Campi tensionali e negazione della negazione in Hegel

Franca Sera

Il passaggio dalla negazione alla contradictio in subjecto, avviene su di un piano individualisticamente e naturalisticamente pensato. Infatti, il soggetto che presume di essere plenipotenziario della propria forza, che crede e presume di essere sufficientemente auto-coincidente con sé, auto-fondativo, esaltando l’elemento della propria finitezza intesa come conclusione e conclusività di sé, in una sorta di concetto chiuso in sé e per sé, e quindi autosufficiente, mette in scena in verità la devastazione della propria consistenza di Sé. Poiché il soggetto che si reputa finito e chiuso in sé stesso, investendo tutto sulla propria “conclusività” per generare e riprodurre la propria incondizionatezza o soggettività assoluta, non scorge che in realtà la propria natura, in quanto essere finito, è quella di essere infinito. Poiché dialetticamente, in modo implacabile, dentro la trama stessa dell’esistenza, ab intra, ciò che è finito non può non richiamare l’infinito, e ciò che è finito non può non orientarsi verso una dimensione altra, cioè di infinitudine. Per cui ciò che è finito non basta a se stesso: poiché è limitato, non autonomo, caduco, transeunte, e quindi per la propria sussistenza deve riferirsi ad Altro. Ebbene in questa condizione la propria finitudine (all’interno di questa soggettività naturalistica ed astrattamente autocoincidente con sé), negando fuori di sé l’assoluta alterità (escludendo radicalmente l’altro da sé: da qui si evince il passaggio dalla Negazione-Contraddizione a quello della distinzione che appartiene alla Natura inorganica, come oggetti indifferenti in una molteplicità indifferenziata fra di loro, per cui nel regno dell’ inorganico funziona la distinzione e in quello dello spirituale agisce la negazione-contraddizione, perché l’identità proviene dal negativo, per cui ogni identità è una negazione) ebbene la fenomenologia della negazione della propria vera natura, che è quella di essere autenticamente infinita, invece dell’essere finito, porta all’esclusione della negazione o infinito fuori di sé e conseguentemente ad una negazione dentro di sé della propria consistenza ontologica. Cioè alla rimozione integrale dell’altro fuori di sé, dell’universale o infinitudine fuori di sé, segue allo stesso tempo la negazione della propria consistenza dentro sé. E quindi allo sfaldamento di sé. A questo punto la negazione si trasforma, organicamente, in contraddizione. Pur rimanendo sempre in una dimensione psicodinamica, antropologica, questo processo si espanderà alla dimensione logico-dialettica e speculativa. Quando il soggetto comprende che negando l’altro non fa che negare la sua stessa essenza, che lo consente a divenire universale ed autocoscienza in sé e per sé, ecco che la Negazione diventa Contraddizione. Quindi negare l’assoluta alterità significa rimuovere integralmente l’alterità fuori di sé ed, allo stesso tempo, attuare una decostruzione ontologica del Sé, minando all’origine la propria consistenza. Si vede chiaramente che in questo momento dalla Negazione (anche se la Negazione in realtà è già contraddizione: essa infatti è il prodromo organico o esito implicito -e quindi esplicito- della Negazione) si transita alla contraddizione. Quest’ultima sorge nel momento in cui l’individuo naturale comprende che attivando e accendendo il fuoco della contraddizione dentro di sé, poiché quel negare l’altro non fa che negare la sua stessa natura di essere insieme sé con l’altro da sé, finito e infinito, arriva a negare se stesso. Ora ci si presentano due strade, come esiti dialettici: 1) la contraddizione brucia come negazione continua, e quindi il soggetto sarà obbligato e costretto ab intra a cambiare e di nuovo negare se stesso all’infinito, alterando e negando e sfondando se stesso, dileguando in se stesso, in una negazione-contraddizione non tenuta a freno, in variegate figure senza soluzione di continuità. È ciò che Hegel chiamerà “cattiva infinità”. 