Laura Giannelli
Uno dei temi di questo dialogo è senza dubbio la caduta degli eterni, degli immutabili. Sempre nello “Zibaldone” Leopardi a un certo puto cita lo “Zeus” di Luciano di Samosata, dove si rappresenta questo. Gli dei, sospesi al fuso delle parche vengono paragonati da Luciano ai pesciolini sospesi alla canna del pescatore. Siamo in una deformazione parodistica della realtà che vuole essere però riflessione sul senso profondo delle cose e che declina in termini satirici una questione della massima serietà. Come il “Dialogo della moda e della morte” che è esemplare da questo punto di vista: si parla di cose serissime fingendo la non serietà di ciò che si sta dicendo. Qui è ancora più radicale il discorso, perché moda, esprime proprio questo, stando alla rappresentazione che ne propone Leopardi. Esprime lo svuotamento di ogni e possibile idea di serietà. Moda qui è una figura che ha la capacità di sottrarre serietà alla stessa figura, più che mai tragica, della morte. La questione della morte, del rapporto tra vita e morte, dunque del senso, qui in questa operetta viene presentata come una questione frivola, il che è da prendere molto sul serio, perché questo significa che qui la posta in gioco è la serietà della non verità, qui ad essere serio è proprio il non serio. E allora quale sarà la forma che la verità assume nel momento in cui l’unica forma assunta dalla serietà è la non verità? Questa è la sfida accolta da Leopardi e che l’ultrafilosofia leopardiana propone alla nostra attenzione, dicendoci che noi rispetto a questa sfida siamo largamente Di nuovo il tema qui è il dialogo (l’essere dialogo del testo fa sempre problema nelle operette in un modo o nell’altro). Qui Moda e Morte vengono presentati come personaggi che dialogo. Nel caso del dialogo tra la natura e l’Islandese abbiamo detto che il dialogo è un confronto e l’idea del confronto di per sé implica l’idea della differenza, la compresenza di due termini diversi che entrano in relazione tra loro. In questo caso che in gioco siano due soggetti differenti è vero fino a un certo punto; perché qui infondo ad affrontarsi sono due figure che fin dall’inizio si rivelano sorprendentemente affini, profondamente simili e anche complici. È proprio moda a dichiarare in modo esplicito questa comunanza assegnando un significato genealogico a questa comunanza. Lo fa invitando morte alla rammemorazione di un aspetto decisivo; già questo è paradossale, in quanto si invita morte a ricordare, proprio lei che è la nemica della memoria per eccellenza. La morte che qui viene rappresentata è una figura ridotta alla condizione di puro scheletro: quasi cieca, quasi sorda, smemorata. Qui tutto scheletro, tutto è segnato dalla caducità, questa è la parola chiave, ciò che moda ricorda a morte. La loro comune affiliazione: entrante sono date dalla Caducità. moda è morte è questo loro tratto condiviso che è la capacità di distruggere sempre e di nuovo le cose di qua giù. Ad accomunarle è il fatto che entrambe lavorino per capovolgere nel nulla, convertire ogni volta nel non essere tutto ciò che è. Sono entrambe agenti del nulla. Certo c’è una certa differenza: nel caso della morte questa azione distruttiva, annientante è un’azione che assume un significato essenzialmente biologico, è qualcosa cioè che riguarda la natura stessa delle cose, il darsi delle cose come cose viventi; nel caso della moda l’azione annientante viene ad assumere un significato non più naturale o biologico, ma culturale e sociale e quindi anche storico. Quella infatti esercitata dalla moda è si un’azione distruttiva, ma è un’azione che investe il piano degli ordini e dei costumi, il piano della socialità umana (un piano per Leopardi importantissimo). I diversi modi e le diverse pratiche attraverso le quali l’uomo costruisce e dà forma dà senso alla sua socialità, cioè al suo essere con gli altri. È lì che agisce moda, è lì che moda fa valere la sua azione distruttiva, annientante, come se moda qui fosse, almeno