denken. Unter den prominentesten Vertretern des Aristotelismus zwischen dem 15. und 16. Jahrhundert ragt Jacopo Zabarella, geboren 1533 in Padua und gestorben 1589 ebenda, besonders durch seinen Beitrag zur wissenschaftlichen Methode und Naturphilosophie hervor. Sein Werk spiegelt die Aufmerksamkeit wider, die der Aristotelismus des 16. Jahrhunderts, insbesondere an der Universität Padua, den Methoden der Erforschung der Naturwissenschaften widmete. Zabarella widmete sich der Erforschung der Prozesse, die zu einem fundierten Verständnis der physikalischen Natur führen, und entwickelte eine Methodik, die spätere Denker, darunter Galileo Galilei, maßgeblich beeinflussen sollte.

Sein methodischer Ansatz, die sogenannte Regressionsmethode, gliedert sich in zwei Hauptphasen: die kompositionelle (oder synthetische) und die Resolutionsmethode (oder analytische). Die kompositionelle Methode beginnt mit Prinzipien und führt dann zu Erkenntnissen über die Dinge, während die Resolutionsmethode von beobachteten Daten ausgeht, um zu den Prinzipien zu gelangen, die diese ermöglichen. Diese beiden Phasen sind in einen einzigen Prozess der Analyse und Synthese integriert, durch den man von beobachteten Phänomenen zu erklärenden Prinzipien aufsteigt und dann von Prinzipien zu Wirkungen absteigt. Ein grundlegendes Element dieses Prozesses ist eine Zwischenphase der Entwicklung theoretischer Hypothesen, die es ermöglicht, die Beobachtungsdaten durch die identifizierten Prinzipien zu erklären.

Zabarellas Methodik betont die Bedeutung der empirischen Überprüfung wissenschaftlicher Theorien und legt den Grundstein für einen wissenschaftlichen Ansatz, der Beobachtung und Experiment in den Vordergrund stellt. Obwohl es übertrieben wäre, seine Regressionsmethode als moderne Theorie der wissenschaftlichen Entdeckung zu betrachten, hat sein Gebrauch der aristotelischen Logik zweifellos das wissenschaftliche Denken der Renaissance tiefgreifend beeinflusst und den Weg für die methodologischen Neuerungen Galileis und der Naturphilosophen des folgenden Jahrhunderts geebnet. Pietro Pomponazzi (1462–1525), eine der bedeutendsten und umstrittensten Persönlichkeiten des Renaissance-Aristotelismus, konzentrierte sich in seinem Werk vor allem auf den Versuch, Aristoteles’ Denken zu rekonstruieren, vorwiegend auf der Grundlage physikalischer Prinzipien und unter Übernahme des Kausalitätsprinzips aus der Metaphysik.