2) L’altro esito è dato dal fatto che questa contraddizione si blocchi ad un certo momento, cioè quella contraddizione riesca a curvare e a piegare l’esito indefinito ed indeterminato ad una condizione di clinamen, che fa deviare da quell’indeterminatezza metamorfica e proteiforme all’infinito, facendola invece declinare creando una deviazione, in luogo della rettilineità infinita in quanto trasformazione di sé, come coazione a ripetersi in uno scacco continuo di sé con se stesso, e in un rovesciamento continuo, che invece un nuovo movimento, questa volta circolare, muta da rettillineo a circolarità. Per cui quella Negazione come contraddizione assoluta si trasforma in negazione della negazione. Ossia quell’alterità sarà ricompresa e tolta come negazione determinata. A questo punto si raggiunge la padronanza del Sé, che ritorna presso di Sé mediante l’altro. Nella sintesi di Sé con l’Altro da Sé, divenendo compiutamente e per la prima volta insieme Universale e Particolare, e quindi Autocoscienza assoluta, Realizzata. L’incongrua utilizzazione della Negazione, attuando un’azione assoluta ed incondizionata di negazione, pur sul piano fenomenico-empirico-pratico, negherà in modo assoluto la serie di figure che si producono nella falsa e pseudo convinzione di coincidere in sé e per sé di negare assolutamente l’altro. E quindi in questa negazione assoluta del mondo fuori di sé, v’è una cattiva negazione, che porta le identità di volta in volta figurate del soggetto naturale, ad eliminare in modo ininterrotto e senza produzione di senso, cioè senza flettere in termini razionali quella cattiva infinità in circolarità e conclusività autocoincidente di sé con sé, ed a sottrarre continuamente ed initerrottamente le figure che questa determinazione finita (coscienza naturale) raggiungerà. Poiché attuerà un principio della negazione che non sarà tenuto a freno, ma sarà un negativo che fa dileguare (Verschwinden) tutto ciò che tocca e vede come altro, ma negando la realtà la porta ad infinitizzarsi in una infinitizzazione sommaria ed astratta. Ecco cosa è la cattiva infinità. Al contempo, negando l’altro negherà se stesso, come di volta in volta auto-successione indeterminita ed indistinta di figure finite. Quindi la figura coscenziale naturale sarà invasa e continuamente ed immanentemente auto-distruttiva e repulsiva di se stessa; certamente togliendo il finito che ha dentro di sé, in quanto soggettività finita, ma questo toglimento riproporrà un nuovo finito dal quale sarà assoggettata, poiché mai veramente superato ma solo rimosso, in una serialità di figure e controfigure. È chiaro che vi è tuttavia l’infinitizzazione del finito fuori di sé, ma questo processo di pseudo-universalizzazione non porta alla comprensione della vera infinità, cioè di se stesso come sintesi di Sé e dell’altro da Sé come mediazione di universale e particolare realizzato, ma appunto come negazione non tenuta a freno del finito, attraverso questa negazione del finito la coscienza la prenderà come elemento che universalizzi la propria finitudine (poiché rimarrà sempre più autocoincidente con se stessa, erroneamente), in realtà non capisce che starà operando in modo del tutto opposta: cioè negando il finito ammetterà e sentenzierà la propria negazione in quanto morte e termine di se stesso. Infatti, non negando in modo assoluto il finito, ma negando il finito attraverso una negazione determinata, cioè negazione della negazione o negazione tenuta a freno, egli grazie al finito, che gli consentirà di divenire davvero universale, sarà veramente infinito. Non togliendo il finito, ma grazie ad esso, egli raggiungerà la sua assolutezza e totalità, poiché altrimenti rimane nella parzialità e povertà sommaria di un’autocoscienza naturale ed inautentica, non realmente incondizionata. Quindi la cattiva negazione o cattiva infinità, attivata mediante una negazione assoluta, non tenuta a freno, porta contestualmente alla