Massimiliano Polselli
Quello che De Sanctis chiama il rapporto tra nosse e velle (conoscere e volere). Tradizionalmente (Aristotele, Sant’Agostino, …) c’è un nesso molto forte fra conoscere e volere. Per De Sanctis in Leopardi questo nesso viene spezzato; ciò che Leopardi porta a rappresentazione è la scissione fra questi due piani, il che è un lato positivo, un lato eticamente produttivo. “C’è l’idea insomma secondo la quale a rendere possibile l’azione non è il conoscere, non è il sapere, ma è il volere”Il volere non dipende dal conoscere, il piano logico concettuale non fonda quello etico. In Leopardi le cose, secondo De Sanctis, non stanno così. Se io faccio quel che faccio è perché lo voglio e non perché sappia che le cose stanno o non stanno in un certo modo.“L’uomo fa quello che vuole e non quello che intende”. L’uomo agisce in relazione alla sua volontà e non perché a dettare la sua azione sia un’istanza teorico conoscitiva. C’è un’autonomia dell’agire: l’agire ha in sé la ragione di sé. De Sanctis coglie un punto importante della poetica leopardiana, ne mette in rilievo il carattere operativamente costruttivo. C’è una forza etica implicita che agisce continuamente nella tessitura del tessuto leopardiano. → La valorizzazione della prassi De Sanctis coglie l’idea dell’autonomia del piano del volere, del piano dell’etico in Leopardi che si pone di per sé come forza significante, al di là di tutto ciò che il concetto può sostenere “In Leopardi la volontà si ribella all’intelletto. L’intelletto dice: – Tutto è nulla. Tutto è vanità. Nulla ha senso. – e allora la volontà risponde: – Voglio vivere, voglio amare, voglio illudermi.” Volere il senso malgrado tutto. Dobbiamo continuare a tentare di farci rappresentazioni dell’irrapresentabile anche se sappiamo che dell’irrapresentabile non si possa avere mai una rappresentazione adeguata. Sotto questo profilo per De Sanctis il piano del nosse si scinde da quello del velle. Il piano teorico si separa dal volere. Quindi la volontà rivendica i suoi diritti contro ogni prospettiva logico concettuale. Quindi un’etica, una filosofia morale che si rivela in contraddizione con le sue stesse premesse, laddove le premesse sarebbero premesse logiche. Se l’intelletto dice “Tutto è nulla, nulla ha senso”, l’esito al quale mette capo l’esibizione di questa consapevolezza è “Voglio illudermi, voglio amare, voglio vivere”. Lotto per l’affermazione di un possibile senso malgrado tutto – so benissimo che nulla ha senso proprio per questo lotto . Quel voglio vivere non potrà essere negato da nessun convincimento teorico, da nessuna definizione logico concettuale. La vita come forza che eccede e trascende ogni possibile forma. L’etica contraddice la logica. Tale presupposto di De Sanctis non tiene. Stando allo schema De Sanctisiano da una parte si avrebbe l’intelletto che vede il nulla. L’intelletto cioè che concettualizza l’esperienza e che concettualizzando si avvede del nulla. Quindi il nulla è un concetto, quindi determinato, una definizione, una forma logica. Dall’altra parte invece avremmo una volontà, un piano etico che reagisce, si ribella a ciò che l’intelletto ha svelato. Ma è proprio vero che in Leopardi il nulla è un prodotto dell’intelletto? Rispetto alla capacità che l’uomo ha di concettualizzare, cioè di definire, procedere per sillogismi, un uso logico intellettuale, il piano del sentire, del conoscere sentendo, in Leopardi, è più forte. Poiché Leopardi afferma il primato dell’immaginazione, come essenza della nostra vita mentale, tanto da dire che l’immaginazione è la sorgente della ragione e che intelletto e immaginazione sono tutt’uno. Questo perché la nostra vita mentale è sostanzialmente immaginazione, cioè la capacità che noi abbiamo di farci immagini, cioè rappresentazione dell’esperienza. Il punto è che in Leopardi la stessa idea