sotto un certo profilo, la traduzione del nulla sul piano storico, sociale e culturale. È stato detto che moda qui viene innalzata al rango di potenza metafisica, il nulla come potenza metafisica, quest’idea qui viene incarnata da moda, che è però un fenomeno essenzialmente culturale, non naturale. La forza distruttiva di moda investe gli usi e i costumi, in modo esemplare, qui l’accento cade proprio su questo aspetto, le pratiche vestimentarie degli uomini e delle donne. Cioè il modo di apparire del vivente, quell’immagine di sé che il vivente costruisce e che nell’interazione pubblica offre allo sguardo altrui. Il modo in cui ciascuno di noi, si presenta, si rappresenta, all’altro: è lì che moda fa valere la sua azione universalmente annientante. Lo scenario creato da Leopardi, quindi, è uno scenario in cui moda e morte sembrano agire come due facce della stessa medaglia. Dicono infondo il medesimo le due figure: l’azione del nulla. L’idea di morte è il massimo della serietà, la cosa più seria, il fondo dolente dell’esistere, un’idea che tradizionalmente spicca per la sua centralità sotto il profilo ontologico; non c’è considerazione filosofica, che investa il senso dell’essere, che non chiami in causa il tema della morte. La morte è il senso stesso della nostra esperienza, la nostra finitezza. Vuol dire il rapporto tra essere e divenire, con tutte le contraddizioni che quel rapporto custodisce, che la filosofia negli anni ha esplorato. Proprio questo è ciò che ora viene svuotato di senso, viene squalificato, banalizzato, viene riportato su un piano che è il piano del frivolo, del vacuo, dell’inconsistente. Ciò che resta è un’immagine contraffatta di quei problemi, la loro deformazione grottesca, caricaturale. È una coppia anomala quella composta da moda e morte, è anomala e anche concettualmente scandalosa. È uno scandalo, per esempio, rispetto a una tradizione in cui la morte tipicamente viene rappresentata come una figura che certo si oppone, ma insieme anche si rivela affine a un’altra figura: Amore. La posta in gioco qui è il sapere del corpo, tutte le “Operette morali” sono una drammaturgia del sensibile, un’esibizione esemplare di quel paradosso che è il sapere del corpo, con tutte le sue contraddizioni interne. Il sapere del corpo è un sapere che ha nel corpo non soltanto il suo oggetto (un sapere intorno al corpo), ma anche il suo soggetto. Il vivente che possiede un sapere del corpo è un vivente che sente il suo essere corpo, prima ancora che riflettere intorno al suo avere un corpo, un sapere che ci include, ci interpella. E poi sapere del corpo significa sapere della morte, cioè il sapere della finitezza. La coppia concettuale Amore-Morte è una delle espressioni più alte del sapere del corpo, qui noi assistiamo a una dissoluzione di questa connessione vitale, produttiva, quanto mai fruttuosa tra amore e morte. Noi assistiamo allo svuotamento, alla rimozione, alla neutralizzazione del sapere del corpo. La moda come sineddoche dalla modernità è la moda come sineddoche dell’uomo superbo e sciocco. L’uomo superbo e sciocco è il negatore del corpo, il negatore del sapere immanente al corpo, il negatore del sapere implicito del corpo. Bisogna però specificare che questo non è l’unico e possibile volto assunto dalla moda e Leopardi lo sa, perché Leopardi è un cultore dell’apparenza, un cultore dell’estetica. Ma qui Leopardi vuole insistere su questo aspetto di moda, cioè sul suo lato opprimente, condizionante, sulla sua funzione alienante, reificante, distruttiva di usi e costumi. Più radicalmente ciò che questo modo d’essere della moda tende ad annullare è un sapere del corpo, cioè l’immaginazione. Autori come Roland Barthes affrontano la questione della moda e la affrontano proprio con la consapevolezza che moda lavora contro l’immaginazione, contro il sapere del corpo. Anche qui Leopardi sta anticipando contenuti fondamentali della cultura del Novecento, anche senza dover arrivare a Roland Barthes, all’orizzonte post