sottrazione di consistenza ontologica del proprio Sé. Attraverso la rimozione integrale dell’alterità dei suoi nessi relazionali nella loro totalità, allo stesso tempo vi è il fenomeno di sottrazione della propria consistenza ontologica di Sé e per sé. Si ricorda che a questa cattiva infinità, che non è altro che una continua rotazione di figura in figura, che il soggetto naturalisticamente inteso pone in essere, questa eterna ed indefinita alterazione di sé con sé sarà, appunto, intesa a partire dal segno dell’opposizione che nel frattempo si traluce in contraddizione, nell’appunto infinitizzazione di sé ma in una continua e senza soluzione di continuità, senza senso, visione all’infinito delle sue alterazioni, è la cattiva infinità, o cattivo infinito in quanto indeterminato attuato da un protocollo di procedimento in quanto incongrua assolutizzazione della negazione. La cattiva, invece, infinitizzazione del finito è in quanto cattiva infinità, la sovradeterminazione o sovraeccitazione o sovraccaricamento della determinazione intesa come altro o alterità normale ed indifferente(ossia indifferentemente distinta) come mera opposizione o elemento da escludere e negare assolutamente. Questa fa da sfondo alla cattiva infinitizzazione della coscienza fuori di se e dentro di sé, ma la spiegazione del processo che sta alla base della cattiva infinità è una legge psico-dinamica: costituita da un carico e scarico tensionale, ossia di forze tensionali costituite da rimozione-spostamento-proiezione; che nella fase del primo Hegel è dimostrativo di una dimesione pratico-fenomenica in cui la negazione si accende in una modalità fisico-psicagogica, del soggetto psico-carnale. La negazione invece che si trova nell’Hegel post-francofortese, è la tematizzazione di una radicale sottomissione del concetto di negazione alla dimensione più squisitamente speculativa e teoretica, quindi non più apofantica predicativa, ma in una dimensione logica ontologica. Questo campo tensionale di forze del Negativo e della contraddizione: ossia le forze ancipiti nella negazione in quanto forze, è quella volontà di potenza di Nietzsche. La forza che gioca nel campo tensionale di Hegel, nella dimensione della circolarità economico-dinamica o psico-dinamica nel concetto di soggetto nel primo Hegel, attraverso la triade rimozione-spostamento-proiezione[1], è dovuta all’atto decisorio e deliberativo di un soggetto che attraverso il proprio disegno volontaristico, ingaggia una lotta per la sopravvivenza, e quindi a morte dell’Altro, non più semplicemente come distinto e differente, ma come sovradeterminato, come assoluto ed incondizionato. Come quindi ciò che va verso cui occorre disporsi in maniera conflittuale ed oppositiva. La forza è appunto l’emblema della “Volontà di Potenza” nella realizzazione ontica esistentiva delle determinazioni naturali. Così come nell’autocoscienza naturalisticamente intesa di Hegel, la negazione è forza o atto di volontà come momento contrappositivo all’opposizione dell’altro, inteso come assoluta opposizione da negare. L’autocoscienza attua la negazione in modo volontaristico-intenzionale o in modo inintenzionale-naturalistica dell’attività della volontà a negare l’altro, che pone capo a quella condizione dell’esclusione e dell’opposizione. Nel riferimento agli oggetti naturalisticamente intesi come autocoscienze organiche, ma in una dimensione appunto semplicemente vitalistiche-biologistiche (protoplasma di Nietzsche), questa condizione all’auto esclusione dell’altro da sé, si distingue per una corrispondenza con la propria natura che deve soddisfare la bisognosità naturale della propria esistenza, consistenza e riproduzione biologica. Risponde così a determinati stimoli biologistici e fisici quel campo tensionale di forza che è la negazione–opposizione, fuori di sé, nella dimensione della filosofia della natura organica in Hegel, risponde ad una forza inintenzionale, cioè non volontariamente prodottadal soggetto