del nulla non è un concetto dell’intelletto, è un prodotto dell’immaginazione, con la consapevolezza che l’immaginazione è la sorgente della ragione. Che intelletto e immaginazione fatto tutt’uno, ma non perché l’immaginazione procede per inferenze e sillogismi, ma al contrario, nel senso che l’intelletto trova nell’immaginazione la sua fonte, la sua radice. L’ultrafilosofia di Leopardi in quanto pensiero poetante è un pensiero dominante immaginativo. L’espressione di una ragione poetica, commossa. Quindi le premesse non sono fissate dall’intelletto come dice De Sanctis, ma appartengono all’ordine di una ragione poetica. Non è una forma logica il nulla, il nulla è il modo in cui l vivente coglie il senso delle cose e lo coglie facendo appello al conoscere sentendo, essenzialmente l’immaginazione. In Leopardi certo che c’è il riconoscimento della forza autonomamente significante del volere, dell’autonomia del volere, ma questo non si oppone a una premessa di ordine intellettuale, perché l’idea che nulla ha senso è a sua volta il prodotto dell’immaginazione. Leopardi afferma il primato dell’immaginazione tanto da dire intelletto e immaginazione sono tutt’uno, perché la nostra vita mentale è sostanzialmente immaginazione, cioè la capacità che noi abbiamo di farci immagini, rappresentazioni dell’esperienza sensibile. Non si trova in Leopardi una distinzione analitica delle varie facoltà come invece avviene in Kant. Resta il fatto che rispetto a quella attività che Kant chiama intelletto, cioè la classificazione, la scomposizione analitica dell’esperienza. Il nulla è ambivalente, perché è uno schema dell’immaginazione, cioè è una rappresentazione insieme determinata e indeterminata: determinata perché in qualche modo io ne posso parlare, me ne posso fare un’idea, ma è carica di opacità. Quindi una rappresentazione che ha la capacità di produrre ulteriori rappresentazioni, in quanto schema dell’immaginazione, è una fonte inesauribili di ulteriori immagini. Solo che quello che nasce come prodotto dell’immaginazione, cioè il nulla, finisce a un certo punto per presentarsi a noi come un dato, solido, inamovibile, fonte di un’angoscia che ci paralizza. Contro quel dato si innesca di nuovo il lavoro dell’immaginazione, per esempio attraverso il riso, il comico. Contro il solido nulla la forza dell’illusione e del comico. Posto che non è l’intelletto il vero soggetto della produzione dell’idea del nulla De Sanctis coglie comunque un punto importante, cioè la capacità che il piano dell’agire ha in Leopardi di opporre una resistenza al piano del concetto e affermare la sua autonomia rispetto ad esso. L’etica in Leopardi secondo De Sanctis sta più in alto della logica, in quanto logica del concetto, non ogni e qualsiasi logica, perché anche l’immaginazione ha la sua logica che non è la logica della definizione. Ma a stare più in alto, insieme all’etica è l’estetica. Perché l’immaginazione in quanto espressione di una ragione poetica è essa stessa una potenza insieme etica ed estetica. Il luogo del sentire è il luogo del volere, del desiderare, ma è appunto il piano del sentire, del conoscere sentendo, e quindi la centralità dell’estetico centralmente connesso all’etico, come poi sarà in Nietzsche e in Adorno. Questa ricezione di Leopardi da parte di Croce e De Sanctis ha fortemente condizionato la sua lettura successiva, fino a che ad un certo punto, sia a livello teorico, che storico-critico, c’è un cambiamento. Nel 1947 escono due libri importantissimi: “La nuova poetica leopardiana” di Walter Binni e “Leopardi progressivo” Cesare Luporini. In entrambi i casi c’è un riconoscimento pieno della filosoficità dell’opera di Leopardi nel senso della stretta connessione che sussiste in Leopardi tra poesia e filosofia. In Binni c’è l’idea di un Leopardi intellettuale, artista, disorganico, cioè che