Als Begründer der Alexandrinischen Schule wurde er am 16. September 1462 in Mantua geboren. Nach seinem Medizinstudium 1487 in Padua lehrte er Philosophie an derselben Universität, zu einer Zeit, als es üblich war, Professoren im selben Kurs gegeneinander antreten zu lassen. Nach der Schließung der Universität Padua infolge der Schlacht von Ghiaradadda 1509 zog Pomponazzi zunächst nach Ferrara und dann nach Bologna, wo er all seine Werke verfasste und am 18. Mai 1524, offenbar durch Suizid, starb. Sein berühmtestes Werk, „De immortalitate animae“ (Über die Unsterblichkeit der Seelen) von 1516, brachte ihn ins Zentrum von Anklagen wegen Gottlosigkeit, denen er dank der Unterstützung einflussreicher Persönlichkeiten wie Pietro Bembo und der Bologneser Magistrate entging. Zu Pomponazzis Hauptwerken zählen neben „De immortalitate animae“ auch „De naturalium effectuum“ admirandorum causis sive de incantationibus und „De fato libero arbitrio et praedestinatione“, das posthum veröffentlicht wurde. Diese Werke spiegeln sein Bestreben wider, Phänomene, die als wundersam oder magisch gelten, durch natürliche Ursachen zu erforschen und zu erklären, sie in die notwendige Ordnung der Welt einzuordnen und einen Ansatz rationaler Erkenntnis zu fördern, der frei von äußeren Einflüssen ist. Pomponazzi verbannt alles Wunderbare und den Glauben an Wunder in den Bereich des Glaubens und beabsichtigt damit, den Weg rationaler Erkenntnis von jeglichen äußeren Einflüssen zu befreien und ihm seine Freiheit zurückzugeben. In seinem Werk „De incantationibus“ beabsichtigt er, eine wissenschaftliche Erklärung für wundersame und magische Ereignisse zu liefern. Dieses Werk ist scheinbar voller mittelalterlicher Aberglauben, da es Zauber, Magie, Hexerei, wundersame Wirkungen von Pflanzen, Steinen usw. erklären soll. Pomponazzi leugnet auch nicht die Realität solcher außergewöhnlicher oder wundersamer Ereignisse, die seiner Ansicht nach durch Erfahrung belegt sind. Doch bei der Erklärung ihrer Ursachen kritisiert Pomponazzi zunächst die traditionelle volkstümliche Erklärung, nach der sie von Geistern oder Dämonen hervorgerufen werden. Geister oder Dämonen könnten nicht einmal Kenntnis von den natürlichen Dingen haben, durch die diese wundersamen Wirkungen hervorgerufen werden: Tatsächlich könnten sie diese weder, wie Gott, durch ihr eigenes Wesen noch, wie die Menschen, durch die abstrakten Arten der Dinge erkennen. Nicht, wie Gott, durch ihr eigenes Wesen, denn das könnte nur geschehen, wenn dies die Ursache der Dinge wäre, was nicht der Fall ist; nicht durch von den Dingen abstrahierte Arten, wie es bei den Menschen geschieht, denn sie sind, wie die Menschen, nicht mit Sinnesorganen ausgestattet. Es ist daher sinnlos, die Existenz von Geistern oder Dämonen anzunehmen, um Zauber und Hexerei zu erklären; und in Wirklichkeit sind Zauber und Hexerei keine Wunder im Sinne von, wie sie absolut der Natur widersprechen und außerhalb der Ordnung der Welt liegen; sondern sie werden nur deshalb als Wunder bezeichnet, weil sie Wie ungewöhnlich und äußerst selten sind diese Ereignisse, die nicht dem üblichen Lauf der Natur folgen, sondern in sehr langen Abständen eintreten. Und das Mittel, durch das diese scheinbaren Wunder in die natürliche Ordnung passen, ist der astrologische Determinismus. Gott ist die universelle Ursache aller Dinge; aber er kann nicht unmittelbar auf die Dinge der sublunaren Welt einwirken. Es sind die Sterne, die für Gott handeln; eine Position, die sich auch bei Tommaso Campanella findet. In „De immortalitate animae“ argumentiert Pomponazzi hingegen, dass die Philosophie die Unsterblichkeit der Seele nicht beweisen kann – eine Position, die große Kontroversen auslöste. Diese These basierte auf der Interpretation aristotelischer Texte und argumentierte, dass die intellektuelle Seele ihrem Wesen nach sterblich sei, da sie für ihre kognitiven Funktionen vom Körper abhängig sei. Die Unsterblichkeit der Seele könne daher rational nicht bewiesen werden und bleibe ein Glaubensdogma, das allein auf Offenbarung und der Heiligen Schrift beruhe und keinen Anspruch auf Allgemeingültigkeit erhebe. Pomponazzi stellt die damals vorherrschende theologische Position in Frage, die durch die päpstliche Bulle Apostolici Regiminis von Papst Leo X. (1513) gestützt wurde. Diese verkündete das Dogma der Unsterblichkeit der Seele auf der Grundlage der Argumente des Thomas von Aquin und der aristotelisch-scholastischen Tradition. Pomponazzi argumentiert jedoch, dass diese thomistische Interpretation angesichts des aristotelischen Originaltextes unhaltbar sei. Dieser lege seiner Ansicht nach vielmehr die gegenteilige Interpretation nahe: Die Seele, die durch ihre intellektuellen Funktionen eng mit dem Körper verbunden sei, könne keine unsterbliche Natur haben. Diese philosophische Position veranlasst Pomponazzi, die Unsterblichkeit der Seele als Glaubensdogma zu betrachten, das seine Rechtfertigung allein in der Offenbarung und der Heiligen Schrift finde und daher nicht allgemein durch die Vernunft bewiesen werden könne.