autocosciente, ma in modo automatico, reclamata dalla stessa bisognosità naturalistico-biologistica-vitalistico-fenomenica dell’autocoscienza naturale. Mentre in una condizione di soggettività apofantica o individuo umano, la dimensione della negazione si accende attraverso la condizione di un disegno volontarista atto ad escludere l’altro. In entrambi le condizioni gioca comunque un reticolato di forze che creano un campo tensionale con carico e scarico. È chiaro che nella convinzione e deliberato disegno di un essere umano, coscienza e volontà umana, quindi in un ambito di una fisica organica coscienziale, si ha la dimensione psico-dinamica, ossia la triade Rimozione-Spostamento-Proiezione. Nella condizione organica, ma metalogica e non apofantica, solo su di un piano ontico-esistentivo, si ha una dimensione in cui questo campo tensionale non è coscenziale ma oggettivo e naturale, che non delinea un percorso psico-dinamico; poiché qui la psiche è ottenebrata da una dimensione non coscienziale-volontarista, ma da una naturale-inintenzionale. Quindi la prima strada, come esito dalla fuoriuscita involuta e non mai superata dell’autocoscienza naturale, è quella appunto dell’infinito superamento di se stesso come finito, nella condizione di una devastazione continua ed ininterrotta da altalenati e continue alterità, che di volta in volta si presentano davanti a questa autocoscienza naturale e che viene invasa, devastata. destituita e dissestata, in modo repulsivo, da finito che di volta in volta nega. Poiché quel finito che questa autocoscienza naturale astratta nega, repulsivamente, segna e testimonia anche la distruzione, auto-repulsione e rimozione di se stesso. Quindi sarà invasa da quella finitudine, che da quel corpo estraneo inesistente, prima da allora, reso appunto che la coscienza avrà dichiarato insussistente, inutile ed inadeguato, che è l’alterità stessa ed il nesso intrinseco dei rapporti dell’altro con il sé nella sua totalità; ebbene questa non-esistenza (giudicata tale dalla coscienza naturale) questo essere altro inadeguato ed in-fondato, irrilevante ed indifferente, invece invaderà, proprio perché sarà ri-negato e rimosso, quella prima coscienza naturale repulsiva, mettendo a repentaglio la stabilità di quella soggettività naturale. Questa perirà, difronte alle continue devastazioni dell’altro da sé, fino a che riemergerà un altro finito dentro di sé come esito del toglimento del primo, ma questo finito dentro di sé era quello che essa primariamente aveva attaccato e contro il quale essa si era opposta fuori di sé, si disloca da fuori a dentro quella coscienza naturale e costituirà la nuova identità. Ma questa nuova identità, a sua volta si scontrerà oppositivamente contro un altro finito, che riterrà insussistente ed inutile fuori di sé, che venendo anch’esso negato in modo assoluto ed infinitizzato in termini distorsivi di nuovo sarà negato, ma negandolo attuerà questa auto-repulsività al proprio interno, auto devastazione interna, lo invaderà e si riproporrà come nuova identità; che a sua volta sarà ri-negata da un altro finito che dall’esterno verrà negato, quindi rimosso, comportando la ri-negazione di se stesso e quindi porterà questo finito, mai veramente superato ma solo rimosso, la negazione di quella stessa identità con sé, che sarà invasa e sopraffatta da quel finito che da fuori, reso indifferente e insussistente, subentrerà dentro di sé, poiché grazie alla negazione di quel finito quella stessa finitudine d’identità con sé, sarà ri-negata autorepulsivamente e quindi in modo autorepulsivo. quel finito soccomberà a quello che avrà negato fuori di sé[2]; Poiché appunto, in questo luogo, la negazione gioca un ruolo di affermazione dell’altro da sé come momento fondativo di se stesso. È chiaro che negando l’altro, la coscienza naturalisticamente intesa nega se stessa; ma appunto negando l’altro, nega se stessa in una continua processualità, quello che si nega invade e serve come cavallo di Troia