in modo costitutivo Leopardi, agli occhi di Binni, è un contestatore dell’esistente. Leopardi è un contestatore dell’esistente, dove l’esistente si intende in senso ampio, non soltanto della forma assunta dall’esistente ai tempi di Leopardi, perché c’è in Leopardi l’idea della critica del dato, l’esistente è sempre un dato e deve essere quindi ricostruito, cioè risalito nelle sue condizioni di possibilità, interrogato, sempre. Altra affinità interessantissima con Nietzsche. Nietzsche è permanentemente inattuale, non c’è tempo determinato che possa trovare in Nietzsche un termine di rispecchiamento, non c’è forma assunta dal dato che possa soddisfare le istanze di un pensiero critico così radicale. Lavorare nel proprio tempo contro il proprio tempo (qualunque tempo) e a favore di un tempo venturo. Cioè rispetto a ogni forma assunta dall’empirico, dall’esistente così com’è risvegliare l’altro dell’esistente, nel dato l’altro del dato. Questo vuol dire essere inattuali per Nietzsche, ma anche Leopardi come contestatore dell’esistente è inattuale, proprio in questo senso. Leopardi è nel mondo estraneo al mondo. Luporini mette in luce un aspetto decisivo, ossia l’importanza, in Leopardi, del tema del possibile. In qualche modo questo Leopardi progressivo, che non vuol dire progressista in senso classico, non è progressista nel senso della fiducia illuministica nel progresso. Dal momento della presenza nei temi leopardiani del rifiuto dell’idea delle magnifiche sorti progressiva. Quindi non progressista, ma progressivo. Il che è fondamentale perché il progressivo è un’ideologia del progresso, laddove l’essere progressivo da parte di Leopardi, secondo Luporini, significa che Leopardi è un poeta- filosofo del possibile. In Leopardi la stessa disposizione ad essere dell’uomo, la sua attitudine al vivere, il modo in cui l’uomo abita l’esperienza, questa disposizione ad essere deve essere letta a rigore nei termini di una disposizione a poter essere. Il che vuol dire che l’essere in Leopardi è un poter essere. Ovvero l’essere acquista per noi un senso in quanto espressione di un poter essere. Cioè di una apertura al possibile, alla possibilità stessa del possibile. Proprio spingendo ai suoi limiti estremi, radicalizzando il non senso, avverte e ci fa avvertire il bisogno di un senso possibile. Un senso possibile che affiora dal negativo, dal non senso, cioè dal riconoscimento della stessa impossibilità del senso. Quando più si riconosce l’impossibilità del senso, tanto più noi avvertiamo la necessità del senso, che è la necessità della sua possibilità. Un senso deve poter essere possibile. Questo tema si ritrova anche in Donà, fino a sostenere che in archè, in origine, sta il possibile. E il possibile fa tutt’uno con il nulla, potenza annientante, l’annullamento di ogni senso, ma insieme la possibilità di un senso sempre diverso. È una forza creativa il nulla – principio della distruzione, ma anche della creazione. – Possibile che viene pensato da Leopardi in tutta la sua radicalità, perché è un possibile che nulla costringe ad essere possibile, non è un fondamento metafisico, non c’è una necessità logica a motivo della quale sempre nuove forme vengano a manifestazione. Questo riconoscimento del possibile è qualcosa che avviene a partire dal nostro essere immersi nell’esperienza, noi abitiamo il mondo, avvertiamo la finitezza del mondo e nel momento in cui la riconosciamo ci rendiamo conto che il che del mondo, il fatto che il mondo sia, il fatto che ogni ente sia presuppone la sua possibilità. Se è vuol dire che è possibile, ma questo possibile è una possibilità che coincide con l’idea dell’abisso, è un fondamento infondato, è quell’enigma che è l’unione inscindibile di produzione e distruzione. C’è una piena assunzione da parte di Leopardi della contingenza del nostro essere nel mondo. Donà