strutturalista, possiamo trovare già Walter Benjamin. Quest’ultimo che pure è consapevole del lato anche costruttivo della moda dice che la moda è negazione del sapere del corpo, è tanto in linea con Leopardi che lo cita “madama Moda”. Benjamin definisce la moda come il “sex appeal dell’inorganico”: l’inorganico, la materia inanimata, il vestito, che di per sé viene innalzata al rango di potenza irresistibilmente seducente, attrattiva, ipnotica. Quella foggia vestimentaria per Benjamin è una merce e allora la moda come “sex appeal dell’inorganico” è una erotizzazione della merce, la merce come fonte inestinguibile di desiderio. Se la moda è questo dice Benjamin la moda è l’espressione di un tempo infernale, caratterizzato dall’eterno ritorno del sempre uguale: dove a ripetersi non è la moda, che cambia continuamente, ma a non cambiare mai è la moda in quanto espressione del circolo marxiano denaro-merce-denaro, che si ripete inesorabilmente come un destino. Allora dal punto di vista di Benjamin la moda è un’agente implacabile della falsa coscienza, è uno degli strumenti ai quali la ragione capitalistica fa appello per perpetuare se stessa. Per esempio attraverso la sessualizzazione della merce che diventa un feticcio, un idolo da adorare. Da questo punto di vista la moda nega il corpo, perché questo viene subordinato a un ordine di significati che non è corporeo, non è sensibile, ma è ideologico. Moda viene presentata come una potenza spoetizzante e snaturante, complice della ragione geometrica. Questo lo coglieranno i post-strutturalisti, ma non è per niente ovvio; che ci sia una sinergia tra ideologia e moda o tra concettualità e moda. Moda viene descritta con una “vocina da ragnatelo”, morte è sia una damina arguta, ma è uno scheletro, quasi cieca, quasi sorda, non sente quindi la vocina da ragnatelo di moda. Vocina da ragnatelo, cioè la ragnatela, cioè il ragno, moda è la tessitrice, l’arte della tessitura, ma nel senso di una tessitura di un senso che ormai è solitamente effimero, contingente. Moda è la tessitrice, cioè la produttrice di forme che hanno già racchiuse in sé il germe della loro estensione. Moda diventa qui la riproposizione, in una forma insieme allegorica ed impoverita, di una figura mitica, Atropo, una delle moire. La moira che ha il compito di recidere il filo della vita, è si la tessitrice, ma è anche quel soggetto che continuamente recide, taglia il filo. La moda quest’azione la svolge a una velocità iper-accelerata, il senso della moda è questa rapidissima, inesorabile estensione, conversione nel nulla di tutto ciò che appare. I diversi modi attraverso i quali il vivente da forma alla sua apparenza sociale. Questo è il regno di moda, il regno delle apparenze sociali, il teatro della vita civile, il mondo dei costumi, per Leopardi il mondo delle opinioni. È quello il luogo in cui moda fa valere la sua potenza annientante. Moda qui viene presentata come una figura che è capace di morte più della morte stessa. La moda ha un doppio volto, ella significa anche la difesa dell’apparenza, quindi il riconoscimento della necessità del sensibile e la rivendicazione del sensibile nella sua unicità, cioè la rivendicazione del diritto che il sensibile ha di valore di per sé e non in funzione d’altro, cioè della sua perfetta inutilità. Questo è il volto progressivo di moda, potenzialmente emancipante, che Leopardi avverte e lo chiama in causa nel dire che è figlia della caducità, perché è lì che continuamente il fenomeno nella sua particolarità rivendica il diritto di valere di per sé, cioè il suo diritto di valere come una forza autonomamente significante, indipendentemente da ogni scopo concettualmente determinato, quindi al di là di ogni logica strumentale. Ma qui consapevole del fatto che in gioco è anche questo motivo, Leopardi insiste soprattutto sul lato regressivo di moda, più che quello progressivo, sul suo lato reificante. In questo termine certo si sente la presenza del termine francese mod. Lì noi leggiamo