ad invadere quella prima identità, che a quel punto si trova negata dall’azione stessa del negare. Quella negatività indifferente e distorta, giudicata indifferente e inutile ed inadeguata in un primo tempo, fuori dalla prima coscienza naturale, sarà ciò che permetterà la sua stessa autodistruzione, devastazione, sconfitta. Concetto di quantità negativa come repugnanza reale di forze nell’autocoscienza nietzscheana, in quanto corpo come struttura di dominio delle forze, quindi del reale. Ma anche repugnanza della contraddizione espresso nel campo tensionale di forze psico-dinamiche. Lo stesso campo tensionale di forze che Hegel traduce nell’insorgenza e genesi a carattere pratico-fenomenoligico, ontico-esistentivo che è il NEGATIVO: Negazione, opposizione, esclusione e passaggio dalla negazione alla contraddizione come origine della stessa radice, che è il campo tensionale di forze, sistema reticolare di forze reali, come per Nietzsche. Campi tensionali non già però solamente e riduttivamente declinati, come per Nietzsche, sotto il concetto guida della Volontà di Potenza, ma anche in termini logico-ontologico, nel campo dello speculativo e, prima ancora psico-dinamico, hegeliano. Da qui la genesi del motore dialettico ossia: negazione-contraddizione. In una sorta di materialismo spiritualizzato o di spirituale materializzato, nella condizione e nelle differenze del soggetto hegeliano. Dalla coscienza naturale all’autocoscienza assoluta[3]. La prima funzione dell’Intelletto è quella di fissare una Unitotalità indifferenziata[4], dove non vi sono differenze, perché tutte le distinzioni cadono in una sorta di abisso monolitico. Hegel, nello spiegare la prima funzione dell’Intelletto riprende Kant: l’Intelletto, per sua natura, punta ad una dimensione rappresentativa dell’Universale perché si muove su leggi e categorie Universali. La legge, spontanea dell’Intelletto, è quella di legiferare, legare, unire da sempre un soggetto ad un oggetto; un soggetto ad un predicato, per meglio orientare l’essere umano nel mondo. Egli dovrà sottomettere gli elementi e fenomeni naturali e sussumerli sotto leggi universali. Quanto più è universale la legge, tanto più infallibile è la conoscenza, il pensare, l’attività dell’uomo. Ma l’Intelletto, “produce” anche un’altra cosa, ed è la più importante: Infatti, solo esso, ha una forza talmente grande e potente, che quel monoblocco uni-totale che dapprima ha testé costituito, fissato ed entificato come assoluto e che è rapportato al primo momento della logicità, astratto od immediato, viene a frantumarsi. Ossia non si ha più una sostanzialità assoluta, incondizionata e rappresentata dal primo momento della funzione intellettuale, ma viene scisso e rotto frammentandone il monoblocco. Da chi? Sempre dall’Intelletto, poiché appunto l’altra operazione che si riferisce all’Intelletto, l’altra sua proprietà-priorità, è quella di scindere, di fendere, spezzare, dividere e distinguere. Non a caso il Giudicare, da parte dell’intelletto è un Ur-teilen, ossia uno scindere originario. L’Intelletto quando giudica mediante giudizi unisce un soggetto ad un predicato. Ma proprio perché unisce esso, divide il soggetto da un lato e il predicato dall’altro lato. L’Intelletto rompe quella monolitica e rappresentativa uni-totalità. Ed Hegel plaudendo a tale facoltà, asserisce che esso è il solo a poter frantumare quella prima Sostanzialità: la forza suprema del negativo. La potenza del negativo appartiene all’Intelletto. Solo esso può disgregare ciò che ha cimentato quest’ultimo, entificandolo. L’ntelletto “taglia” originariamente ciò che ha originato, ossia il primo momento creato come monoblocco sostanziale. Occorre superare anche tale secondo momento, poiché dopo l’immane potenza del negativo (secondo momento della logicità) v’è la suprema potenza della negazione come negazione della negazione, come il sapere concettivo o positivo che tutto raccoglie. Tuttavia senza l’Intelletto non avremmo il “due” o