oltre a insistere sul tema del possibile insiste anche sul tema della aseità di ogni ente, ovvero il puro fatto dell’esistere di ogni ente, cioè la contingenza di ogni ente, l’ente è così com’è, ma potrebbe essere altrimenti. Nulla costringe l’ente ad essere così com’è. Nulla lo determina, nulla lo vincola ad essere ciò che è. Non c’è una necessità più forte della contingenza, la contingenza è un dato originario, ma che la contingenza sia un dato originario vuol dire che il possibile è una dimensione originario. Allora l’aseità di ogni ente è il puro fatto dell’esistere. Cioè ogni ente è senza perché, senza scopo, senza senso, senza fine, senza fondamento. Questa aseità dell’ente ci permette di riconoscere l’originarietà del possibile. Tornando a Luporini, per lui in Leopardi la stessa dignità dell’uomo, l’idea della virtù che anche è importante in Leopardi, non è un dato al centro del cosmo, non è una necessità di ordine logico, un fatto che noi siamo chiamati soltanto a constatare. Non è qualcosa di garantito. È qualcosa che il vivente deve continuamente conquistare e riconquistare. Questa dignità dell’uomo è un’esigenza, un bisogno, un’esigenza forte ai margini: un’esigenza operativa. Perché il bisogno del senso è qualcosa che noi avvertiamo a partire dall’operatività del nostro essere. Noi siamo corpi viventi, senzienti, agenti. Il nostro essere insomma per Leopardi è un fare. Allora anche il senso acquista un significato operativo, è qualcosa che appunto noi dobbiamo continuamente conquistare e riconquistare, quindi agire il un certo modo. Considerando anche che il pensiero è una forma dell’agire. Nessuna scissione tra teoria è prassi. Per Leopardi la parola è prassi. Leopardi è anche un filologo, riconosce nella tecnica della parola, nell’arte della parola un fare, la possibilità di costruire un senso. Filologia per Leopardi vuol dire retorica, fondamentalmente e la retorica è eloquenza, è una parola pragmaticamente connotata. L’oratore deve persuadere deve coinvolgere emotivamente e insieme deve convincere, cioè deve modificare la prassi. La parola dell’oratore, del filologo, la parola in quanto tale è un modo d’essere della prassi, è una forma dell’agire. Quindi di per sé ha la capacità di trasformare il mondo, l’istallazione di un nuovo intervento di senso che modifica la prassi perché genera nuove assuefazioni, opinioni, nuove rappresentazioni che vanno a modificare la nostra vita mentale. A partire dall’incontro con quella parola leggiamo il mondo diversamente, ma se lo leggiamo diversamente ci comportiamo diversamente. → l’idea del senso come esigenza operativa. Per Luporini si può parlare a proposito di Leopardi di un nichilismo si, ma un nichilismo attivo.
In Leopardi la volontà si ribella all’intelletto. L’intelletto dice: -Tutto è nulla. Tutto è vanità. Nulla ha senso. – e allora la volontà risponde: – Voglio viverre, voglio amare, voglio illudermi. – ”Volere il senso malgrado tutto. Dobbiamo continuare a tentare di farci rappresentazioni dell’irrapresentabile anche se sappiamo che dell’irrapresentabile non si possa avere mai una rappresentazione adeguata. Sotto questo profilo per De Sanctis il piano del nosse si scinde da quello del velle. Il piano teorico si separa dal volere. Quindi la volontà rivendica i suoi diritti contro ogni prospettiva logico concettuale. Quindi un’etica, una filosofia morale che si rivela in contraddizione con le sue stesse premesse, laddove le premesse sarebbero premesse logiche. Se l’intelletto dice “Tutto è nulla, nulla ha senso”, l’esito al quale mette capo l’esibizione di questa consapevolezza è “Voglio illudermi, voglio amare, voglio vivere”. Quel voglio vivere non potrà essere negato da nessun convincimento teorico, da nessuna definizione logico concettuale. La vita come forza che eccede e trascende ogni possibile forma. L’etica