il rinvio al termine latino modus, modalità maniera, però implicito nel termine moda è anche un altro aspetto, cioè l’avverbio latino modo, che vuol dire ora, adesso, subito, cioè l’idea dell’effimero, dell’istantaneo, della fugacità, dell’impertinenza. Moda costruisce al suo interno questo significato; l’effimero, l’impermanente “siamo nate dalla caducità”. Il termine si afferma in torno al XV secolo, intorno al 400, però fino al 600, il termine moda, mod, indicava in termini generali il modo di vivere e di pensare di qualcuno o di un intera collettività. Poi, intorno al 600, il termine moda assume più stabilmente il significato a noi più vicino di abitudine in fatto di abbigliamento, quindi si chiama in causa in modo diretto la pratica vestimentaria, il modo d’essere e d’apparire all’interno della vita sociale. Ma a partire dal 700 il termine moda assume anche il significato estensivo di industria e commercio in materia di abbigliamento. La connessione tra l’idea di moda e l’idea di merce, la mercificazione dell’esperienza. Lo scandalo di questa coppia sta proprio, quindi, nel fatto che al posto di eros noi troviamo moda, come a dire “moda non è più eros, è qualcosa che si oppone a eros”, come il sex appeal dell’inorganico, dove è la merce che viene erotizzata, il non vivente, il cadavere. Ora infatti nell’orizzonte della modernità è la vita stessa a subire un processo di svuotamento, di questo si fa testimonianza qui l’immagine della moda. La negazione del sapere del corpo è la desertificazione della vita, è la notte dei sensi, è la strage delle illusioni, perché ora, cioè nel secolo superbo e sciocco, ad essere neutralizzata, almeno potenzialmente, è la stessa potenzialità, per ognuno, di fare esperienza di eros. Questo dice moda: l’impossibilità per l’abitatore della modernità di fare esperienza di eros. Per riprendere il riferimento al “Simposio” di Platone che abbiamo fatto precedentemente. Quando Leopardi parla di eros, di amore, in qualche modo è in gioco un riferimento all’orizzonte concettuale dell’erotica di Platone. Nel “Simposio” eros è un evento, non è una forma è qualcosa di costruttivamente intermedio, tra gli opposti. Non è forma eros, il mondo delle idee è costituito da pure forme, ma eros non è questo, è una potenza demonica, evento, qualcosa che il logos non sa dire, evento rispetto al quale il logos si scopre impotente. Eros è la ricezione di un invio, qualcosa ci viene dall’esterno e noi l’accogliamo, è un sentirsi invasi, rapiti da qualcosa, non padroneggiare qualcosa. Un’esperienza generativa di relazionalità, generazione dell’eterno attraverso il bello, il desiderio di essere il bene per sempre. Vuol dire che nel fare esperienza di eros il fenomeno, il sensibile diventa una soglia, una soglia di attraversare in vista del trascendimento di ciò che è dato, la siepe leopardiana, una dimensione erotica in senso platonico. La superficie rivela la profondità inapparente. Dov’è la relazionalità? Il finito entra in relazione con l’infinito, il determinato con l’indeterminato. Eros è il desiderio di possedere il bene per sempre, un bene che è al di là di ogni essenza, allora attraverso la frequentazione del particolare, del singolo dato sensibile siamo spinti a trascendere quella determinatezza, tenendola però ferma, perché quell’indeterminato, quell’infinito non sarebbe tale se non in relazione a quella particolarità a quella determinatezza. Dall’interno stesso del sensibile eros indica al vero amante la strada da percorrere in vista di una liberazione non dal finito, dall’immanenza, ma dall’idea di un’immanenza assolutizzata, un’immanenza che in sé non rinvia più a ciò che è altro da sé. Da un determinato che pretende d’essere tutto, da questo emancipa eros e libera proprio costringendo, perché eros è qualcosa che noi patiamo a cui siamo soggetti, non padroni. È mania per Platone, un invasamento divino, liberazione dai vincoli di un’immanenza satura, di un’immanenza irrigidita, chiusa in se stessa. Siamo partiti