Pomponazzi entwickelt eine stark im Naturalismus verankerte Vision des Universums und des Menschen. Demnach unterliegt jeder Aspekt der Realität, einschließlich der Seele, den Naturgesetzen. Er argumentiert, dass die menschliche Seele, einschließlich des Intellekts, nicht unabhängig vom Körper funktionieren kann und bekräftigt damit die aristotelische Auffassung, dass die Seele die „Form“ des Körpers ist. Diese Ansicht impliziert eine gewisse Sterblichkeit der Seele oder wirft zumindest ernsthafte Zweifel an der Unsterblichkeit der individuellen Seele im traditionell theologischen Sinne auf. Er verfolgt einen streng naturalistischen und aristotelischen Ansatz und argumentiert, dass alle der Seele zugeschriebenen Funktionen, einschließlich des Intellekts, unweigerlich vom Körper abhängen. Diese Position spiegelt sich deutlich in seiner Aussage wider: „Die menschliche Seele kann in keiner Weise ohne den Körper existieren und wirken.“ Diese Ansicht impliziert eine radikale Neubewertung der Unsterblichkeit der Seele, da ihre Unsterblichkeit problematisch wird, wenn die Seele untrennbar mit dem Körper verbunden ist. De immortalitate animae stellt den Versuch dar, diese komplexen Fragen zu ergründen, was Pomponazzi zu Schlussfolgerungen führte, die Kontroversen auslösten, insbesondere hinsichtlich der Unsterblichkeit der Seele. Trotz dieser provokanten Positionen stützt sich Pomponazzi auf die Lehre vom Doppelleben.

Die Wahrheit dient dazu, die Anforderungen des Glaubens und die Schlussfolgerungen der Vernunft in Einklang zu bringen, indem er behauptet, dass das, was in der Philosophie wahr sein mag, nicht notwendigerweise der geoffenbarten Wahrheit der Religion widerspricht.