la “scissione”: cioè non si avrebbe quella dimensione oppositiva, dalla quale far partire ed innestare immanentemente il processo dialettico, attraverso l’opposizione-negazione e quindi contraddizione. Così senza l’Intelletto non si avrebbero la dialettica ed il Sapere Assoluto, ossia l’identità degli opposti. Ma l’Intelletto non basta, poiché quella scissione che ci propone l’Intelleto non è una vera scissione. Non è autentica: cioè non è la contraddizione. L’intelletto non vede e non coglie la vera contraddizione, poiché non può pensare di affermare l’identità degli opposti e di dire che “A” sia contemporaneamente e sotto lo stesso riguardo “Non-A”. Poiché l’Intelletto divide e fissa, rimane al due, in una condizione bipolare statica, senza nessun altro movimento. Sicuramente l’Intelletto nel secondo momento della Logicità, dialettico-negativo, cerca di tornare a quel suo originario vezzo, quello tendente all’Unità (proprio del primo momento astratto o immediato) cercando un principio intellettuale (prodotto sempre da se stesso), che in una foggia unitarista possa risentitizzare l’ideale ed il reale. Quindi torna ad una presunta e presupposta unità, ma tale che avrà sempre esiti fallimentari e catastrofici. Con una serie di modalità riflessive, condannate al fallimento, in tutta la storia della storiografia filosofica. Non è che l’Intelletto si ferma al “due”: ma questo “due” (quando deve passare di nuovo ad una Unità) non è mai veramente compresenza degli opposti. E quindi non è mai identità degli opposti. Poiché quando l’Intelletto pensa ad una sintesi presuppone sempre una dimensione dualistica. Poiché esso non potrà mai realizzare l’identità degli opposti osservando il baluardo inevadibile del principio di non-contraddizione aristotelico, per il quale non si può predicare di qualcosa un predicato ed il suo opposto contemporaneamente e sotto lo stesso riguardo. Nel momento speculativo o positivamente razionale, con l’arrivo della suprema potenza del Concetto in quanto negazione della negazione, l’intelletto viene privato della sua funzione essenziale, e questo non può permetterselo. Anche se paradossalmente la dimensione uni-totalizzante della rappresentazione intellettuale (primo momento astratto e indeterminato) è propria dell’Intelletto. È come se l’Intelletto abrogasse a se stesso nel secondo momento del pensiero rispetto all’oggettività, se si guarda all’Enciclopedia delle Scienze filosofiche di Hegel. È come se negasse e frantumasse quella Sostanzialità Unica, ma che esso stesso aveva in precedenza presupposto come vera Totalità. Ad esempio nella forma del panenteismo greco o nell’Essere parmenideo, o nella guisa dell’Uno di Plotino et al. Ma quello che conta è che la forza dell’Intelletto si esprima nel secondo momento del processo della logicità, ossia nel momento dialettico o negativo-razionale. Ma afferma anche Hegel che questo secondo momento, rimane fermo nella contrapposizione dei termini che l’Intelletto stesso fissa. L’intelletto rompe e separa quella uni-totalità rappresentativa del pensiero ingenuo (che è il primo momento del pensiero rispetto all’oggettività), trasferisce se stesso in una coscienza assoluta, nell’autocoscienza kantiana e poi nell’idealismo dell’Io fichtiano, ma rimanendo in una falsa sintesi degli opposti. Essi risulteranno così scissi, estrinseci e senza mediazione. Quindi l’intelletto ricade nella sua originaria attività di produttore di principi che tendono a spiegare e a realizzare l’Unità della realtà. Ma se prima l’Intelletto produce tali principi, nei cieli astratti del Prometeo che ruba il fuoco e facendo questo aldilà del mondo reale, creando fondamenti che fossero la rappresentazione di un Assoluto, in una unità di Pensare-Essere ed Agire, in una dimensione in cui l’uomo con la sua coscienza era del tutto sciolto da questa vacua identità di tali opposizioni: Universale e Particolare, Spirito e Materia, Finito ed Infinito, ora ricompresi in tali assoluti metafisici