dal carattere scandaloso compiuto in questo dialogo da parte di Leopardi: la sostituzione della coppia classica, tradizionale, quella di amore e eros, con una coppia di tutt’altro genere, ovvero morda e morte. Quindi il sfronto qui non è più tra la vita e la morte, tra la forza costruttiva, generativa, inventiva e relazionale di eros e la forza disaggregane, distruttiva della morte. Qui invece ad essere invocato è un confronto che avviene tra due immagini affini o speculari della stessa identica morte; perché moda e morte è come dire morte e morte. E a farcelo notare, che il senso sia questo o anche questo è proprio Leopardi.
Moda come potenza che ha la capacità di rendere morto ciò che è vivo, prima ancora che il vivente muoia. Così per rispetto del corpo come dell’animo, perché fanno tutt’uno per Leopardi corpo e animo. C’è una spiritualità immanente al sensibile che non è disgiungibile dal sensibile. Anche per la questione del rapporto tra parole e pensiero: le parole sono non la veste ma il corpo dei pensieri, quindi la parola è pensiero incarnato, la materia è spiritualità condensata nella materia. Dove questa spiritualità è la sterminata ricchezza di senso, è la relazionalità implicita al dato fenomeno; questo si coglie indugiandosi, prendendo dimora nella frequentazione del fenomeno. Qui tutto il contrario, perché si sta dicendo che questa vita moderna è più morta che viva, perché innanzitutto ora non c’è più spazio per eros. Perché nell’impostare in questi termini il rapporto tra moda e morte si sta alludendo al rapporto tra amore e morte; ciò che si imputa alla moda glielo si sta imputando sapendo che invece altro è lo scenario in cui morte è in relazione con amore. Quindi a perdere di significato qui è la stessa possibilità di distinguere tra l’idea di vita e l’idea di morte; se la vita stessa è più morta che viva diventa complicato, arduo distinguere da ciò che vivo e ciò che morto. La vita viene svuotata di senso.
A delinearsi è uno scenario completamente nuovo in cui l’idea della morte per un verso trionfa (è il secolo della morte, la stessa vita è più morta che viva); ma per altro verso la morte viene immiserita, squalificata, banalizzata. Perché l’idea di morte tende sempre più a sovrapporsi fino a confondersi con la frivolezza della moda, il che si traduce in un depotenziamento della stessa idea classica di morte. C’è da dire poi che questa interazione tra moda e morte appare almeno da un certo punto di vista come un’interazione polemica, si fronteggiano queste due interlocutrici. Il contrasto, la sfida tra le due, assume i toni leggeri, piacevolmente divertiti di una conversazione mondana, da salotto. Un contrasto che evapora, si dissolve nelle forme di un piacevole conversare salottiero. Del senso, della sua asprezza, dei suoi paradossi, cosa resta se non questo ormai? Un piacevole conversare salottiero. Come inizia infatti il dialogo tra moda e morte? A prendere la parola per prima è propria la moda ed è la moda a chiedere alla morte di ascoltarla, cioè a chiederle di prestare attenzione alle sue parole. È moda a dettare il gioco. Quindi ogni discoro che verrà svolto all’interno di questa operetta sul rapporto tra vita morte, sulla tragicità della morte, sulla tragicità della nostra condizione, verrà svolto alla luce di quella tonalità che noi abbiamo visto affiorare. È moda a guidare il gioco, tutto ciò che verrà detto sarà detto nel segno di moda ed è proprio moda a porre l’accento sulla relazione di somiglianza che la lega alla morte, con quell’appellativo importantissimo, caro anche a Benjamin. Questa scelta è significativa perché sia nell’autografo napoletano, sia nelle prime due edizioni delle “Operette morali”, Stella e Piatti, il termine utilizzato qui da Leopardi qui non era Madama, ma Madonna. A partire dall’edizione napoletana Starita, quella bloccata, una parte viene pubblicata, ma il governo borbonico non dà il pubblicetur per la pubblicazione della parte successiva, poi lo Qui ancora troviamo