contraddice la logica. Tale presupposto di De Sanctis non tiene. Stando allo schema De Sanctisiano da una parte si avrebbe l’intelletto che vede il nulla. L’intelletto cioè che concettualizza l’esperienza e che concettualizzando si avvede del nulla. Quindi il nulla è un concetto, quindi determinato, una definizione, una forma logica. Dall’altra parte invece avremmo una volontà, un piano etico che reagisce, si ribella a ciò che l’intelletto ha svelato. Ma è proprio vero che in Leopardi il nulla è un prodotto dell’intelletto alla capacità che l’uomo ha di concettualizzare, cioè di definire, procedere per sillogismi, un uso logico intellettuale, il piano del sentire, del conoscere sentendo, in Leopardi, è più forte. Poiché Leopardi afferma il primato dell’immaginazione, come essenza della nostra vita mentale, tanto da dire che l’immaginazione è la sorgente della ragione e che intelletto e immaginazione sono tutt’uno. Questo perché la nostra vita mentale è sostanzialmente immaginazione, cioè la capacità che noi abbiamo di farci immagini, cioè rappresentazione dell’esperienza. Il punto è che in Leopardi la stessa idea del nulla non è un concetto dell’intelletto, è un prodotto dell’immaginazione, con la consapevolezza che l’immaginazione è la sorgente della ragione. Che intelletto e immaginazione fatto tutt’uno, ma non perché l’immaginazione procede per inferenze e sillogismi, ma al contrario, nel senso che l’intelletto trova nell’immaginazione la sua fonte, la sua radice. L’ultrafilosofia di Leopardi in quanto pensiero poetante è un pensiero dominante immaginativo. L’espressione di una ragione poetica, commossa. Quindi le premesse non sono fissate dall’intelletto come dice De Sanctis, ma appartengono all’ordine di una ragione poetica. Non è una forma logica il nulla, il nulla è il modo in cui l vivente coglie il senso delle cose e lo coglie facendo appello al conoscere sentendo, essenzialmente l’immaginazione. In Leopardi certo che c’è il riconoscimento della forza autonomamente significante del volere, dell’autonomia del volere, ma questo non si oppone a una premessa di ordine intellettuale, perché l’idea che nulla ha senso è a sua volta il prodotto dell’immaginazione. Leopardi afferma il primato dell’immaginazione tanto da dire intelletto e immaginazione sono tutt’uno, perché la nostra vita mentale è sostanzialmente immaginazione, cioè la capacità che noi abbiamo di farci immagini, rappresentazioni dell’esperienza sensibile. Non si trova in Leopardi una distinzione analitica delle varie facoltà come invece avviene in Kant. Resta il fatto che rispetto a quella attività che Kant chiama intelletto, cioè la classificazione, la scomposizione analitica dell’esperienza. Il nulla è ambivalente, perché è uno schema dell’immaginazione, cioè è una rappresentazione insieme determinata e indeterminata: determinata perché in qualche modo io ne posso parlare, me ne posso fare un’idea, ma è carica di opacità. Quindi una rappresentazione che ha la capacità di produrre ulteriori rappresentazioni, in quanto schema dell’immaginazione, è una fonte inesauribili di ulteriori immagini. Solo che quello che nasce come prodotto dell’immaginazione, cioè il nulla, finisce a un certo punto per presentarsi a noi come un dato, solido, inamovibile, fonte di un’angoscia che ci paralizza. Contro quel dato si innesca di nuovo il lavoro dell’immaginazione, per esempio attraverso il riso, il comico. Contro il solido nulla la forza dell’illusione e del comico. Posto che non è l’intelletto il vero soggetto della produzione dell’idea del nulla De Sanctis coglie comunque un punto importante, cioè la capacità che il piano dell’agire ha in Leopardi di opporre una resistenza al piano del concetto e affermare la sua autonomia rispetto ad esso. L’etica in Leopardi secondo De Sanctis sta più in alto della logica, in quanto logica