delle grandi filosofie costrittive-trascendenti e fusionali di Dio e Mondo. L’Intelletto, capendo che è esso stesso produttore del Pensare, dell’Essere e dell’Agire, trasferisce questa dimensione nel suo stesso essere assoluta autocoscienza (come in Kant), ma senza evitare che quei stessi principi assoluti rimangano esposti al dualismo, alla contrapposizione: mondo-ragione etc. Quindi di nuovo si ripropone un dualismo, solo presuntamente assorbito da una sintesi di tali opposti, ma in realtà come sintesi non realizzata. Se si rimane nella seconda dimensione della Logicità, cioè dialettico-negativo o razionale, pur difronte alla presunta sintesi ad unità che l’Intelletto cercherà, ci si ferma, ad esempio nel razionalismo cartesiano o nel criticismo kantiano e nell’idealismo fichtiano, come in una dimensione nella quale quelle scissioni non sono realmente tesaurizzate. Hegel impronta la sua filosofia della storia in tappe nelle quali tali principi abbiano fallito. La Sostanza di Spinoza, la Monade di Leibniz, il razionalismo cartesiano, sino al criticismo e all’idealismo, ed ancora più addietro, l’Essere di Parmenide, l’Idea platonica, la Sostanza aristotelica etc, rappresentano per Hegel tutte le divise nelle quali l’Intelletto ha prodotto tali assoluti, nella posizione del secondo momento della Logicità: momento dialettico-negativo dell’Intelletto, come momento negativo razionale. Ma il negativo rimane, poiché rimangono le scissioni. Quindi c’è solo una presunta sintesi di pensare, essere ed agire. Se si indugia in questa dimensione si rimane in una condizione scettica, poiché solo lo spirituale.Il Logos scettico è la residenza della verità, ma in realtà negare continuamente il reale non significa altro che riproporre solo quella stessa dimensione oggettiva, proprio in una sorta di fabbisogno mai veramente colmato. Si è fermi nella negazione scettica anche in termini empirici, liberali, critici, razionalistici. Ecco allora il terzo momento: speculativo o razionale, cioè a dire che non si ha più un semplice nesso oppositivo ed una relazione degli opposti che in qualche modo sono sintetizzati, ora da una alternanza dell’uno, ora da un’altra alternanza dell’altro. Bensì questi opposti vengono realmente e positivamente compresi dalla compresenza dell’identità degli stessi opposti. E questo è il terzo momento positivo razionale. È la dialettica nel senso positivo che pensa nella contemporaneità della stessa unità di tempo il qualcosa e l’altro. Questo è il finito che cessa di finire divenendo invece assoluto, ma non trascendente, bensì immanente alla realtà. Il finito cessa di finire poiché termina la reduplicazione nella pseudo sintesi dell’intelletto di un finito rispetto all’altro, quindi si ha l’assoluto. Esso è il sistema stesso del determinato in quanto sintesi del particolare con l’universale. L’assoluto non è altro del finito stesso nel suo abbandonare la falsa assolutezza della sua naturalità (primo momento rappresentativo), e nel suo perseguire un’identità che non sia rapsodica (secondo momento-intellettuale o negativo razionale), ma in quanto figura salda capace di sostenere il rapporto con l’alterità. È questa la funzione più caratteristica del superamento del finito, quale lo definisce Hegel, con il termine Aufhebung. Essa non significa solo “superamento”, laddove tale espressione non esprime solo annichilimento del finito, bensì elevazione dello stesso finito a conservazione o innalzamento della nuova prospettiva superiore alla precedente, in cui la precedente stessa è conservata. Cioè è innalzata a rete di relazioni, non più nella sua presunta, autonoma, astratta identità con sé, ma nella rete delle relazioni che la sostiene con un’esistenza che finalmente viene ad assurgere come priva di “precarietà”(terzo momento-speculativo, positivamente razionale) [5] .Tutto questo movimento dal I° momento (astratto intellettuale) al II° momento (dialettico o negativo razionale) fino al III° momento (speculativo