davanti ai nostri occhi il tenore paradossale del dialogo leopardiano, paradossale la scrittura, paradossa il senso. Anche qui il paradosso è protagonista, perché qui ad essere paradossale è proprio l’oggetto stesso della rappresentazione offerta da Leopardi, cioè il rapporto tra moda e morte. Noi abbiamo a che fare con una verità che nasce dalla non verità, dove è proprio la non verità a costituire un problema della massima serietà. Con “leggerezza apparente”, questo è un libro metafisico, da considerare nella sua sistematicità dice Leopardi all’editore Stella, ma il carattere metafisico dell’opera è da ravvisare proprio in quell’apparente leggerezza che connota la scrittura delle “Operette morali”. Quale figura più leggera, più rarefatta della moda, l’esibizione della pura apparenza. Assolutamente insignificante che diventa significante. Due donnine argute che si ritrovano a dialogare, ma proprio questo modo di rappresentare il rapporto tra moda e morte rende serissima la rappresentazione proposta da Leopardi. L’accento viene a battere sulla complicità di queste due figure, intimamente complici nel lavoro che sono chiamate a svolgere, ovvero mutare e mutare di continuo le cose di qua giù, convertire l’essere nel non essere. Allora questo ci dice che quel confronto, in quanto confronto che dovrebbe scaturire dalla differenza, dialogico, è un confronto, sotto questo profilo, truccato, solo apparente, simulato. Perché infondo dicono il medesimo, fanno tutt’uno. Moda che si rivolge a morte è morte, morte che si rivolge a moda è moda. Non a caso a vincere questa sfida di fatto è moda, a vincerla cioè è una moda che ha già preventivamente ridotto a sé morte, facile la vittoria per la moda. Perché moda vincente, a quali condizioni moda ora può risultare vincente? Non si sta negando la veridicità di morte, perché altrimenti si perderebbe la problematicità del discorso, ma almeno sotto un certo profilo le due figure dicono il medesimo, fanno tutt’uno. Risulta vincente la potenza uguagliatrice di moda, la sua forza di livellamento. Moda è l’espressione di questa forza omologante, omogeneizzante. Omologante vuol dire che moda livella tutto, ha la capacità di ridurre tutto a sé, modella, ridurre tutto alla sua logica. La logica di moda che è una logica dell’apparenza, dell’effimero. Moda ha la capacità di trasformare ogni valore, ogni significato in un significato di moda, alla moda. Persino la morte. Qui è proprio moda ad apparire fin dall’inizio vincente, è lei che detta le regole della sfida dialettica. Di fatto moda costringe morte a giocare la sua partita in un territorio che fin dall’inizio è segnato dal trionfo della moda, impone la sua legalità. Ed è proprio la moda a decretare la sua stessa superiorità e quindi in quale modo la sconfitta di morte. Essa è qualcosa che arriva velocemente, la velocità del tempo della morte, ma la moda è ancora più veloce della morte nell’annientare tutto. Lei elimina tutto nel momento stesso in cui lo produce. Moda è l’espressione di una velocità iperaccellerata. Moda è qualcosa che ha già racchiuso nel suo nascere il suo perire. Se la morte ci mette una vita, la moda nel momento stesso in cui fa nascere qualcosa lo distrugge. Queste considerazioni ci permettono di evidenziare un punto per Leopardi fondamentale, le “Operette morali” sono una vera e propria drammaturgia del sensibile, cioè sono l’esibizione esemplare di quello che per Leopardi è il vero oggetto-soggetto dell’ultrafilosofia, cioè il sapere del corpo. Il sapere del corpo significa il sapere della nostra finitezza, che per Leopardi è sempre una finitudine costitutivamente infinita, il finito implica l’infinito. Il sapere del corpo in quanto sapere della nostra mortalità, implica nello stesso tempo il riconoscimento del fatto che tutto è nulla, nulla ha senso e che proprio quel non senso può essere incessantemente convertito nel senso. Nella nostra finitezza noi siamo in grado di cogliere una indefinita apertura al possibile. Il fenomeno