del concetto, non ogni e qualsiasi logica, perché anche l’immaginazione ha la sua logica che non è la logica della definizione. Ma a stare più in alto, insieme all’etica è l’estetica. Perché l’immaginazione in quanto espressione di una ragione poetica è essa stessa una potenza insieme etica ed estetica. Il luogo del sentire è il luogo del volere, del desiderare, ma è appunto il piano del sentire, del conoscere sentendo, e quindi la centralità dell’estetico centralmente connesso all’etico, come poi sarà in Nietzsche e in Adorno. Questa ricezione di Leopardi da parte di Croce e De Sanctis ha fortemente condizionato la sua lettura successiva, fino a che ad un certo punto, sia a livello teorico, che storico-critico, c’è un cambiamento. Nel 1947 escono due libri importantissimi: “La nuova poetica leopardiana” di Walter Binni e “Leopardi progressivo” Cesare Luporini. In entrambi i casi c’è un riconoscimento pieno della filosoficità dell’opera di Leopardi nel senso della stretta connessione che sussiste in Leopardi tra poesia e filosofia. In Binni c’è l’idea di un Leopardi intellettuale, artista, disorganico, cioè che in modo costitutivo Leopardi, agli occhi di Binni, è un contestatore dell’esistente. Leopardi è un contestatore dell’esistente, dove l’esistente si intende in senso ampio, non soltanto della forma assunta dall’esistente ai tempi di Leopardi, perché c’è in Leopardi l’idea della critica del dato, l’esistente è sempre un dato e deve essere quindi ricostruito, cioè risalito nelle sue condizioni di possibilità, interrogato, sempre. Altra affinità interessantissima con Nietzsche. Nietzsche è permanentemente inattuale, non c’è tempo determinato che possa trovare in Nietzsche un termine di rispecchiamento, non c’è forma assunta dal dato che possa soddisfare le istanze di un pensiero critico così radicale. Lavorare nel proprio tempo contro il proprio tempo (qualunque tempo) e a favore di un tempo venturo. Cioè rispetto a ogni forma assunta dall’empirico, dall’esistente così com’è risvegliare l’altro dell’esistente, nel dato l’altro del dato. Questo vuol dire essere inattuali per Nietzsche, ma anche Leopardi come contestatore dell’esistente è inattuale, proprio in questo senso. Leopardi è nel mondo estraneo al mondo. Luporini mette in luce un aspetto decisivo, ossia l’importanza, in Leopardi, del tema del possibile. In qualche modo questo Leopardi progressivo, che non vuol dire progressista in senso classico, non è progressista nel senso della fiducia illuministica nel progresso. Dal momento della presenza nei temi leopardiani del rifiuto dell’idea delle magnifiche sorti progressiva. Quindi non progressista, ma progressivo. Il che è fondamentale perché il progressivo è un’ideologia del progresso, laddove l’essere progressivo da parte di Leopardi, secondo Luporini, significa che Leopardi è un poeta- filosofo del possibile. In Leopardi la stessa disposizione ad essere dell’uomo, la sua attitudine al vivere, il modo in cui l’uomo abita l’esperienza, questa disposizione ad essere deve essere letta a rigore nei termini di una disposizione a poter essere. Il che vuol dire che l’essere in Leopardi è un poter essere. Ovvero l’essere acquista per noi un senso in quanto espressione di un poter essere. Cioé di una apertura al possibile, alla possibilità stessa del possibile. Proprio spingendo ai suoi limiti estremi, radicalizzando il non senso, avverte e ci fa avvertire il bisogno di un senso possibile. Un senso possibile che affiora dal negativo, dal non senso, cioè dal riconoscimento della stessa impossibilità del senso. Quando più si riconosce l’impossibilità del senso, tanto più noi avvertiamo la necessità del senso, che è la necessità della sua possibilità. Un senso deve poter essere possibile. Questo tema si ritrova anche in Donà, fino a sostenere che in archè, in origine, sta il