Im Hinblick auf Freiheit und Notwendigkeit behandelt Pomponazzi das Problem der Prädestination und der göttlichen Vorsehung im Zusammenhang mit der menschlichen Freiheit. Obwohl er die Komplexität dieser Konzepte und ihre Auswirkungen auf die menschliche Autonomie anerkennt, neigt er dazu, das Dilemma durch die Anerkennung der unveränderlichen und notwendigen natürlichen Ordnung zu lösen, in der auch die menschliche Freiheit ihren festen Platz hat. Die Debatte über die Unsterblichkeit der Seele ist eng mit weitergehenden Fragen der menschlichen Freiheit, der Prädestination und der göttlichen Vorsehung verknüpft. Pomponazzi untersucht diese Themen in seiner Abhandlung „De fato, libero arbitrio et praedestinatione“, in der er argumentiert, dass die Realität von einer notwendigen und unveränderlichen natürlichen Ordnung bestimmt wird, die auch die menschliche Existenz einschließt. Diese Vision stellt die traditionelle Vorstellung einer unsterblichen Seele, die außerhalb der Naturgesetze wirkt, infrage. Diese Interpretation der Seele und der menschlichen Ethik im Kontext eines geordneten und rationalen Universums spiegelt Pomponazzis Bestreben wider, mit dem aristotelischen Naturalismus im Einklang zu stehen und gleichzeitig die Herausforderungen der christlichen Theologie seiner Zeit zu bewältigen. Sein Werk verortet sich daher an der Schnittstelle von Naturphilosophie, Ethik und Theologie und bietet eine Vision von Menschheit und Universum, die tief in der aristotelischen Tradition verwurzelt ist, aber gleichzeitig offen für die Fragen der Renaissance. Pomponazzis Überlegungen konzentrieren sich auf die Notwendigkeit, eine rationale Weltordnung anzuerkennen und zu rechtfertigen, indem sie jegliche Tatsache oder jedes Element, das dieser Ordnung widerspricht, auf der Grundlage unveränderlicher Prinzipien verneinen oder ausschließen. Aristoteles gilt in seinem Denken als der Philosoph, der das direkte Eingreifen Gottes oder anderer übernatürlicher Mächte in weltliche Angelegenheiten ausschloss und das Universum als ein rein rationales System von Fakten interpretierte. Der anthropologische Ansatz erstreckt sich dann darauf, den Sinn der menschlichen Existenz in rein irdischen Begriffen zu definieren und den immanenten Zweck des menschlichen Lebens in der Tugend und dem moralischen Leben zu identifizieren. Er argumentiert, dass Tugend eher durch die Sterblichkeit der Seele als durch ihre Unsterblichkeit gerechtfertigt ist, da auf jenseitige Güter ausgerichtete Tugend den intrinsischen Wert der Tugend selbst verfälschen würde, deren Zweck autotelisch sein sollte, das heißt, in ihrer Ausübung selbst enthalten. Andrea Cesalpino (1519–1603), Arzt und Philosoph, ist bekannt für seine Pionierarbeit in der Botanik und dafür, einer der originellsten Interpreten des Aristotelismus in der Renaissance zu sein. Im Kontext der Debatte um die Seele zeichnete sich Cesalpino durch eine Interpretation aus, die die Einheit und Immanenz der Intelligenz in der Natur betonte. Cesalpino argumentierte, dass das Universum von einem einzigen, universellen Lebensprinzip beherrscht werde, das alle seine Teile auf eine Weise belebe, die an einen lebenden Körper erinnere. Diese pantheistische Weltsicht erstreckt sich auch auf seine Auffassung der Seele, die er als Teil der göttlichen Intelligenz sieht und die sich von den himmlischen motorischen Intelligenzen lediglich durch ihre zeitlich begrenzte, nicht ewige Vereinigung mit dem Körper unterscheidet. Cesalpino erklärt: „Alle Intelligenzen sind in einem enthalten, so wie die Teile im Ganzen enthalten sind.“ Diese Position legt eine Auffassung der menschlichen Seele nahe, die zwar nach dem Tod ihre Individualität bewahrt, aber nicht völlig von der göttlichen Quelle, aus der sie stammt, getrennt ist. Cesare Cremonini (1550–1631), Zabarellas Nachfolger als Philosophieprofessor in Padua, ist bekannt für sein striktes Festhalten am Aristotelismus und seine Kritik an der christlichen Theologie und dem Platonismus. Cremonini äußerte, wie Cesalpino, Zweifel an der Idee eines direkten göttlichen Eingriffs in die Natur. Er argumentierte stattdessen, dass Gott die Welt nur als Objekt des Begehrens durch die Himmelsseele bewege, welche das wahre Wirkprinzip der Himmelsbewegungen sei. Cremonini befürwortete die Trennung zwischen Gott und der Welt und erklärte, dass „die Welt nicht von Gott erschaffen worden sein kann“, da „Schöpfertätigkeit eine äußere Handlung wäre, die in Gott nicht erkennbar ist“. Diese Position führt ihn dazu, Gottes direkte Wirkung auf Naturphänomene zu leugnen und zu behaupten, dass die Welt und ihre Prozesse autonom und autark sind und von inneren Prinzipien geleitet werden, nicht von äußerem göttlichem Eingreifen. Cesalpinos Positionen stellen traditionelle theologische Vorstellungen von Seele und Unsterblichkeit in Frage und lenken die Debatte hin zu einem immanenteren und einheitlicheren Verständnis der Existenz. Ihr Werk markiert einen wichtigen Moment im Übergang von der Renaissance zur philosophischen Moderne.

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