nella sua determinatezza, finitezza, ha in sé una sterminata ricchezza di senso: i due poli stanno insieme e cadono insieme, finitudine e mortalità e apertura al possibile. Tutto è dolore e sofferenza e insieme, proprio a motivo di questo le immaginazioni belle e felici. In questo dialogo questo aspetto diventa importante, perché la moda considerata sotto il suo profilo regressivo, reificante, rappresenta una minaccia rispetto al dispiegamento di un sapere del corpo, che è insieme quelle due cose appena evidenziate, perché la moda qui funziona come una metonimia, la parte per il tutto. È si uno dei fenomeni paradigmatici della modernità, un’espressione particolare della cultura moderna, ma in qualche modo qui moda funzione come espressione della stessa cultura moderna nella sua interezza, una parte che significa il tutto. Quale modernità? La modernità qui significa essenzialmente il secolo superbo e sciocco, cioè un mondo caratterizzato dalla coltivazione degli errori barbari, gli inganni dell’intelletto. Gli errori barbari sono quel tipo di errori che tendono a spegnere l’immaginazione, che ne negano la potenza. Il secolo superbo e sciocco è un secolo logocentrico, è un secolo orientato verso la spiritualizzazione della vita, la negazione del concreto, del particolare a vantaggio dell’astratto, del concetto. La fredda e geometrica ragione è la riduzione di un fenomeno, della realtà alla astrattezza vuota, decorporizzata di un teorema geometrico. Nega il qualitativo, la relazionalità implicita nelle cose, ovvero la connessione tra il determinato e l’indeterminato. Quella trama, quella tessitura di relazioni che è in ogni fenomeno, ma se il fenomeno è la forma logica del fenomeno, del fenomeno non resta più nulla. Allora la spiritualizzazione della vita, in quanto errore barbaro, in quanto tratto saliente della modernità è la negazione del sapere del corpo, è una tendenza che si oppone un dispiegamento del sapere del corpo, se il sapere è quello che abbiamo detto. Allora qui moda diventa nel suo essere metonimia della modernità, diventa metafora di quella fredda e geometrica ragione che nega il corpo come luogo eminente del significare, nega il corpo come luogo di un’indefinita apertura al possibile. Qui a emergere è il lato positivissimo della modernità, di cui moda diventa immagine.
Quello proposto qui da leopardi è uno scenario in cui la moda lavoro come un meccanismo di spiritualizzazione del corpo, questo vuol dire che moda è una potenza che ha la capacità di trasformare il corpo, in un congegno semiotico, in un sistema di segni. Cosa caratterizza questo sistema? Il fatto di avere già codificati al suo interno i suoi significati, quelli e non altri, un insieme di significati rigorosamente predeterminati, che sono già codificati istituzionalmente, cioè sulla base di una normatività storica. Sono lì all’interno di quel congegno semiotico che è il corpo vestito da moda o alla moda, quelli e non altri. Il fenomeno nella sua indeterminatezza significa ora solo x, y e z, e sono significati determinati, che non implicano il loro poter essere altrimenti. Quei significati che sono inclusi in un corpo che è diventato congegno semiotico, non sono più quei significati che andrebbero a costituire il sapere del corpo (cioè la relazionalità implicita nel fenomeno, l’indeterminato nel determinato). Questo vuol dire che nel caso in cui il corpo sia l’espressione di un sapere del corpo, come Leopardi lo concepisce, il corpo è sì segno, è sì significante, ma significante della finitezza, della caducità, della mortalità e insieme del possibile, dell’assoluto. Se a prevalere è moda, il corpo è ancora segno, ma non è più segno della mortalità e del possibile inespresso, ma diventa segno di un altro ordine di significato, il segno rimanda non più all’indeterminatezza del senso, ma da una serie di significati determinati. La moda è un sistema semiotico, un ordine di significato, il punto è che quelli e non altri e di questo il corpo diventa