possibile. E il possibile fa tutt’uno con il nulla, potenza annientante, l’annullamento di ogni senso, ma insieme la possibilità di un senso sempre diverso. È una forza creativa il nulla – principio della distruzione, ma anche della creazione. – Possibile che viene pensato da Leopardi in tutta la sua radicalità, perché è un possibile che nulla costringe ad essere possibile, non è un fondamento metafisico, non c’è una necessità logica a motivo della quale sempre nuove forme vengano a manifestazione. Questo riconoscimento del possibile è qualcosa che avviene a partire dal nostro essere immersi nell’esperienza, noi abitiamo il mondo, avvertiamo la finitezza del mondo e nel momento in cui la riconosciamo ci rendiamo conto che il che del mondo, il fatto che il mondo sia, il fatto che ogni ente sia presuppone la sua possibilità. Se è vuol dire che è possibile, ma questo possibile è una possibilità che coincide con l’idea dell’abisso, è un fondamento infondato, è quell’enigma che è l’unione inscindibile di produzione e distruzione. C’è una piena assunzione da parte di Leopardi della contingenza del nostro essere nel mondo. Donà oltre a insistere sul tema del possibile insiste anche sul tema della aseità di ogni ente, ovvero il puro fatto dell’esistere di ogni ente, cioè la contingenza di ogni ente, l’ente è così com’è, ma potrebbe essere altrimenti. Nulla costringe l’ente ad essere così com’è. Nulla lo determina, nulla lo vincola ad essere ciò che è. Non c’è una necessità più forte della contingenza, la contingenza è un dato originario, ma che la contingenza sia un dato originario vuol dire che il possibile è una dimensione originario. Allora l’aseità di ogni ente è il puro fatto dell’esistere. Cioè ogni ente è senza perché, senza scopo, senza senso, senza fine, senza fondamento. Questa aseità dell’ente ci permette di riconoscere l’originarietà del possibile. Tornando a Luporini, per lui in Leopardi la stessa dignità dell’uomo, l’idea della virtù che anche è importante in Leopardi, non è un dato al centro del cosmo, non è una necessità di ordine logico, un fatto che noi siamo chiamati soltanto a constatare. Non è qualcosa di garantito. È qualcosa che il vivente deve continuamente conquistare e riconquistare. Questa dignità dell’uomo è un’esigenza, un bisogno, un’esigenza forte ai margini: un’esigenza operativa. Perché il bisogno del senso è qualcosa che noi avvertiamo a partire dall’operatività del nostro essere. Noi siamo corpi viventi, senzienti, agenti. Il nostro essere insomma per Leopardi è un fare. Allora anche il senso acquista un significato operativo, è qualcosa che appunto noi dobbiamo continuamente conquistare e riconquistare, quindi agire in un certo modo. Considerando anche che il pensiero è una forma dell’agire. Nessuna scissione tra teoria è prassi. Per Leopardi la parola è prassi. Leopardi è anche un filologo, riconosce nella tecnica della parola, nell’arte della parola un fare, la possibilità di costruire un senso. Filologia per Leopardi vuol dire retorica, fondamentalmente e la retorica è eloquenza, è una parola pragmaticamente connotata. L’oratore deve persuadere deve coinvolgere emotivamente e insieme deve convincere, cioè deve modificare la prassi. La parola dell’oratore, del filologo, la parola in quanto tale è un modo d’essere della prassi, è una forma dell’agire. Quindi di per sé ha la capacità di trasformare il mondo, l’istallazione di un nuovo intervento di senso che modifica la prassi perché genera nuove assuefazioni, opinioni, nuove rappresentazioni che vanno a modificare la nostra vita mentale. A partire dall’incontro con quella parola leggiamo il mondo diversamente, ma se lo leggiamo diversamente ci comportiamo diversamente. → l’idea del senso come esigenza operativa Per Luporini si può parlare a proposito di Leopardi di un nichilismo si, ma un nichilismo attivo.