o positivo razionale), è circolare. Ad attuare tali momenti è la soggettività, che non esce mai da se stessa. Nel senso che tutti i momenti sono identificativi di una processualità che parte, rimane e torna, presso il soggetto stesso. Ecco la circolarità Logico-conoscitiva ed epistemologica del presupposto-posto. La soggettività non esce mai da un processo circolare, poiché anche quando si pensi esserne fuori (come all’inizio della Logica dell’Essere, nel cominciamento dell’Essere puro), essa stessa esce da sé. Cioè nel non pensarsi di sé, si include. Si fa altro da sé con se stessa. Ossia trapassa nei vari momenti delle sue rappresentazioni possibili, ma tali sono ciò che identificano Sé medesima come identità di sé. Cioè le rappresentazioni altre, che la soggettività attraversa, non sono altro che momenti di se stessa, ossia passaggi che sono costitutivi della stessa consistenza ontologica della medesima soggettività. Fin a quel ritornare supremo con sé, che consiste nel toglimento di ogni presupposto naturalistico del proprio Sé, e quindi naturalistico, autoritario, meramente trovato e consegnato alla sua esistenza e nel raggiungimento con ciò di una identità che è l’esito solo nel proprio prodursi e realizzarsi. Quindi soggettività hegeliana è sempre presso di Sé. Essa supera se stessa da una dimensione naturale ed estranea, tornando in seguito presso Sé.


[1] Triade psico-dinamica che diverrà la triade della Logica dell’essere: Essere-Nulla-Divenire.

[2] Lo smacco sarà talmente più grande, poiché l’Altro da sé è considerato dal primo Sé già assolutamente inetto, fallimentare, in quanto vedendosi negato ed invaso da quello, risulterà per esso ancora più cocente la propria disfatta. Generando risentimento e contrizione.

[3] Nel primo Hegel, rigurado al campo tensionale di forze, possono esserci serie connessioni con la dottrina delle forze come struttura del corporeo in Nietzsche, in quanto realtà fenomenica corporea data dalle forze, compresa la coscienza e l’empirico. In Hegel il campo di forze tensionali, che a vicenda si richiamano in una dimensione psico-dinamica, darà avvio invece, alla macchina dialettica attraverso il motore della negazione-contraddizione.

[4] Anche nella religione farsica pare subentri il dualismo. Il sole, al tramonto, si eclissa dando spazio all’assenza di un Dio, e nell’assenza di un Dio possono accadere cose tremende. Nella religione farsica tutto è colmo di Dio, questo principio Luce che il profeta Zarathustra rappresenta. In una visione nella quale il popolo persiano, in quanto coscienza di fede naturalistica (religione naturale con a base principi ilemorfici) non è cosciente di pensare un principio divino e quindi uno spirito trascendente, altro da se poiché è inserito in una modalità unitotale con lo stesso assoluto cui appartiene. Vi appartiene per principi naturali, è un deismo che porta nel suo seno il fedele che vi aderisce e, secondo Hegel, che stila una storia della storiografia filosofica ex post, cioè a cose fatte, interpreta i segni dello Spirito assoluto. Hegel afferma: questa formazione, monolitica, concettuale, è opera dell’Intelletto.

[5] Feuerbach sosterrà che l’ Aufhebung è annichilimento del finito, e non conservazione di esso rispetto all’Assoluto, rispetto alla Formbestimmung. Egli riduce la filosofia hegeliana a mera teologia. In realtà, contrariamente alle tesi feuerbachiane, non si è dinanzi al dileguare del finito, ma alla conservazione-innalzamento di quest’ultimo ad una visione di nessi sociali-universali, con la conservazione dialettica, della precedente figura di un alcunché, organicamente innalzata e conservata a nuova figura. Feuerbach assumerà anche un giudizio “creazionista” dello Spirito di Hegel. Lo Spirito crea la Natura come ad esso subalterna: quest’ultima è più “pesante” dell’essenza-spirito che si rivela più “leggera”. Da qui la teologia dello Spirito in Hegel, presso Feurbach.

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