segno. Il referente è proprio il sistema di moda, cioè l’ordine di significato istituito storicamente e istituzionalmente da moda, che è un agende della cultura capitalistico borghese. Stando all’interpretazione proposta da Roland Barthes la moda è la singola scelta vestimentaria che noi possiamo fare o non fare, ma essenzialmente qualcosa che appartiene al piano del costume, dove il costume non è u fenomeno individuale, particolare, la moda che il singolo individuo può compiere o non compiere. Il costume è qualcosa che per Roland Barthes appartiene all’ordine della struttura, non del processo, all’ordine sincronico, non diacronico, una struttura che agisce indipendentemente dalle singole scelte compiete dagli individui. Questa struttura che sta sullo sfondo per Roland Barthes è un codice, cioè un sistema costituito da equivalenze e opposizioni, un sistema combinatorio, che fa da sfondo al piano delle scelte individuali. Roland Barthes parla della moda come di un sistema semiologico di secondo grado, un sistema che si rapporto all’indumento empirico, come la Lang, si rapporta alla parola. Questo codice notifica e prescrive, funziona come norma, come principio di legalità, obbliga e interdice, euforizza e scredita. C’è una particolare configurazione delle forme che viene esaltata come quella giusta, quella in cui dobbiamo credere, l’opposto viene screditato. Leopardi parla di questo, del lato violentemente condizionante della moda, il suo lato reificante. La moda uccide i corpi come la morte, ma lei proprio uccide il sapere del corpo, laddove la morte, espressione della caducità e della finitezza dell’uomo può funzionare come una soglia critico immaginativa, il tema del nulla come enigma, invece la moda è ancora più brava della morte nella distruzione, annulla il sapere del corpo. Che siano tutti vestiti allo stesso modo, che per tutti valga un unico ordine di significato, un unico modo di frequentare la realtà. Qui una è alla latina, una sola, la logica identitaria incarnata da moda, la struttura prevale sul processo, il sincronico sul diacronico. Perché altro è la moda che si sceglie, altro è la moda che viene imposta. Ognuno di noi può essere portatore, soggetto di una moda. Il lato emancipante, progressivo di moda è quella di un’immagine di noi da offrire all’altro che siamo noi stessi a edificare, dove il corpo è autonomamente produttivo di senso, rivendica il suo diritto di valere come luogo del senso giocando di sogni, cioè giocando di maschere, le maschere più diverse. Poi c’è il lato regressivo, la moda imposta da un codice preordinato, che agisce come un destino. Il lato omologante, oppressivo della moda qui viene rappresentato nel suo carattere violento, cioè il corpo soffre a motivo della sovraimposizione sul corpo di un ordine di significato astratto. La caduta degli immutabili, degli stermini, implica la sostituzione di quegli eterni, di quegli immutabili con una nuova e diversa normalità, la legge astratta di moda. Non importa il danno subito dal corpo, ciò che conta è la perpetuazione della logica astratta di moda, la sua affinità con la fredda e geometrica ragione. C’è un passo della Zibaldone che a questo proposito è illuminante, 147, scrive Leopardi: “Eccetto le piccole differenze provenienti dal clima e dal carattere di ciascheduna popolo, i quali però vanno sempre cedendo all’impulso moderno di eguagliare ogni cosa e certamente da perduto massime nelle classi colte; si ha cura di allontanare tutto quello che c’è di singolare e di proprio nei costumi della nazione e di non distinguersi dagli altri se non per una maggior somiglianza col resto degli uomini – la distinzione diventa per maggior somiglianza -. E in genere si può dire che la tendenza dello spirito moderno è di ridurre tutto il mondo una nazione e tutte le nazioni una sola persona. Non c’è più vestito proprio di nessun popolo e le mode invece d’essere nazionali sono europee. Anche la lingua diviene ormai tutt’una per la gran propagazione del francese.”